La giornata è stata campale ma bellissima. Mi ha lasciato un gran senso di serenità e una gran voglia di scrivere. Una delle cose che mi piace fare di più in assoluto, oltre che cantare. Non importa se lo faccio bene o male; l’importante è scrivere, assecondando una passione che mi porto dietro da una trentina d’anni. Del resto, sono sempre stato negato per altre cose, come il giuoco del calcio, il ballo o il disegno. Scrivere non mi ha reso nè ricco, nè famoso, ma mi ha dato una meravigliosa opportunità di lavoro, che anche se non è l’unico che faccio, è sicuramente quello che preferisco. Perchè lo faccio con passione, indipendentemente dal risultato finale. Coltivando questa passione che è divenuta lavoro, ho conosciuto un sacco di persone straordinarie, coltivato delle amicizie eterne e sono riuscito a esprimermi in maniera più meditata ed efficace quando si è trattato di esternare i miei sentimenti. Ecco perchè continuerò a farlo più a lungo possibile, anche se sottrarrò ancora qualche ora di sonno alle mie notti sempre troppo corte e se le mi occhiaie saranno sempre più scavate. E’ quello che amo fare. Raccontare le cose della vita, come cantava Venditti. Rimanendo sempre fedele a me stesso.
In questi giorni sto scoprendo vizi e virtù degli aspiranti sindaci di alcuni dei dodici comuni interessati dal voto amministrativo del nostro comprensorio. Mi sto facendo un’idea molto chiara, assolutamente non condizionata dall’appartenenza politica di ognuno di loro che espliciterò meglio (per ovvi motivi) dopo le elezioni. In ogni caso, il dato che è emerso fino ad ora, è che i migliori sono i più giovani, quasi tutti con un buon livello di scolarizzazione e un grande senso di rispetto per il lavoro altrui. Alcuni sono proprio bravi, parlano dei loro programmi con proprietà di linguaggio e convinzione, dimostrando anche di possedere “la stoffa” dei politici di razza. Altri, invece, lontani dal loro “habitat naturale” e dalla claque dei loro comizi, sembrano spaesati, disorientati, manca loro l’ossigeno. Qualcuno è stato anche maleducato. Senza se e senza ma. Non si è presentato all’appuntamento, nonostante fosse stato invitato formalmente, sia per telefono che per fax, e quando gli è stato fatto presente che avrebbe comunque potuto informare della sua assenza, invece di scusarsi ha chiuso bruscamente la telefonata. Mi sono fatto un’idea molto chiara di lui. E non è proprio positiva. Già, perchè non tollero la maleducazione. Sono fatto così. E glielo farò presente quando lo incontrerò di presenza, prima o poi. Dubito che avrà il coraggio di guardarmi negli occhi. Guardare negli occhi il prossimo senza abbassare lo sguardo è un “lusso” che si può permettere solo chi ha sempre tenuto una condotta, pubblica e privata, irreprensibile. Non mi chiedete di chi si tratta perchè non ve lo dirò mai. Voglio riservare il “privilegio” di “cantargliele” col garbo che mi contraddistingue a lui, in prima persona. Dal vivo. Come fanno gli uomini. Quelli educati e rispettosi del lavoro altrui. Appunto.
