Che casino!

gennaio 12, 2012

Il voto parlamentare di oggi contro l’arresto di Cosentino è grave. E non perché riguarda uno che è coordinatore regionale del Pdl campano, ma perché a fronte di una magistratura che ha messo in galera un sacco di gente (disponendo la custodia cautelare per 56 persone su 57 indagate) i membri del Parlamento, cioè i politici, cioè la “Casta”, hanno difeso uno di loro a fronte degli altri 56 che invece si arrangeranno. Insomma, il meccanismo democratico così come concepito da Montesquieu e realizzato successivamente nel corso dei secoli si è inceppato. Già, perché lo stesso si fonda sull’equilibrio tra poteri indipendenti: esecutivo, legislativo e giurisdizionale. In questo caso, quello legislativo, ha posto un veto a quello giurisdizionale, tutelando uno dei “suoi”. Ma c’è anche il caso in cui il potere giurisidizionale, supportato dalle sue articolazioni che non sto qui a elencare, spara nel mucchio, criminalizzando tout court la classe politica in quanto tale, decidendo chi, come e quando può e deve fare carriera, legittimato, s’intende, dal voto popolare. E così, ex PM diventano leader di partito, parlamentari, sindaci. Siamo sicuri che tutto questo accada in un Paese normale? Mentre chi ricopre cariche elettive, e in un momento della sua attività ha assunto decisioni rischiose, riceve avvisi di garanzia, ordinanze di custodia cautelare e, nella migliore delle ipotesi, sputtanamenti puri e semplici. E’ giusto questo? No, sicuramente no. Perché da quasi vent’anni il rapporto tra politica e magistratura si è inceppato. Faccio parte di una generazione che ha vissuto l’epoca di Mani Pulite appena maggiorenne. Allora tutti facevamo il tifo per Di Pietro. Non solo noi poveri cittadini che avevamo sete di giustizia. Anche grandi giornali, conduttori televisivi e intellettuali. Oggi, a distanza di vent’anni che risultati abbiamo avuto dopo quell’ondata? Pochi, quasi nessuno, perché la corruzione c’è ancora tutta. Un’ondata che forse ha generato un’anomalia politica che ha scompaginato gli assetti tradizionali dell’ideologia politica nel suo rapporto con la giustizia. Prima di Berlusconi, infatti, la sinistra era garantista e la destra giustizialista. Perché la prima contribuì in maniera determinante alla fase costituente e sa che le garanzie costituzionali per l’imputato sono un patrimonio, non una comoda scappatoia. La destra, invece, figlia di quell’esperienza dittatoriale durata un Ventennio, era giustizialista, agitava forche e cappi in tutte le sue facce e articolazioni. Poi venne Berlusconi, uno dei pochi risultati, beceri ma tangibili, del ciclone di Mani Pulite. Indagato fino al collo, riuscì nella incredibile impresa di far diventare la destra (populista, pseudoliberale e piduista) “garantista”, mentre la sinistra, stretta nell’abbraccio mortale con Di Pietro, era diventata “il partito dei giudici”. Oggi non si capisce più niente. E chi ci rimette? Non tanto i magistrati, che non pagano le loro responsabilità civili coi risarcimenti per gli errori commessi, ma la Giustizia nel suo complesso. Come uscirne? Non spetta a me dirlo. Sicuramente riacquisendo credibilità nell’agire quotidiano, ma comincio a pensare che non riuscirò a vedere, da vivo, un Paese normale, nel quale il parlamento legifera, la giurisdizione amministra in maniera equa la giustizia e il governo detta una linea improntata al bene comune della Nazione. Al momento, infatti, c’è ancora un sacco di lavoro da fare :-(


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