Un artista controcorrente

Aprile 10, 2008


Forse è il luogo che ha sempre desiderato creare. Anzi, togliamo pure il forse. Damocle Argirò, pittore sidernese, artigiano ed ex ciclista agonista ha inaugurato lunedì sera il suo studio d’arte in contrada Cerchietto a Siderno. La struttura, vicinissima al centro sportivo “Fossa dei leoni” è accogliente e piena di quadri, fotografie, ritagli di giornali, collage. L’occhio del visitatore è subito rapito dalla verosimiglianza dei ritratti.

Primi piani di personaggi locridei famosi. Molti di loro sono vivi e vegeti, altri non ci sono più, ma rivivono nei colori vivaci delle creazioni di Argirò. Ma non ci sono solo i volti più o meno noti. C’è anche spazio per gli angoli di una Siderno che non c’è più, paesaggi bucolici o marini.

E poi foto storiche, come quella scattata alla fine degli anni ’70, quando i principali esponenti politici sidernesi scesero in piazza rivendicando il diritto a un ospedale cittadino, quella stessa struttura che dopo quarant’anni sta velocemente perdendo attribuzioni, fino a trasformarsi in un hospice, un presidio per malati terminali.

Ritratti del “Che” e prime pagine di giornali riempiono le pareti dei tre luminosi locali. Damocle accoglie tutti con lo stesso sorriso e la disarmante umiltà. Una vita controcorrente la sua. Militante comunista da sempre, non ha mai fatto mistero della propria fede politica, fatta di valori e ideali inossidabili, che resistono all’usura del tempo e al crollo dei muri. Ora, dopo quarant’anni di carriera da apprezzato artigiano (per decenni fu l’autore dei carri allegorici del carnevale sidernese) si gode il meritato riposo. Ma uno come lui, da sempre impegnato nel sociale e nello sport (dopo essere stato ciclista agonista ha presieduto una società di atletica leggera) non potrà mai rassegnarsi a una vita da pensionato pantofolaio. Ecco perchè ora che non è più oberato da impegni di lavoro, si può dedicare a tempo pieno all’arte, la sua grande passione.

Ma non solo. Come ammette lo stesso Argirò a margine della serata inaugurale dello studio d’arte: «dobbiamo sfruttare la struttura non solo come studio d’arte, ma anche e soprattutto come circolo culturale, che sia il punto di riferimento di chi condivide certi valori e non vuole appiattirsi sul pensiero unico. Qua potrebbe prendere corpo un circolo d’ispirazione comunista che sia il punto di riferimento della sinistra sidernese, che da un paio d’anni vive una crisi di rappresentatività. Il punto – prosegue – è che la gente che la pensa come noi c’è, ma forse non si sente adeguatamente rappresentata. Basti pensare che i principali partiti della sinistra sidernese non hanno un segretario e molti militanti hanno abbandonato la politica attiva. Potremmo ricominciare il discorso da qui – conclude. Dalle idee, dalla cultura, dall’arte per poi costruire qualcosa di più importante per il futuro».

John Lennon diceva nella sua “Imagine” «you may say I’m a dreamer, but I’m not the only one» (“direte che sono un sognatore, ma non sono l’unico”), e Argirò è un sognatore nato. Ma tra un sogno e l’altro crea, coinvolge e s’impegna. Mica male per un pensionato.