Questo inutile blog in quasi due anni di vita mi ha fatto conoscere un sacco di amici, mantenere i contatti con chi era meno presente fisicamente, scoprire il vero volto di qualcuno e togliermi un sacco di soddisfazioni. E’ servito anche a far conoscere gente, e a ritrovare parenti oltreoceano. Quasi come il vecchio Portobello curato dal compianto Enzo Tortora. Stamani, infatti, ho ricevuto una mail dall’Argentina, di una parente di un mio amico e collega che vuole mettersi in contatto con lui. La cosa mi ha emozionato parecchio. Davvero. Dedico a loro questa stupenda “italiani d’Argentina” di Ivano Fossati
Mi riferisco all’esperienza della prima giunta regionale siciliana di centrodestra a guida Raffaele Lombardo, lìder maximo dell’Mpa. Le ragioni sono di natura politica, certo, ma la “rottura”, seppur momentanea e in attesa di chiarimento, col Pdl è già una notizia. Non sono mancate le reazioni anche qui. Anzi, la reazione. Già, perchè stamani uno dei colonnelli del Pd locale commentava compiaciuto questa cosa e già fantasticava di alleanze allargate con Mpa e Udc. Contento lui… Io, intanto, rimango in attesa di vedere e/o sentire qualche esponente cittadino del Movimento per l’Autonomia. A Siderno tutti quelli dell’Mpa provengono dal centrodestra, ma nelle scorse settimane hanno mantenuto un atteggiamento ondivago riguardo i rapporti col Pdl, oscillando tra la fedeltà assoluta a padron Silvio e moti di indipendenza anche politica, ipotizzando alleanze locali anche col centrosinistra (quello che è più centro che sinistra, per intenderci). Io, fossi in loro, farei una grande coalizione tra Pdl-Pd-Mpa-Udc-Alleanza di Centro-La Destra-Pensionati-Caccia Pesca e Ambiente-Partito Sardo d’Azione e, già che ci siamo, anche col Partito Popolare per Martone del dottor Giorgio Calvi, così si garantisce la stabilità e non se ne parla più. Che ne dite?
E così sta finendo anche questo week end. Più lavorativo che mai per me. Tanto da non aver il tempo di pensare, di riflettere; men che meno di annoiarmi. “Getting crazy on a waltzer, but it’s the life that I choose”. Ma è la vita che ho scelto, come dicevano i Dire Straits. La cosa più bella è stata la sera di sabato, quando dopo il lavoro e una frugale cenetta casalinga, ho mollato tutto e sono andato a Guardavalle, bel borgo antico; il primo della provincia di Catanzaro, laddove ho trascorso una serata davvero piacevole, in compagnia di Mimmo, uno dei cinque miei amici più preziosi, anche se ci vediamo di rado. E così, è la volta dei ringraziamenti. Alla straordinaria Rosyta, impagabile per simpatia, ospitalità e generosità, a Mimmo per aver saputo gestire al meglio la serata “improvvisata”, a Benny e a quel gruppo di escursionisti fuori di testa di Gente in Aspromonte, che dopo aver preso parte alla “Sagra d’o pana ‘è maju”, invece di andare a letto in vista della faticosa escursione del giorno dopo, hanno pensato bene di trattenersi oltre l’una nella terrazza dell’agriturismo Fassi (un vero e proprio angolo di paradiso), a brindare, ridere, scherzare e a cantare. Proprio quest’ultimo aspetto mi ha visto protagonista, sfidando un escursionista di Cittanova a “singolar tenzone” nell’improvvisare versi di tarantella. Dicono che la sfida tra Locride e Piana sia finita in parità. Meno male. Sapevo che mi attendeva una lunga domenica di lavoro. Ma sono rimasto volentieri in loro compagnia. Grazie
P.S.: e grazie anche a Virginia, sempre prodiga di immeritati complimenti nei miei confronti
Come sempre, sul blog di Virginia si trovano cose bellissime e interessanti. Questo video è di un’ironia amara, ma è talmente vero…
Dedicato a tutti quelli che si vogliono disintossicare dal partito in caduta libera, quello che assomiglia sempre di più al suo quasi omonimo Pdl.
Torniamo alla politica! Quella vera…
Presentare il libro di un amico (mio e di tutti quelli che frequentano l’inutile blog) non è facilissimo. Specie se si pensa che l’ho letto l’anno scorso in anteprima e tutto d’un fiato. E che il suo autore mi ha perfino onorato del graditissimo compito di farne la prefazione. “Strade interrotte” del “nostro” Pietro Sergi (Laruffa editore) è un libro di racconti brevi ma coinvolgenti. Attualissimi. E di piacevole lettura, specie per chi ama lasciarsi trasportare dalla fantasia ma senza perdere di vista la realtà. Perchè, come diceva il Ligabue di “Lambrusco&popcorn” “prima e dopo il sogno c’è la vita da vivere”. Per far capire bene di cosa si tratta, pubblico la prefazione e la copertina. Buona lettura.
