Esemplari

gennaio 31, 2011


La foto (pubblicata con gravissimo e imperdonabile ritardo) ritrae la squadra dei “Giovanotti Siderno”, che milita nel campionato Amatoriale. Mangiare una pizza con loro, per una sera, mi ha riconciliato col calcio. Bello lo spirito di gruppo, creato da chi ha fortemente voluto questa squadra che già è tutto un programma dal nome; e dal logo, che ritrae un vecchietto malconcio e che cammina – a stento – con un bastone. Chiaro il riferimento autoironico all’età media -relativamente alta – dei giocatori. Bravo soprattutto mister Carletto Romeo, che concilia il suo spirito brillante da animatore e showman, con un certo rigore nella gestione dello spogliatoio, intervenendo come un sergente di ferro quando qualcuno dimentica le finalità e le peculiarità del sodalizio. Mi hanno riconciliato col gioco del calcio, davvero. Anche perchè non ne posso più di allenatori di Prima e Seconda categoria che si prendono troppo sul serio, che gridano al complotto ordito – a loro dire – da una sorta di Spectre composta da arbitri, giornalisti e Lega Nazionale dilettanti. Quelli che, per intenderci, pensano che la colpa della mancate vittorie e delle squalifiche sia sempre di altri, senza mai interrogarsi o riflettere sulle proprie responsabilità. E purtroppo, nelle categorie più basse sono sempre di più. Per fortuna esistono isole felici come Antonimina, dove si gioca – e bene – senza prendersi troppo sul serio. E come i Giovanotti nell’Amatoriale. Ma quando vedo giocatori e allenatori delle categorie giovanili (Allievi e Giovanissimi regionali) prendere squalifiche per risse, atti di violenza (fisica e verbale) ad arbitri ed avversari, mi domando a quali partite assisteremo tra qualche anno. E’ l’epidemia di “cassanismo”, dal quale nemmeno i più piccoli sembrano immuni. Specie se i loro allenatori e genitori li sostengono quando bisticciano, invece di punirli severamente e in maniera esemplare.


Il cliente ha sempre ragione

gennaio 30, 2011

Di certe cose ti puoi ricordare solo di sabato mattina, quando hai qualche minuto (non di più) di tempo per fare quelle piccole commissioni che durante la settimana non riesci a sbrigare. E così, ieri mattina, ho finalmente trovato il modo di estrarre le griglie del piano di cottura della mia vecchia cucina a gas (ormai logorate dal fuoco dei fornelli) per portarle in quel negozio dove qualche anno fa, dopo un’Odissea durata qualche giorno nei rivenditori del genere della Locride, me la fornirono, dopo aver “rottamato” quelle originali. «Ormai – mi sono detto – vado a colpo sicuro: so che lì le trovo, perché sono rivenditori esclusivisti di quel marchio. E poi qualche anno fa furono così veloci che mi rimproverai il tempo perso ad andare a cercarle in giro». Scendo dalla mia vecchia utilitaria coreana, con la mia griglia in mano ancora sporca. Entro nella “reception” del negozio e la tipa al banco non risponde al mio saluto. Le formulo la richiesta porgendo la griglia nei pressi del banco, quando mi fa «Eh no, se non mi dice il codice della cucina, il modello o almeno il piano di cottura, come faccio a capire che griglia le devo dare, o comunque ordinare? Io la ricerca la faccio tramite computer e devo avere il codice». Mi sono sentito antico, demodé. Uno di quei clienti – per intenderci – ancora abituato ai vecchi magazzinieri col camice blu, che quando gli porti il pezzo vecchio sanno già trovarti quello nuovo o, male che vada, uno compatibile. Invece la tizia no, lei smanetta solo tra i tasti del computer, guarda a video e poi ti dice se il pezzo è in stock o se lo deve ordinare. «Di solito l’informatizzazione agevola le ricerche – commento a voce alta – stavolta invece le rende più difficili». La tipa mi guarda come a dire «Ma che c… vuoi, imbecille, vattene da un’altra parte…». «Eppure – insisto io – qualche anno fa proprio qui mostrai la griglia vecchia e mi diedero subito il ricambio nuovo». «Eh lo so – mi risponde – ma io non le posso fare niente». Le chiedo il numero di telefono – quello del negozio, non il suo – perché qualora trovassi il codice della cucina potrei ordinare il ricambio con una telefonata, evitando il mesto rito di una visita commerciale tutt’altro che cortese. Me lo scrive su un pezzaccio di carta – ma come? Non erano tutti ipertecnologici e informatizzati? – e quando le chiedo l’e-mail me la scrive sotto il numero, ancora più controvoglia. «Visto che siete informatizzati – commento io – ve la posso ordinare così». Credo di essere stato frainteso, perché quando ho ringraziato e ho salutato nell’accomiatarmi non mi ha detto né «Prego», né tantomeno «Arrivederci», rimanendo in un silenzio carico di livore e disprezzo. In realtà non la volevo prendere in giro, ma avevo intuito che, stante la difficoltà a individuare il codice della cucina, l’unica soluzione sarebbe stata quella di fotografare il piano di cottura e spedire la foto ai potenziali fornitori. Tra i quali, ovviamente, non ci sarà il magazzino della signora scortese. Web, pensaci tu!