Un bel libro da leggere parte III

Febbraio 8, 2008

Il diario di viaggio di una vita ancora giovane, ma con un grosso bagaglio di esperienze alle spalle. L’eterno conflitto interiore di chi è migrante per scelta, e vive tra l’amore verso la “madre” terra natia aspromontana «che dà amore ma non ha forza di dare speranza» e la “moglie” Imola, città della pianura emiliana dove risiede «che dà tanta speranza, peccando forse in amore», tra ricordi indelebili della propria infanzia e prospettive per l’avvenire dei figli. Tutto questo è “Aspre e calde montagne, dolci e fredde pianure”, di Pietro Sergi, edito da La Mandragora. L’autore, un quarantenne originario di Natile Vecchio e trapiantato in Emilia, ripercorre i passi fondamentali della propria vita attraverso i luoghi, le persone e i momenti cruciali. Lo fa con l’inevitabile nostalgia di chi sa di far parte di una generazione di mezzo, a cavallo tra tradizione e modernità, ma anche con un filo di piacevole ironia. E così, succede che un fenomeno atmosferico mutevole, che la saggezza popolare definisce “’u tempu i susu”, venga descritto come «una sorta di Clemente Mastella meteorologico». Protagonista è la montagna locridea degli anni ’70 e ’80, in cui l’infanzia felice e spensierata a contatto con la natura, lascerà spazio allo stupore e alle emozioni dell’adolescenza, come l’immagine della prima donna che guida un’automobile a Natile, o lo sguardo del fratello maggiore prima della partenza per un’avventura da migrante a sedici anni. Il racconto è arricchito dalle riflessioni dell’autore, e con dei disegni che fissano i momenti salienti. Uno di questi, racchiude un grande valore simbolico. Raffigura un terreno agricolo emiliano, perfettamente arato e ordinato, osservato dal finestrino di uno di quei treni per gli emigranti, gli stessi da quarant’anni a questa parte. Così come Salvatores dedicò nei titoli di coda “Mediterraneo” a «tutti quelli che stanno scappando», l’opera di Sergi può essere dedicata a tutti i migranti che hanno a cuore l’ineludibile bagaglio di cultura e tradizioni della propria terra natia.P.S.: grazie Pietro per le belle parole che hai speso ieri. Buon ritorno


Un altro bel libro da leggere

Novembre 9, 2007

Sono particolarmente contento di questo post. Sia perchè riguarda un bel libro che ho appena letto, e sia perchè mi permetterà di spingere in seconda pagina il “post dei veleni”, quel “Buona domenica” che ha totalizzato oltre 150 contatti pubblicati, alcuni dei quali non proprio felicissimi. Dicevamo del libro. Sono sempre più convinto che la cultura sia meglio dell’edilizia e per questo ho deciso di inserire i miei commenti (non oso definirli recensioni) sui libri che leggo. L’ultimo è quello di Danilo Aceto, classe 1969, esperto di finanziamenti comunitari e musicista che vive e lavora a Roma, ma è originario di Reggio Calabria. “La stidda du catusu”, edito da Laruffa e in vendita a dieci euro è un giallo ambientato nella Reggio del 1975. Una città (i maligni direbbero un “paisazzu”) che veniva da uno dei suoi periodi più bui, con la rivolta popolare per Reggio capoluogo di regione strumentalizzata dall’estrema destra, con Junio Valerio Borghese che proprio a Reggio reclutava squadracce di volontari per il suo tentativo di colpo di stato di qualche anno prima. Ma i moti, i “Boia chi molla” col giallo, non hanno nulla a che vedere. E’ la storia del delitto di un imprenditore di nobili origini, gay e progressista. Uno che va a fare la spesa al mercato e intrattiene buoni rapporti coi sindacati. Il mondo dell’imprenditoria reggina, legata a doppio filo con la ‘ndrangheta, lo odia, e troverà il modo di farlo fuori. Le indagini, sono condotte su un duplice fronte. Da un lato, il commissario Laface, reggino che più reggino non si può, coi suoi amici fidati, i suoi riti, la sua dieta curata dalla moglie Santuzza che gli regala momenti di “intimità tamarra” funestati dalle esalazioni ascellari del consorte; dall’altro, un gruppo di bambini nei quali forse l’autore si riconosce, visto che nel ‘75 aveva sei anni, che vanno al mare insieme alla nonna e scoprono la mano di un cadavere, scambiandola per una stella marina (”la stidda del catusu”, appunto) che poi ricercheranno a lungo, nel momento in cui qualcuno gliela sottrarrà. Non è , ovviamente, il caso di svelare il finale, ma il libro si legge piacevolmente, anche se nei primi capitoli disorienta il lettore con l’uso (forse l’abuso) del dialetto reggino “italianizzato”, anche se poi ci si abitua. A beneficio dei potenziali lettori, però, comunico che quelli che loro chiamano “petrali” sono le nostre “sammartine”, che amo citare in questi giorni, visto che in questo periodo sono particolarmente in voga.


