La pubertà, si sa, è un momento importantissimo per ogni individuo. Per il tamarro, in particolare, è il momento in cui inaugura un nuovo filone di cafonaggine che ne consolida le basi e lo lancia verso l’età adulta. Per i tamarri, infatti, la sessualità non è il naturale completamento dell’amore, nè un’esperienza epicurea di piacere sensuale: è soprattutto racconto gonfiato, testimonianza iperbolica, mirabilia da tramandare alla posterità. E così, il tamarro inizia a vantarsi in età puberale, millantando numeri giornalieri di episodi di onanismo da fare impallidire detenuti e militari di leva. Ma non solo. Non appena scopre che la funzione dell’apparato uro-genitale è anche quella di accoppiarsi, ci tiene a far sapere che è munito dell’”attrezzatura”. In alcune realtà rurali, addirittura, pare sia in uso diffondere una fotografia realizzata pochi giorni dopo la nascita del bebè tamarro, per dimostrare, coram populo, che trattasi indubitabilmente di maschio! Ma torniamo all’età puberale. Accade quindi, che a contatto con altri adolescenti il tamarro si esibisca estraendo “l’aggeggio” in pubblico, o che sfidi a singolar tenzone altri patiti dell’autoerotismo a chi “la manda più lontano” e altre imprese del genere. Poi arriva l’età della prima volta. È il momento in cui noi uomini siamo tutti uguali. Anche il tamarro, che sebbene duri un tempo inferiore ai 19”72 (record del mondo sui 200 metri piani stabilito da Pietro Mennea a Città del Messico nel 1979), racconterà mirabilie ad amici e parenti che sono rimasti indietro nel percorso delle esperienze individuali. In genere, il passaggio dalla “prima volta” al matrimonio è breve. Il tamarro, infatti, si sposa in genere molto presto, in chiara controtendenza con quanto accade nel resto d’Europa. Del resto, la sua famiglia lo mette subito nelle condizioni di contrarre matrimonio ed evitare di oltrepassare le colonne d’Ercole oltre le quali si è considerati “vecchi”. Questo limite, fissato in 25 anni per le donne e in 30 per gli uomini, è assolutamente perentorio e, una volta superato, condanna i malcapitati alla solitudine eterna. Ma cosa fanno le famiglie tamarre per agevolare il matrimonio dei propri rampolli? Tutto. In alcune zone, addirittura, è tuttora in voga “l’appaloramento”, atto negoziale di natura pattizia, in cui due famiglie concordano il matrimonio del figlio maschio dell’una con la figlia femmina dell’altra, poco prima dell’adolescenza. È ancora alta la percentuale di “appaloramenti” tramutatisi in matrimonio. Sembra strano che nel XXI secolo certi costumi siano ancora in voga, ma è così e, si badi bene, l’appaloramento spesso è tra famiglie di parenti, cugini di primo e secondo grado.
Il secondo compito della famiglia tamarra, poi, è quello di costruire una casa che preveda tanti piani superiori grezzi, quanti sono i figli da maritare. In barba a ogni piano regolatore, infatti, il tamarro investe subito sul mattone (in questo dimostra di saperne molto di più dei poveretti che hanno sputtanato i loro risparmi in bond argentini) lasciando spesso solo i pilastri e il solaio per i piani superiori, che verranno completati prima che il figlio sia in età da matrimonio. Molti degli scempi urbanistici che siamo costretti a vedere sono originati proprio da questi costumi. Ma andiamo avanti. Una volta “appalorato” il figlio e costruita la sua casetta grezza nella quale in genere il capostipite occupa il piano terra e i figli i piani superiori – se l’aspettativa di vita si allunga ancora di più, presto i tamarri costruiranno caseggiati alti come l’Empire State Building – si passa all’organizzazione del matrimonio con tutti i riti annessi.