Straordinaria intuizione

gennaio 27, 2011

La consigliera regionale della Lombardia Nicola Minetti (Pdl), qui ritratta in una foto d’archivio, parla con un’amica dei criteri di selezione della classe dirigente del suo partito, scelti dal suo leader nazionale. Straordinaria la sua intuizione. Illuminante. Ed esemplare. Il vero scandalo è questo, non il bunga bunga o le frequentazioni notturne di Marrazzo. “A lui – dice la Minetti – non gliene frega niente, io ho capito questo. Cioe’ io per la prima volta ho realizzato che lui non mi ha dato quel ruolo perche’ pensava che io fossi idonea e adatta, mi ha dato quel ruolo perche’ in quel momento e’ la prima cosa che gli e’ venuta in mente”, spiega Minetti, “se non ci fossi stata io ma ci fosse stata un’altra l’avrebbe data a un’altra”.


Qualunquisticamente

gennaio 23, 2011

QUALUNQUISTICAMENTE

Non andrò a vedere il film di Antonio Albanese. Un po’ perchè le primissime critiche di persone delle quali mi fido non sono state per nulla benevole; un po’ perchè il riso che inevitabilmente mi provocherebbe la visione di una pellicola del genere sarebbe comunque un riso amaro. Perchè io coi “Cetto La Qualunque” veri ci ho avuto a che fare, e mi dovrò sempre relazionare, visto che mi occupo di politica locale. So benissimo che la realtà supera la fantasia, ma ritengo pure che la spinta propulsiva – minchia, come parliamo, noi veteromarxisti… – del personaggio si sia esaurita da tempo. Ben venga il primo Cetto La Qualunque su Raitre o a Mai dire goal. Venerdì scorso, invece, l’ho visto a Zelig ripetere sempre le stesse cose, fare le stesse battute da diversi lustri a questa parte, e sinceramente mi ha stancato. Tra l’altro, il suo intervento ha fatto seguito a quello di Giancarlo Calabrugovic, altra macchietta del tamarro della periferia milanese di origine calabrese. Mancava solo Franco Neri con la sua valigia di cartone e il cerchio si sarebbe chiuso. Insomma, la Calabria, nell’immaginario collettivo, fa ridere. Involontariamente. E i suoi personaggi sono sempre uguali: rustici, ignoranti, cafoni, cinici e sprezzanti delle regole. Chi vive da queste parti sa che non è sempre così, e che le sacche di resistenza ci sono ma sono sempre più marginali. Ecco perchè preferisco la Calabria dei registi Calopresti e Amelio, dei grandi musicisti come Francesco Loccisano, i Taranproject, i Quartaumentata e Peppe Voltarelli, quello a cui Albanese ha letteralmente rubato la sua “Onda calabra” trasformandola in macchietta sullo stile di Leone Di Lernia. Mi chiedo, alla fine, chi sia il vero rustico sprezzante delle regole.


