Ieri sera ero proprio stanco. Sono riuscito, infatti, a dormire quasi sette ore nonostante le immagini sconvolgenti trasmesse in prima serata da History Channel, che ha dedicato un ampio documentario agli orrori commessi dalle bestie naziste nei campi di concentramento. Mai come in questo caso, la televisione aiuta a ricordare e lo fa ricorrendo a documenti filmati originali dell’epoca. Tante le immagini che mi sono rimaste impresse, così come le testimonianze, i racconti. Dalla collezionista di sezioni di crani delle vittime, da conservare sottovetro, a chi faceva esperimenti sui bambini e poi li bruciava vivi nei forni crematori, ai bimbi staccati dalle madri e poi uccisi davanti a loro, alle lampade in pelle umana nelle stanze dei gerarchi, ai vecchietti maltrattati nei lager. Tutte cose che abbiamo letto nei libri di Storia. Ma vedere le immagini rende molto di più. Ecco perchè documentari del genere servono, specie a quegli idioti che negli stadi o in manifestazioni pubbliche hanno l’imprudenza di disegnare svastiche o incitare all’odio razziale. Ecco perchè ci vuole la massima severità nel punire chi fa apologia di nazismo e fascismo. Il Che definì le orde hitleriane “Bestie”. Non esiste definizione più calzante. Aggiungerei vigliacchi, visto che i più fortunati tra di loro, dopo l’ingresso degli alleati e la successiva disfatta, preferirono, come i fascisti, darsi alla fuga nella famigerata “via dei ratti” o suicidarsi. Tipico dei “Quaquaraquà”. Quelli catturati furono processati a Norimberga e quasi tutti confermarono, anche in un regolare processo, la loro personalità folle e perniciosa. E’ passato tanto tempo, e c’è perfino chi insiste col revisionismo. Niente di più sbagliato. Quei crimini, quegli orrori sono frutto di una ideologia criminale e omicida. Una catastrofe che non può e non deve ripetersi. E che non va dimenticata. Mai
Seguire lo spoglio delle primarie del Pd a Siderno è stato piacevole. Al di là dei dati ufficiali, che rimando alle cronache del giornale, voglio parlare nel mio inutile blog del “dietro le quinte”, tipico di chi conosce attese, schieramenti e stati d’animo dei protagonisti. Come molti di voi sapranno, il nuovo segretario è la giovane Maria Teresa Fragomeni, che vediamo nella foto mentre riceve i complimenti del consigliere regionale Luciano Racco.
Innazitutto, l’inutile blogger, nelle vesti di cronista politico locale, è stato accolto da qualche battutina da parte di alcuni candidati all’assemblea provinciale, che lo accusano di faziosità (ma và…) che avrebbe manifestato nelle cronache delle tappe che hanno portato alle primarie di domenica 25. Avvezzo alle accuse di faziosità, il cronista ha ribattuto dicendo che una parte del partito (leggasi corrente) ha comunicato di più con la stampa durante la fase preparatoria; un’altra (la loro) ha preferito mantenere un basso profilo e lavorare sulle elezioni senza rilasciare dichiarazioni ufficiali. Quindi, è “colpa loro” se sono usciti di meno sul giornale, visto che hanno scelto una strategia della comunicazione diversa rispetto ai concorrenti interni al partito. Insomma, come sempre, se qualcuno ha la febbre non è colpa del termometro. O no? Qualche furbacchione, poi, ha provato a intuire le intenzioni di voto del cronista, primo degli iscritti nel registro degli elettori, che ha mantenuto, ovviamente, un’espressione del volto impenetrabile. Anche perchè si vota a scrutinio segreto e non sono affari loro sapere per chi ha votato.
Poi, è iniziato lo spoglio, tra il rigore del presidente di seggio Marcello Cordì, talmente bravo nel ruolo da farci sentire come se fossimo al Viminale e le espressioni che il cronista coglieva durante lo spoglio.