Quello tipico, che precede di qualche giorno la cerimonia, è “l’acconzata d’u letto” in cui le donne congiunte della sposa allestiscono il letto nuziale secondo determinati criteri beneauguranti. Il rito, vagamente vodoo, è una sorta di buon auspicio per la fertilità futura. Il giorno del matrimonio, poi, il tamarro (o meglio, la sua famiglia) non badano a spese. Molti tirano fuori insospettabili abiti firmati ed eleganti. E poi tutta la liturgia dei fuochi d’artificio all’ingresso degli sposi al ristorante, il ricco menu e la partecipazione del cantante cabarettista per divertire le centinaia di invitati. Spesso, infatti, il numero totale dei commensali supera il migliaio. In genere, il clou dell’esibizione dell’artista consiste nella consegna alla sposa di un piatto contente una banana e due pesche sistemate a mò di apparato urogenitale maschile. Bonjour finesse! Ma nei matrimoni tamarri tutto è consentito, anche perchè per molti invitati, il banchetto nuziale rappresenta l’unica occasione dell’anno per cenare o pranzare fuori casa. Già, perchè il tamarro è estremamente tirchio e non conosce spese per libri, giornali, cinema, teatro, concerti, viaggi e tutto ciò che abbia qualsiasi attinenza con la cultura, ma per i matrimoni dei figli e per i botti di capodanno è capace di svenarsi. Ma torniamo all’oggetto del nostro capitolo. I primi anni di matrimonio vengono vissuti dal tamarro solo come un’occasione per copulare quando e dove si vuole. La famiglia, infatti, pensa a tutto (spesso anche al sostentamento degli sposini) e l’unico obiettivo è quello di fare figli, possibilmente prima che lui e lei tamarri oltrepassino le colonne d’Ercole di cui sopra, perchè «un uomo che fa un figlio dopo i trent’anni è già vecchio». Il tamarro uomo, spesso, racconta le proprie performance coniugali ad amici e conoscenti con dovizia di particolari. L’importante è che lui faccia la parte dell’amatore insaziabile e indomito, e la moglie della “vittima piacevolmente consenziente di questa autentica forza della natura che ha la fortuna di avere come marito”. Poco importa che in genere i ruoli siano invertiti. L’importante è raccontare, tanto per citare qualcosa che ho sentito con le mie orecchie che «stanotte erano le due passate, lei dormiva e io non riuscivo a chiudere occhio. L’ho svegliata. Ero pieno di voglia e lei mi diceva di lasciarla stare, ma poi ho insistito e alla fine…ah, se le è piaciuto!». Per quanto riguarda, poi, le pratiche sessuali, il tamarro, che non brilla per cura della propria igiene intima, non sembra molto incline ai rapporti oro-genitali e alle cose “ricercate”, badando più alla concretezza di posizioni collaudate e denominate secondo angolazioni non misurate dal goniometro.
Ora, siccome l’aspetto sessuale e riproduttivo sono gli unici che vengono tenuti in considerazione dal tamarro coniugato (il sentimento è da considerare una sovrastruttura marginale, di cui vergognarsi) l’entusiasmo dei primi anni decresce col passare del tempo. È qui che il tamarro, dopo due-tre anni di matrimonio, si rende conto che oramai vuole bene alla moglie “come una sorella” e forse avrebbe potuto fare qualche esperienza in più prima di sposarsi e di fare figli e magari vedere qualcosa in più del mondo. Inizia, quindi, la fase in cui desidera ardentemente l’evasione, la scappatella, quello che nel gergo tamarro viene definito “pilu stranu”. Ovviamente, anche in questo caso lo scopo è quello di millantare avventure boccaccesche con amici e conoscenti. La donna che intrattiene una relazione extraconiugale col tamarro, infatti, viene prima schedata e poi automaticamente iscritta nel registro delle zoccole. Poco importa che anche per lei si sia trattato di un’innocente evasione da un rapporto logoro, stantìo.
La legge del tamarro è molto tollerante con l’uomo che tradisce, ma è peggio del diritto penale islamico per quanto riguarda la donna che fa le corna. Questo maschilismo più che latente fa sì che i racconti di tradimenti siano di dominio pubblico e che il tenore dei racconti delle performance sessuali con la propria moglie siano elevati alla massima potenza in caso di rapporto extraconiugale. E così, la vita del tamarro si trascina fino alla terza età, nella quale il suo compito precipuo è dimostrare a tutti che «ancora ce la fa come quando era ragazzo» e quindi comincia a insidiare le giovinette e a frequentare case di tolleranza e night club, laddove prova a dimostrare la veridicità delle proprie tesi al cospetto dei giovani adepti.
Una sorta di viale del tramonto nella vita di ogni tamarro che si rispetti.