Solidarietà ai colleghi

gennaio 19, 2011

«I giornalisti, da novembre senza stipendi, denunciano “il perdurare di inadempienze da parte dell´editore”
Stato di agitazione al Quotidiano della Calabria
REGGIO CALABRIA – “L´Assemblea dei redattori del Quotidiano della Calabria, riunitasi il 17 gennaio 2011, constatato il perdurare di inadempienze da parte dell´editore, ha deciso di proclamare lo stato di agitazione di tutto il personale giornalistico con decorrenza immediata”. Con questo brevissimo, ma inequivocabile, comunicato sindacale del Comitato di Redazione, pubblicato nell´edizione di oggi de “il Quotidiano della Calabria”, i giornalisti rivendicano il pagamento degli stipendi di novembre, dicembre e della tredicesima mensilità, delle spettanze ai collaboratori fissi e degli arretrati ai corrispondenti.Il segretario regionale del Sindacato dei Giornalisti della Calabria, Carlo Parisi, ed il segretario generale della Fnsi, Franco Siddi , il 27 ottobre scorso avevano già espresso seria preoccupazione per la crisi editoriale de Il Quotidiano della Calabria e della Basilicata, evidenziando le criticità emerse soprattutto nei ritardi dei pagamenti dei contributi agli istituti di previdenza e assistenza.Carlo Parisi e Franco Siddi, nel sollecitare gli editori a fare immediata chiarezza sulla reale situazione economica dell´azienda e sui tempi di liquidazione delle spettanze dovute, esprimono piena solidarietà ai giornalisti mortificati nella loro dignità di lavoratori. Rinnovando l´impegno a sostenere tutte le iniziative decise dall´Assemblea dei giornalisti e dal Comitato di Redazione, Parisi e Siddi ricordano che la Fnsi è sempre e solo da una parte: quella dei giornalisti. http://www.giornalisticalabria.it/».

Fin qui la nota diramata dal sindacato dei giornalisti sullo stato di agitazione proclamato dai colleghi del Quotidiano. Mi dispiace. Perché al di là della concorrenza e della competitività, sono colleghi che fanno parte, come me, del mondo dell’editoria nazionale, un settore dell’economia tutt’altro che florido, come si evince con chiarezza dalle testimonianze riportate sul gruppo di facebook “Roba da giornalisti”. E mi dispiace anche perché dal 1999 all’inizio del 2006 ho collaborato con quella testata, stringendo anche dei rapporti di amicizia vera. E’ per questo che oggi rivolgo un affettuoso pensiero ed un abbraccio ad amici come Roberto, Fernando, Sigfrido ed Emanuela, ma anche Paride e Lucia. Gente seria, per bene e che sa fare il proprio mestiere. E che non si è mai permessa di gettare fango sulla concorrenza raccontando frottole in giro nel vano tentativo di darsi un tono. Auguro prima di tutto a loro che i problemi vengano risolti al più presto.


Come Pasquino

gennaio 18, 2011

Questa è la rubrica “Luna Rossa” apparsa nella prima pagina di CO di ieri. Fin dal primo giorno la cura il grande Pasquino Crupi, intellettuale meridionalista e di sinistra tra i più apprezzati nell’intera nazione. Sono orgoglioso di avere avuto la sua stessa intuizione che, grazie alla velocità del web, ho potuto esternare già martedì scorso. Hasta siempre professò :-)


Hanno perso tutti

gennaio 15, 2011

Per semplicità d’informazione oggi i Tg hanno dato la notizia della cosiddetta “vittoria del Sì” al referendum sull’accordo per investire nello stabilimento Fiat di Mirafiori, a fronte di qualche grosso sacrificio da parte dei lavoratori, mascherato dall’odiosa e ipocrita espressione “flessibilità nell’utilizzo della forza lavoro”. In realtà, il risultato finale (54% per il sì e 46% per il no) ci dice che non ha vinto nessuno: non ha vinto Marchionne che si ritrova una fabbrica spaccata in due. Non hanno vinto i sindacati che hanno sostenuto le ragioni del sì in buona fede: non credo siano “venduti” o “gialli”, piuttosto penso che credano in un modello diverso di relazioni industriali, in cui la concertazione sia sempre al primo posto pur di ottenere dei risultati tangibili. Proprio quei risultati che ora Cisl, Uil, Ugl & Co. si aspettano in termini d’investimenti: se non dovessero arrivare rimarrebbero “col sedere rotto e senza ciliegie”. Loro e i loro iscritti. E non ha vinto la Fiom: il 46% è uno straordinario risultato ma non basta per conservare diritti acquisiti nei decenni precedenti: certo, la dignità dei lavoratori non ha prezzo, ma la radicalizzazione dello scontro interno ai dipendenti è l’effetto peggiore del “marchionnismo”. Una guerra tra poveri che arriva quarant’anni dopo l’introduzione dell’inquadramento unico che pose fine alla storica contrapposizione tra “colletti bianchi” e “tute blu”. Oggi, queste ultime accusano proprio gli impiegati di essere stati determinanti per la vittoria del sì. Chi sostiene questo, significa che si è arreso alla logica perversa che passa per l’asse Marchionne-Berlusconi-Bossi-Minzolini-Ricucci et similia. Quella dell’individualismo sfrenato e spietato. Non è così che si ragiona, ed ora la sfida principale per i lavoratori e i loro rappresentanti sta proprio nel ricostruire un fronte unitario che solo in questo modo può arginare il marchionnismo. Vero e proprio spettro che da tempo si annida sul mondo del lavoro.