Ecco due giovani piddine mentre seguono lo spoglio
Ora, le jeux sont faits e rien ne va plus. Toccherà a loro ritrovare l’unità, mettere da parte le polemiche e gli antagonismi interni e proporsi all’elettorato nel migliore dei modi. Anche a quell’elettorato che in campo regionale e nazionale non vota Pd. Attualmente l’unità non mi sembra che ci sia. Ma potrebbe arrivare. Auguri
L’aneddoto risale all’autunno di qualche anno fa. Mi trovavo a Roma e avevo il pomeriggio libero. Mancava un’oretta al tramonto e mi sedetti su una panchina di piazza del Popolo per ascoltare il Cd appena acquistato alla Ricordi di via del Corso. La serata era splendida, una delle classiche “ottobrate” romane, una meravigliosa appendice dell’estate appena conclusa. A un certo punto, nonostante ascoltassi la musica in cuffia, riuscii a sentire il pianto di un bambino nella grande piazza. Mi alzai e vidi lui e la sua bicicletta – per la verità molto grande, vista l’età – a terra. Gli prestai i primi soccorsi, accompagnandolo a lavarsi alla fontana e tamponando l’escoriazione con dei fazzoletti di carta che avevo in tasca. Gli dissi se voleva chiamare i genitori col mio cellulare, ma mi rispose che era inutile, perchè entrambi stavano lavorando. Dopo qualche minuto si alzò e riprese il suo giro in bicicletta, dopo avermi ringraziato per il mio intervento. La scena mi fece riflettere, perchè capii che i bambini si rialzano facilmente dopo le cadute, che in fondo non era successo nulla di particolarmente grave e che la sua famiglia (che immagino distinta e benestante, magari residente nel centro di Roma) avesse cose più importanti da fare che non badare al passatempo del bambino di età apparente inferiore ai dieci anni. E’ che io non mi immaginavo proprio, alla sua età, a scorrazzare in bici nel centro di Roma, senza che nessuno mi “sorvegliasse”. Sarà. Altri tempi. Magari lui crescerà più “sveglio” di me. Certo che la cosa che mi fece veramente specie fu il fatto che io fui l’unico a prestare soccorso al bambino, in una piazza che era tutt’altro che deserta e fuori mano. Possibile che turisti e residenti siano così insensibili da non soccorrere un bambino caduto dalla bicicletta? Possibile che l’umanità emerga in maniera più spontanea da noi provinciali?
Questo video mi è stato segnalato da un amico che è un grande testimonial del prodotto oggetto della dimostrazione. A onor del vero, qualche giorno fa aveva realizzato un filmato molto simile, che il mio videofonino ha registrato ma non è riuscito a salvare. Peccato. Perchè i due protagonisti (l’amico che spiegava le virtù del “camuffatore” di cheratina in polvere – che secondo una leggenda utilizzerebbero molte personalità del mondo del cinema e della politica – e l’altro amico che faceva da cavia sono stati molto bravi. Almeno quanto questi due, che comunque vanno apprezzati per la grande ironia manifestata durante la registrazione e per l’indiscusso senso dell’umorismo). P.S.: io non ho mai usato il Minoxidil e si vede. Ma ho assistito in diretta alla dimostrazione del camuffatore e vi posso dire che funziona davvero. Sarà per la bravura di chi l’ha sparso nella testa della “cavia”, sarà perchè comunque quest’ultima i capelli ce li ha, vi posso dire che funziona. Mi auguro che presto il suo testimonial possa registrare nuovamente lo spot
Le canzoni dei miei amati cantautori, si sa, sono eterne. Immortali. Inutile legarle a momenti storicamente definiti, perchè appartengono a ognuno di noi, al nostro cuore, alla nostra anima. Le canzonette no. Quelle hanno una forza evocativa enorme, perchè durano il tempo di una stagione e risentirle dopo un sacco di tempo, dopo che erano precipitate in un oblio assoluto fa venire in mente cose, persone, episodi, date. E’ il caso di questa canzoncina ascoltata lo scorso pomeriggio a Radio Capital, una delle mie emittenti preferite, con i suoi classici degli anni ‘70-’80-’90. L’ho ascoltata esattamente dieci anni dopo che è uscita, percorrendo, guarda caso, una strada che dieci anni fa percorrevo quasi quotidianamente. Insomma, per quei pochi minuti di durata del ritornello ossessivo mi sono sentito di nuovo nel ‘99 ed è stato molto piacevole, perchè non ho pensato che sono passati dieci anni, ma che in fondo sono lo stesso di dieci anni fa. Almeno dentro me. E così me la sono cantata tutta. In maniera scanzonata (è il caso di dirlo). Corsi e ricorsi storici?
Leggo sui giornali che qualcosa nel mondo della Sinistra italiana sta cambiando. Forse i Verdi diventeranno una costola del Pd (almeno sembra), mentre qualcuno sta lavorando per unificare i vendoliani, il Pdci e Sinistra Democratica, lasciando, eventualmente, da soli i grassiani e quelli ancora più a sinistra. Ho seguito il congresso cittadino di Rifondazione lo scorso mese di luglio, in una sala dell’Ymca con una temperatura sui 50°. E’ stata una buona occasione per ascoltare le mozioni e, se avessi avuto diritto di voto, avrei sicuramente votato la mozione Vendola, quella che poi si è rivelata perdente. A parte i movimenti interni del momento (vedi vendoliani che diventano grassiani) devo dire che guardo con attenzione al progetto della Sinistra in movimento, di chi vuole unire qualcosa che sia alternativo sia al Pd che agli altri gruppetti sparsi. Una cosa è certa, però: stavolta il mio voto se lo devono conquistare! Chiaro?
