Stasera ho fatto una capatina alla sala delle adunanze del palazzo municipale per lasciare un foglio ad Antonella che era lì per seguire i lavori del civico consesso. Appena entrato, ho visto e sentito il vicesindaco, il presidente del consiglio comunale e il segretario comunale commentare divertiti il mio braccio ingessato. Ho scoperto, quindi, la funzione socialmente utile del mio infortunio: regala buonumore ad amministratori e alti burocrati. Se l’avessi saputo prima, mi sarei fatto male più spesso.
Una frattura socialmente utile
Febbraio 8, 2008Un bel libro da leggere parte III
Febbraio 8, 2008
Il diario di viaggio di una vita ancora giovane, ma con un grosso bagaglio di esperienze alle spalle. L’eterno conflitto interiore di chi è migrante per scelta, e vive tra l’amore verso la “madre” terra natia aspromontana «che dà amore ma non ha forza di dare speranza» e la “moglie” Imola, città della pianura emiliana dove risiede «che dà tanta speranza, peccando forse in amore», tra ricordi indelebili della propria infanzia e prospettive per l’avvenire dei figli. Tutto questo è “Aspre e calde montagne, dolci e fredde pianure”, di Pietro Sergi, edito da La Mandragora. L’autore, un quarantenne originario di Natile Vecchio e trapiantato in Emilia, ripercorre i passi fondamentali della propria vita attraverso i luoghi, le persone e i momenti cruciali. Lo fa con l’inevitabile nostalgia di chi sa di far parte di una generazione di mezzo, a cavallo tra tradizione e modernità, ma anche con un filo di piacevole ironia. E così, succede che un fenomeno atmosferico mutevole, che la saggezza popolare definisce “’u tempu i susu”, venga descritto come «una sorta di Clemente Mastella meteorologico». Protagonista è la montagna locridea degli anni ’70 e ’80, in cui l’infanzia felice e spensierata a contatto con la natura, lascerà spazio allo stupore e alle emozioni dell’adolescenza, come l’immagine della prima donna che guida un’automobile a Natile, o lo sguardo del fratello maggiore prima della partenza per un’avventura da migrante a sedici anni. Il racconto è arricchito dalle riflessioni dell’autore, e con dei disegni che fissano i momenti salienti. Uno di questi, racchiude un grande valore simbolico. Raffigura un terreno agricolo emiliano, perfettamente arato e ordinato, osservato dal finestrino di uno di quei treni per gli emigranti, gli stessi da quarant’anni a questa parte. Così come Salvatores dedicò nei titoli di coda “Mediterraneo” a «tutti quelli che stanno scappando», l’opera di Sergi può essere dedicata a tutti i migranti che hanno a cuore l’ineludibile bagaglio di cultura e tradizioni della propria terra natia.P.S.: grazie Pietro per le belle parole che hai speso ieri. Buon ritorno
Pubblicato da gianlucalbanese
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