Nico Noce non c’è più

gennaio 13, 2011

Siderno, seconda metà degli anni ’70. La radiolina Mivar faceva pendant col frigorifero Sangiorgio, sopra il quale era eternamente poggiata. Intorno all’una, mandava in onda la marcia della Marina Militare. Era la sigla del radiogiornale di Radio Siderno La Cometa. All’epoca ero molto piccolo e non m’interessavano le news. Però rimanevo ad ascoltarle lo stesso; le trovavo quasi divertenti. Qualcuno, poi, mi disse che quello che parlava alla radio era il papà di Vincenzo. Provai una strana eccitazione. Per la prima volta nella mia vita, infatti, associai un volto alle voci, quasi anonime, che ascoltavo alla radio. Un uomo, in carne e ossa, quello che ogni mattina accompagnava il primogenito a scuola dalle suore, per la primina. Il primo ricordo di Nico Noce è questo: quando scendeva dalla Renault 14 verde per accompagnare Vincenzo nell’istituto che frequentavo anche io. Da ieri non c’è più, e non riesco proprio a smettere di ripercorrere il film di tutti i momenti in cui c’è stato nella mia vita. Le feste in maschera a Carnevale, le partite del Siderno, i lunghi pomeriggi passati a casa sua a giocare coi suoi figli. Era sempre a suo agio, l’avvocato. Anche quando il Catanzaro venne a giocare in amichevole a Siderno e ci accompagnò a chiedere gli autografi di Massimo Palanca e di mister Burgnich. E poi c’era il Nico Noce pubblico, che tutti guardavamo in Tv. Sempre brillante, con la battuta pronta e il calembour a portata di microfono; ma anche colto, preparato e rigoroso.
Lo guardavo in Tv senza nemmeno immaginare che un giorno su quegli schermi sarei apparso io. Lo ritrovai da adolescente, in terza ragioneria. Fu il mio professore di diritto, economia e scienza delle finanze. Materie che tutti studiavamo con passione, perchè le sue lezioni erano le più seguite: per far comprendere meglio i concetti, infatti, ricorreva spesso alle battute, anche alle gag che tutti noi aspettavamo. Ed ora, dopo un quarto di secolo, ricordo ancora a memoria la definizione di negozio giuridico e molti articoli del codice civile. Era avanti, Nico Noce. Troppo avanti. Nel metodo, nell’approccio personale e nell’ironia. Ricordo che annotavo in maniera meticolosa le sue battute sulla seconda di copertina del libro di diritto, che un giorno, un mio compagno particolarmente burlone, diede al professore. Che ci rise sopra. E non poteva essere altrimenti. Nel quinto anno diventai più sicuro di me, tanto da candidarmi alle elezioni per il consiglio d’istituto, che vinsi con una maggioranza bulgara. Presi la cosa molto sul serio, tanto che mi assentai spesso dalle lezioni per andare in giro nella scuola e fare attività “politica”. Io, studente impegnato negli anni del disimpegno e dell’edonismo reaganiano, un giorno ricevetti una doccia fredda da lui. La prima volta che glielo chiesi, infatti, mi accordò il permesso di uscire. La seconda no. E mi disse davanti a tutti che “Tu sei uno di quelli che può diplomarsi con un voto alto e nelle mie ore non esci. Pensa a studiare, invece che alle “cariche” politiche. Ti conosco da quando eri un “cazzino”…”. Tutti i miei compagni scoppiarono a ridere. Ed io diventai paonazzo dall’imbarazzo. Più avanti lo ringraziai. Nella seconda metà degli anni ’90, poi, intraprese, insieme al compianto Ciccio Barbaro, l’avventura editoriale di Locride Sport: mi chiamò a collaborare; anzi, i primi soldini nel mondo dell’editoria li guadagnai proprio lì. Quindi, all’inizio del nuovo millennio, Trs riprese le trasmissioni, e lui, che fu uno dei padri fondatori dell’emittente, c’era e mi chiamò a collaborare. Fu bellissimo. Negli ultimi tempi lo vedevo ogni tanto in giro, ma solo per il tempo di un breve saluto, mentre era seduto al bar con la Repubblica sul tavolo insieme a caffè e sigaretta. Credo di averlo ringraziato qualche volta per avermi introdotto in questo mondo. Ma forse non l’ho fatto abbastanza. Potrei dire tantissime cose belle su di lui, ma non aggiungerei nulla di nuovo ai tantissimi attestati di stima che stanno giungendo ai suoi familiari. Ci manca già. E tantissimo. Ora starà già intrattenendo con le sue battute dense di humor anglosassone gli angeli in paradiso. Semmai dovesse leggere queste righe, sappia che gran parte del mio entusiasmo per questo lavoro è merito suo. Ed ogni volta che parlo alla radio, o vado in Tv, mi ricordo (inconsciamente o meno) di quella radiolina Mivar sopra il frigorifero; della marcia della Marina militare e della sua voce.
Riposa in pace professore