A volte il destino si può capire. O quantomeno spiegare. Basta sapersi fermare un attimo senza farsi travolgere dal tourbillon della vita quotidiana e mettersi a osservare quello che ci sta attorno. Anche fuori dalla porta di casa nostra. Interrompere per un attimo il moto delle lancette di un orologio, vero e proprio giudice inflessibile dei nostri momenti. O semplicemente ignorarlo. Perché ogni vita che sembra così piccola e insignificante se rapportata alla complessità del cosmo, diventa grande e importante, specie nel momento in cui viene vista con la lente d’ingrandimento dello scrittore, autentica icona di quella sensibilità che fa vedere quello che a occhio nudo appare invisibile. E così, “Strade interrotte” parla di storie iniziate, spesso finite presto ma comunque comprese, paradossalmente, dalla parte meno razionale di noi, simboleggiata da due ombre che s’incrociano ogni sera, si amano per non lasciarsi più, nemmeno quando i corpi che li originano hanno smesso da tempo di unirsi. Metafora infallibile dell’unione che riesce a sublimarsi in sentimento puro, come cantava Luca Carboni nella sua struggente “Chicchi di grano”: “bianchi, distesi nel buio i nostri corpi, mentre le anime unite volavano su”. E questi racconti, da leggere tutto d’un fiato, proprio come se si ascoltasse un buon Cd, potrebbero davvero ispirare degli ottimi testi per un bravo “burattinaio di parole” capace di fondere efficacemente musica e parole. C’è la provincia emiliana cantata da Ligabue e Guccini, ma anche l’Aspromonte di certi cd che si vendono nelle fiere della Locride, in cui le storie di antichi briganti diventano occasione per descriverne paesaggio impervio e l’atmosfera unica che vi si respira. “Strade interrotte” è una sorta di slalom tra rimpianti e rimorsi: rimpianto di quello che non ama la donna rivelatasi diversa da come l’aveva immaginata; rimorso di un padre che non si oppone alla fuga in Vespa di un figlio che correrà incontro a un tragico destino. C’è la malinconica ironia della famiglia moderna di una grande città, nella quale l’accumulo di beni superflui mira a compensare carenze affettive ed educative. Un mondo di plastica, nel quale alle sovrastrutture viene data così tanta importanza da farle diventare fondamentali. È il contesto in cui “si produce, si consuma e si crepa” secondo le regole fissate dalle tribù metropolitane. Ma soprattutto, c’è il cuore dell’autore che si racconta nel capitolo finale, una sorta di compendio dello spirito che ha ispirato l’opera, dal quale si capisce che, in fondo, certe strade non si interrompono mai e non c’è distanza o incedere del tempo che tenga. Perché i sogni senza tempo restano. E non importa sapere che spesso viaggiano in strade tortuose e per nulla agevoli. L’importante è che proseguano il loro cammino. E che le strade non s’interrompano mai.