“La politica è un fatto dinamico”. Me lo ricordava, molto saggiamente, un amministratore locale qualche giorno fa. Già, perchè accade sovente che in politica i nemici di ieri diventino gli amici di oggi e viceversa, secondo la congiuntura del momento. Sarà per questo che tre anni e mezzo fa ho chiuso la mia breve e insignificante esperienza nella politica attiva. Oltre che, naturalmente, per la mia manifesta incapacità. Dal ‘94 in poi, fatidica data della “discesa in campo” del piduista la politica è diventata ancora più “dinamica” e questa sua vocazione al “dinamismo” sembra ulteriormente accentuata dopo “l’avvento” del Pd, nato per unificare cittadini provenienti da culture politiche diverse e all’interno del quale, invece, oggi si acuiscono differenze e divisioni. Mi sa che non riesco proprio a muovermi, non ce la faccio a essere dinamico come loro. Rimango “sempre e per sempre” – diceva De Gregori – dalla stessa parte. E osservo. Anche da perdente, tanto “noi immergenti, noi con fedi ed ossa rotte, lasciamo dire”. Loro, intanto, i “dinamici” preparano il terreno per future alleanze. Secondo me il Pd alle elezioni regionali del 2010 candiderà di nuovo Loiero alla presidenza della Regione e si alleerà con gli autonomisti dell’Mpa. Tanto, D’Alema definì la Lega Nord una “costola della sinistra”. Costola più, costola meno…
Oggi vi voglio parlare di una figura in continua espansione, che ormai popola tutti gli spazi pubblici e non la smette di proliferare: il “Paparagianni”. Per i non locridei va detto che “Il Paparagianni” è colui che si pavoneggia pubblicamente, che vuole apparire, farsi notare, che si atteggia a qualcosa o a qualcuno ma il 99,9% delle volte non è alcunchè. Oggi i paparagianni sono ovunque: nella politica, nell’impresa, nel mondo dello sport e forse anche (ahimè) in quello dell’informazione. Il paparagianni di solito veste elegante perchè sa che apparire è più importante di essere, guida auto costose e sa sempre essere nel posto “giusto”. Di solito la sua presenza viene tollerata come un fenomeno fisiologico della società moderna. Triste, ma fisiologico. Ci sono circostanze, invece, nelle quali il paparagianni diventa insopportabile: nei “gate” degli aeroporti, infatti, il paparagianni che attende l’areo è sempre intento a smanettare sul computer (tanto c’è la rete wireless…) o, per i paparagianni più “in” nel blackberry” o nell’”i-phone”. Male che vada non vede l’ora che qualcuno lo chiami al telefonino per farsi vedere parlare e gesticolare in maniera evidente, giusto per dare l’impressione di essere richiesto, importante. Quasi indispensabile. Il “Leonardo express”, treno che collega l’aeroporto di Fiumicino alla stazione Termini di Roma, in genere pullula di paparagianni, specie nelle ore mattutine, anche se il paparagianni più “up to date” ora predilige i treni ad alta velocità. Il paparagianni va allo stadio, a teatro o ai concerti anche se non capisce nulla di calcio, commedie o musica. Ci va solo per farsi notare. Spesso i codazzi dei politici sono pieni di paparagianni, che li seguono nelle occasioni pubbliche per “fare presenza”. Il teatrino della politica, infatti, si nutre di figure come i paparagianni, tanto che c’è chi teorizza l’esistenza di uno stato parallelo, di un potere ombra, che è nettamente distante dal Paese reale, quello di chi si fa un culo così per sbarcare il lunario, proprio mentre il paparagianni cambia l’ennesimo telefonino, l’ennesima macchina o il paio di scarpe più costose. Una ventina d’anni fa Roberto D’Agostino tracciava il profilo dell’”edonista reaganiano, figura primordiale rispetto all’odierno paparagianni. Chissà se il parallelismo regge e se l’adolescenza “paninara” dei quarantenni di oggi sia stata la palestra ideale per poter diventare, da adulti, dei veri paparagianni. Secondo me sì. Il paparagianni, almeno una volta l’anno, si reca in “pellegrinaggio” in via Montenapoleone a Milano, o in via Condotti a Roma, si ferma per un aperitivo nei bar più “in” e non si cura dei debiti che accumula. Tanto l’importante è apparire, non essere. Almeno secondo loro. Ma il fenomeno va studiato, per capirne le origini, l’evoluzione e la condizione attuale di questa “specie” in continua espansione. Secondo me il paparagianni nasce nella Milano da bere degli anni ‘80 per poi proliferare in tutta Italia. Si sviluppa nei licei e nel mondo universitario, laddove trova il suo habitat naturale per la sua definitiva maturazione e poi “inquina” tutti i principali gangli della società. Il paparagianni si nutre quasi esclusivamente nei “brunch” e guarda con sussiego chi conduce un’esistenza normale. Riusciremo a liberarcene un giorno?
Ovviamente parlo da spettatore e non da giornalista, visto che non mi posso permettere il lusso di giudicare la condotta di due colleghi molto più bravi e importanti di me. Ma a me, da spettatore, Santoro e la Annunziata non piacciono. La zuffa verbale di ieri sera non fa altro che confermare le mie convinzioni. Sì, perchè sono convinto che Floris, davanti alle ormai consuete accuse di faziosità rivoltegli in diretta, avrebbe reagito col suo classico sorriso sornione e non in quel modo, definendo “fesserie” (magari lo erano pure, però…) le parole di una collega ospite. Io continuo a preferire Floris. e voi?
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