L’inno delle politiche per la famiglia

gennaio 12, 2011
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Frank vagabondo su Yahoo! Video

Non fate ascoltare ai teocon di Udc e Pdl (o come si chiamerà tra poco) questa spassosissima “Mbìatu cu si marita” (beato chi si sposa) del cantautore aspromontano Frank Vagabondo. Ne farebbe un inno pro-famiglia, contro ogni forma di convivenza, pacs e coppie di fatto, appropriandosi indebitamente del delizioso quadro bucolico dipinto in questo videoclip, con salumi gustosissimi, olive verdi e nere, pane casereccio e vino inebriante. Il panorama mozzafiato della montagna vista da Natile Vecchio – vero Pietro? – fa il resto, invogliando persino a contrarre matrimonio. Il testo del brano è meno ironico rispetto agli standard del nostro Frank, e disegna uno scenario idilliaco, di un menage familiare fatto di notti d’amore, cene e pranzi succulenti e feste con parenti e vicini di casa. Non sarà forse troppo ottimista? Va da sè che l’apparente maschilismo del verso nel quale parlando della moglie dice “Quandu a cumandu vaji com’a lu ventu, ed eu cu la chitarra sonu e cantu”, viene spazzato via dalla scena in cui il marito sveste i panni del maschio dominante e rientra i panni stesi al sole. Per vedere il video, basta cliccare sulla scritta azzurra “Frank vagabondo” in cima al post, e magari cantare tutti insieme “Mbìatu cu si marita ca si godi tutta la vita”. Grande Frank! Anima verace del folk calabrese.
P.S.: sto cercando il video de “La zanzara”, la mia canzone preferita del suo repertorio. Se lo trovate, fatemi sapere. Grazie


La scottante attualità dei versi danteschi

gennaio 11, 2011

Adesso la cricca piduista si chiama semplicemente “Italia”. Del resto, a fasi cicliche, ci vuole un “predellino” per rinnovare il look e trovare qualche nome che possa far sorridere i complici di questa sconcertante deriva populista e ingannare qualche fessacchiotto di scarsa cultura. Il logo, poi, è tutt’altro che originale: cerchio azzurro con fascia tricolore e il cognome del capobanda. Manca solo un numero 10 sulle spalle, come a dire…”Sono io il fuoriclasse”. Riesco ancora a provare un senso di nausea, e a riscoprire la scottante attualità dei versi di un poeta fiorentino del ’300: “AHI SERVA ITALIA DI DOLORE OSTELLO, NAVE SENZA NOCCHIERE IN GRAN TEMPESTA, NON DONNA DI PROVINCE MA BORDELLO”. Aveva capito tutto, l’Alighieri. Tanti secoli fa. :-(


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