L’ultima sortita del Cainano è di una gravità inaudita. Sentire parlare del Parlamento come di “un’assemblea pletorica e inutile” composta da “tacchini e capponi” che non aspettano Natale; sentire parlare di un Governo che è “un’azienda” mi fa venire la pelle d’oca; definire “estremisti di sinistra” i giudici che fanno solo il proprio dovere mi fa pensare al fascismo. Insomma, oggi più che mai, il pericolo di una svolta autoritaria nel Paese è reale. Quando si riduce il peso del Parlamento (assemblea legislativa i cui membri sono eletti direttamente dal Popolo), si imbavaglia la maggior parte della stampa e si definisce “azienda” il potere esecutivo, significa che si sta attuando buona parte del programma della P2. Voglio ricordare a chi ancora non ha compreso la gravità della situazione, che le aziende, in quanto tali, sono rette dal principio gerarchico e non da quello democratico. Gerarchico. Chiaro? E l’ultimo che ha dato più poteri al premier e ridotto all’impotenza il Parlamento è stato un dittatore in auge per un Ventennio. Ora ci sono le elezioni europee. I gerarchi del Cainano vorrebbero trasformarle in un plebiscito a loro favore, magari approfittando del popolo distratto e indolente, che si appassiona alla storia del culetto di Noemi da Napoli che chiama il premier “papi” e che viene distratto dai tg che negano l’evidenza. Credo che magistratura e stampa siano in pericolo, così come tutte le istituzioni democratiche. E’ per questo che alle europee penso di votare per (ex) magistrati o giornalisti coraggiosi. Per dare loro un segnale di fiducia in un contesto che sta facendo scivolare il Paese verso uno status da repubblica delle banane.
C’era una volta una società che non esonerava mai gli allenatori nel corso della stagione; non lo fece neanche con Gigi Maifredi a inizio degli anni ‘90. C’era una volta una società composta da dirigenti molto competenti calcisticamente, in cui si spendeva relativamente poco e bene, acquistando i calciatori che servivano e riuscendo anche a fare grandi affari.
Oggi, quella società sembra non esserci più: ieri hanno esonerato Ranieri, il tecnico dello splendido terzo posto dello scorso anno, quello del ritorno in serie A. Hanno preso la decisione un pò per accontentare la folla, molto per assecondare i desiderata di qualche “senatore” della squadra e moltissimo per mascherare gli errori commessi in sede di campagna acquisti. C’era una volta una società che aveva un suo stile, che si distingueva; ora, è una società come tutte le altre. Che tristezza!
Stamattina ho sentito alla radio che si chiude oggi la fiera del Libro di Torino, città che non ho mai visitato ma che mi riprometto di vedere appena sarà possibile. Ebbene, il dato più confortante di questa manifestazione che nel suo genere è la numero uno in Italia, è la grandissima partecipazione dei giovani che leggono tanto, tantissimo, sicuramente molto più della mia generazione alla loro età. Quando ero io adolescente, infatti, quelli che compravano i quotidiani erano mosche bianche e i più si fermavano a quelli sportivi. Libri, poi, pochissimi. Oggi, invece, i giovani leggono di più e questo è un dato incoraggiante, visto che noi 30-40enni siamo sempre pronti a bacchettarli e criticarli per qualsiasi cosa. Uno dei pochi libri che lessi quand’ero adolescente fu “Avere o essere” di Erich Fromm, un grande saggio che andava in voga alla fine degli anni ‘70. Parlava di queste due modalità esistenziali e fu per me una lettura davvero illuminante. Ora, 32 anni dopo, mi viene in mente una sorta di subclassificazione delle modalità esistenziali, considerate dal punto di vista dell’attitudine allo studio e alla pratica professionale: c’è, infatti, chi vive all’insegna dei numeri e chi è portato per “le lettere”. In genere i primi sono più pragmatici, guadagnano bene, vivono per lavorare, guadagnare, consumare, pretendere; i secondi, invece, si barcamenano in una perenne precarietà economica, ma si dedicano alla cultura, all’arte, alla letterattura e a tutto ciò che ha a che fare con la creatività. Poco importa che siano molto più poveri dei primi: vivono come piace a loro e oramai sembrano più una riserva di reduci nel sistema capitalista che stritola gli estri creativi e tende ad omologare tutti. Ebbene, sono contento che ci siano tanti, tantissimi i giovani, che vivono all’insegna delle “lettere”. Oggi, le principali figure istituzionali spingono i giovani a studiare ingegneria, matematica, statistica e discipline scientifiche in genere, che garantiscono sbocchi professionali immediati e redditizi. Io, mi trovo meglio con chi vive “per le lettere”, indipentemente dal lavoro che fa e dalla sua situazione economica personale. Ma ve lo immaginate un futuro fatto da tanti piccoli Tremonti?
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