Un bel libro da leggere

Novembre 5, 2007

Io sono uno di quelli ancora convinti che la cultura sia più importante dell’edilizia. E non è solo un modo di dire. Quando posso, leggo dei libri. Certo, non tantissimi, ma comunque sono sopra la media nazionale per quanto riguarda le statistiche dei volumi letti all’anno. Uno dei libri che ho amato tantissimo e che ho letto tutto d’un fiato è stato “La ragazza di Baghdad” di Michelle Nouri, che incontrai la scorsa primavera durante una manifestazione culturale a Siderno. Ma il panorama degli scrittori calabresi è molto meno asfittico di quanto possa sembrare. Grazie alla raffinata rivista culturale “Terza Pagina”, ho conosciuto un libro che ho voluto subito comprare e leggere. Lo ha scritto Vincenzo Giglio, un magistrato reggino di 47 anni, e s’intitola “Il Politico - una storia di casa nostra”. “Il politico” è la storia di un giovane sulla trentina che abita in periferia e non ha un soldo in tasca. Perde il lavoro di cassiere, finisce la storia con la donna che ha sempre amato e si ritrova in mezzo a una strada, col solo affetto della sorella e di un paio di amici fidati. Sembra destinato alla disoccupazione perenne, quando per caso incontra un anziano avvocato senza scrupoli che lo coinvolge in una improbabile avventura politica che, seppur tra le mille perplessità e la miriade di esami di coscienza del protagonista, lo porta fino in parlamento. Non voglio svelare il finale, per ovvi motivi, ma il libro è piacevole da leggere, anche se, a una lettura superficiale, la storia del protagonista Gino Pulejo sembra simile a quella del personaggio interpretato da Silvio Orlando, ne “Il portaborse” di Nanni Moretti. Quello che, per intenderci, dopo anni vissuti da yesman, prova un sussulto di dignità e dice addio alla vita da portaborse e alle sue umiliazioni, sfasciando la macchina sportiva comprata proprio grazie ai suoi servigi allo spietato onorevole interpretato da Nanni Moretti. In realtà, il libro di Giglio, va oltre, ed è lo specchio della degenerazione della vita politica nella cosiddetta seconda repubblica. Si parte, infatti, dall’autoconservazione del ceto politico magistralmente descritta da Gian Antonio Stella nel suo “La casta”, ma il tutto viene calato nella realtà della provincia reggina. E così, assistiamo alla proliferazione di strane liste create ad hoc per difendere interessi particolari. Il partito creato dal burattinaio avvocato Tarantino, infatti, si chiama Pis (Partito delle Istanze Sociali) e stringe accordi indistintamente con destra e sinistra. Il libro fa vivere le tappe fondamentali della vita politica : la campagna elettorale, le interpartitiche per disegnare eventuali assetti di giunta, il cerchiobottismo dei favori una volta eletti, l’ascolto solo apparente dei bisogni dei cittadini e i piccoli grandi agi della vita privata. E proprio quando il giovane Gino Pulejo sembra godersi la felicità, tanto da riuscire a sposare il grande amore della sua vita dalla cui unione nascono due bambine, scopre accidentalmente di essere il pupazzo di un gioco più grande di lui, nel quale la sua figura, la sua candidatura e i successi elettorali sono frutto soltanto del disegno occulto di un “grande elettore”, come si chiamano oggi, un boss della mala da tempo latitante, che per togliersi una sfizio voleva eleggere una sua “testa di legno” in Parlamento. A voi il piacere di scoprire il finale. Di certo, “Il Politico”, edito da Laruffa editore e in vendita a 10 euro, è un libro da regalare a chi si cimenta nell’agone della militanza politica ed è convinto che gli altri condividano i suoi stessi ideali cristallini, il suo impegno disinteressato a favore del popolo. E’ una sorta di vaccino, che apre gli occhi a chi non ha mai avuto a che fare con “la casta”.