Prove tecniche di tolleranza

Ho sempre sostenuto che in Italia ci siano 58 milioni di commissari tecnici della Nazionale di calcio e altrettanti direttori di giornali. Sì, perchè tutti pensano di sapere cos’è giusto pubblicare e cosa no, a cosa dare visibilità e come riportare le notizie. Tutto ciò ignorando che per arrivare a sedersi in una redazione davanti al cosiddetto “desk” e concordare con colleghi e superiori i contenuti della pagine, occorrono anni e anni di gavetta, e la capacità di apprendere sempre, ogni giorno, senza fermarsi mai o sentirsi arrivati. Le critiche sono sempre ben accette. Ma se sono costruttive, fondate, e soprattutto se arrivano da chi ogni mattina spende un euro per leggere anche quello che hai scritto tu. Ogni tanto è il turno dei soliti noti, che non ti leggono se non sporadicamente e magari “scroccando” il giornale del vicino di casa, che ti raggiungono solo per darti qualche segnalazione su argomenti da approfondire e, non riconoscendo nemmeno l’impegno profuso quotidianamente – che non ti lascia nemmeno il tempo per curare il blog o per uscire, se non nel week end e con grande fatica per poter essere presente a orari decenti – dopo qualche giorno che non hai “risposto” alla loro segnalazione, t’incontrano per strada e, ancor prima di salutarti, ti chiedono : «che tipo di giornalismo vuoi fare?». Quanto basta per mandarli affanculo per direttissima. Questo è un segno di grave mancanza di rispetto del lavoro altrui. Mi sono trattenuto, limitandomi a rispondere che «siamo noi, giornalmente a stabilire le priorità e i temi da trattare». Un modo come un altro per dirgli di non ficcare il naso nel lavoro altrui. Ma c’è voluto un grande sforzo di tolleranza, specie se si pensa che è gente che non mi legge quasi mai. Preferisco passare per scorbutico che intrattenere false pubbliche relazioni con chi non ha la più pallida idea di cosa sia il lungo e tortuoso percorso di formazione giornalistica.

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