Lo so, ormai sono diventato un “blogger della domenica”, visto che solo in questo giorno trovo il tempo e la voglia di aggiornare questa mia sempre più trascurata creatura mediatica, ma oggi non voglio perdere tempo e intendo accontentare subito quel simpatico giovane appena incontrato e che mi ha detto che è ora di aggiornarlo, descrivendo le ultime due ore della mia vita.
18,45 Ho un’ora di tempo e decido di spenderla in libreria, l’unica aperta di domenica e la più fornita (almeno così credo) della zona. Per mia sfortuna, si trova all’interno di un centro commerciale e, una volta approssimatomi al semaforo, capisco che molto probabilmente la mia ora di tempo diventerà mezz’ora, visto che già quasi quindici minuti li ho impiegati nella fila. Imbocco la via via dei parcheggi e capisco subito che trovare un posto alla mia piccola utilitaria coreana sarà difficile, visto che – ALLA FACCIA DELLA CRISI – non entra nemmeno uno spillo. Poco prima delle sette e un quarto trovo un parcheggio sfoderando un’inusitata pazienza e già pregusto il giro all’interno degli scaffali dei libri.
19,15 Guadagno rapidamente la scala mobile che mi porta al piano superiore (quello della libreria, appunto) dopo aver dribblato un po’ di varia umanità piena di buste, cassette e involucri vari. Supero in velocità gruppetti di ragazzini con arie da guappi, donne con dei fuseaux che fasciano cosce e culi non proprio statuari e tavoli di gente seduta a mangiare gelati, crepes e dolciumi vari. L’atmosfera è quella di una festa patronale indoor e non mi piace per niente, così come mi disturba la musica in sottofondo e la temperatura impostata dal megaclimatizzatore, intorno ai 25°. Non faccio in tempo a chiedermi cosa spinga la gente a passare la domenica sera in quel posto che già ho raggiunto la tanto agognata meta.
19,20 In libreria si sta bene. Non c’è né musica e né rumore e gli spazi sono a misura d’uomo (anche XL come me). Inizio a fare le mie scelte e spendo l’equivalente di una cena a base di pesce da queste parti. Mi consolo pensando che i libri sono cibo per l’anima e che ora, visto che in cucina me la cavo (soprattutto coi piatti a base di pesce) per mangiare bene non ho bisogno di andare al ristorante
Certo, il libro che a casa sto finendo di leggere (“Il silenzio dell’onda” di Gianrico Carofiglio) nel mio personalissimo (e limitato) orizzonte editoriale rappresenta il top e lo ritengo quasi a livello del suo capolavoro “Il passato è una terra straniera”. E quindi, mostro fiducia nella dinastia, acquistando il romanzo “Radiopirata” del fratello Francesco; quindi, per antica ammirazione nei confronti dell’autore di “Blu notte”, compro anche l’Oscar Mondadori “Il genio criminale”, scritto da Carlo Lucarelli con Massimo Picozzi e, visto che ormai mi sto progressivamente schierando da parte di chi, nel mondo dell’informazione, vuole arginare la deriva giustizialista di certi professionisti del “copia e incolla” delle OCCC compro anche “Giudici”, libro di Einaudi scritto a sei mani: Lucarelli, appunto, ma anche Camilleri e De Cataldo. Secondo me ci troverò qualche spunto interessante.
19,45 In libreria non si va solo per comprare, ma anche e soprattutto per guardare, scrutare tra gli scaffali, curiosare. Il mio atteggiamento laico verso la politica mi porta a bypassare la quantità industriale di saggi scritti dai numerosi rappresentanti istituzionali. Renzi, Veltroni, Bersani scrivono libri. Perfino Cicchitto e Alfano. Ma cosa avranno poi di così importante da dire? Dribblo anche i “derivati” de “La Casta” di Stella e Rizzo, saggio che all’epoca in cui uscì mi fu regalato da amici ma che non finii mai di leggere e che uso come opera di consultazione attraverso l’indice dei nomi quando serve, esattamente come il pesantissimo “Il caso Genchi” di Edoardo Montolli. Vado avanti e scopro che tutti scrivono di tutto. Perfino Ibrahimovic, Barbara D’Urso (Supportata da un espositore ad hoc con foto di una generosa scollatura che fa tanto “over 50″ che si sente ragazzina), Martina Colombari e così via. Non mancano i conduttori televisivi (Vespa e Floris su tutti) e certi autori che meriteranno sicuramente dei miei acquisti futuri.
19,50 Il giro in libreria sta per finire. Prima di pagare, però, mi fermo ancora una volta nello scaffale dei libri dedicati alla criminalità, specie quella organizzata. Oltre ai soliti Gratteri, Nicaso e Saviano, scopro “insospettabili” Alfano e un testo dedicato, addirittura, al mostro di Firenze. Sì, insomma, ora non ci si limita ai fiumi d’inchiostro sui giornali in cui, a mio modesto avviso, si fanno dei ritratti dei criminali in cui, inconsciamente o meno, si regala loro un’aura di fascino misterioso, ma si scrivono tanti libri perché, evidentemente, hanno mercato. L’antimafia professionale, dunque, sembra passare anche da significative esperienze editoriali. L’occhio, però, mi cade su un testo dell’amico Mario Nirta. S’intitola “San Luca mon amour” e mi chiedo cosa ci faccia il romanzo di una delle penne più acute e pungenti della Calabria in mezzo ai mostri sacri della letteratura del crimine. O meglio, se Mario ha scritto un romanzo di ‘ndrangheta, la collocazione in quel banco ci può anche stare; in caso contrario, assisteremmo al solito esempio di pregiudizio spicciolo di chi identifica il paese di Corrado Alvaro con la ‘ndrangheta. La risposta potrà arrivare solo leggendo il libro che farà parte, di sicuro, del mio prossimo carrello della spesa letteraria. Per fortuna, in quel settore della libreria non c’era il mio Taranta Revolution. Ne ho viste due copie nello scaffale degli autori calabresi e son contento che ne siano rimaste solo due, al contrario delle numerose copie di autori corregionali più affermati che invece sono presenti in numero maggiore. Mi sia perdonata, dunque, questa debolezza finale e, prima di prendere la via del ritorno percorro quasi in apnea la strada che mi divide dalla scala mobile, che infilo pensando agli acquisti appena fatti, al libro di Carofiglio che finirò di leggere e a quello di Mario, che ancora non ho capito cosa ci facesse lì. Dopo una ricerca non semplicissima del posto in cui avevo parcheggiato l’utilitaria, prendo la via, obbligata, dell’uscita. Osservo con disistima la fila delle auto in coda al “take away” del fast food con la “M” gialla, fiero del fatto che nel mio paniere di consumo non ci sia spazio per i loro prodotti e quegli odiosi involucri gettati per terra quasi ovunque.


Ho appena letto un paio di recensioni on line del libro di Mario Nirta. A quanto pare la ‘ndrangheta non c’entra nulla. E allora, vi prego, amici della libreria: COLLOCATELO ALTROVE!