IL CONGELATORE, VERO E PROPRIO STATUS SYMBOL DEI TAMARRI

Eccovi il secondo estratto dalle mie modeste riflessioni sul mondo tamarro.

Uno degli scopi principali della vita di ogni buon tamarro è quello dell’autosufficienza alimentare. Ogni tamarro che si rispetti, infatti, ha il suo maiale da allevare per quello che sarà “il giorno più bello dell’anno”, e poi conigli, capre, pecore, vitelli e quant’altro possa dimostrare non un insospettabile amore per gli animali, ma una potenziale provvista per ipotetici periodi di carestia che a dire il vero spesso si traducono in sovralimentazione per sè e per la propria prole. Se a questo si aggiunge che caccia e pesca sono, in genere, gli hobby preferiti dai tamarri e che ognuno ha il suo pezzo di terreno da coltivare, viene fuori non il quadretto bucolico del dolce contadino, quasi un “buon selvaggio” alla Rousseau, ma un meccanismo di accumulazione di risorse alimentari da fare invidia ai kulaki di staliniana memoria.
Scopo precipuo del tamarro, è quello di riempire il congelatore. Più è grande e pieno l’elettrodomestico, più la famiglia tamarra desta l’ammirazione e l’invidia dei vicini di casa. A proposito di quest’ultimi, lo scambio di prodotti dell’orto, rappresenta una forma primordiale di cortesia, l’Abc del buon vicinato, che però trova la sua massima espressione nel “giorno più bello dell’anno”, quello in cui viene ucciso il maiale allevato a suon di avanzi del pranzo e della cena nel corso di un lungo anno.
Dopo aver compiuto un’attenta valutazione della mole raggiunta dalla povera bestiola, e dopo che le condizioni climatiche hanno raggiunto determinati standard, con quel bel freddo secco che dalle nostre parti è una rarità, si decide finalmente (si fa per dire) il giorno del macabro rito, secondo un copione ben collaudato al quale prendono parte alcune figure mitiche, tra cui spicca quella dello “scannatore di porci”, abile nel conficcare la lama al punto giusto e con la dovuta intensità, in maniera tale da provocare un rapido decesso del suino, non prima di aver pronunciato la formula di rito: «morti a tia e saluti a cu’ ti mangia».
Chi riveste il ruolo dello scannatore viene in genere considerato individuo di grande virilità, una sorta di leader di un gioco tanto cruento quanto partecipato.
Non è il caso di soffermarsi sulle modalità di preparazione della “cardara”, ovvero il rito conviviale della preparazione dei prodotti suini, che qualche spiritoso definisce “funerale”. Va detto solo che appena uccisa la bestiola, in genere si preparano le polpette, secondo un canovaccio che prevede che le donne stiano in una stanza a cucinare, e gli uomini a mangiare con avidità queste delicatessen. Attenzione, perchè in ceti ambienti tamarri mangiare tanto è inteso come segno di virilità, e quindi giù di “frittuli, gambuni e micciulli”. «Mangia, mangia, ca tu sì omu». E così, il maschio tamarro viene fatto ingozzare, al fine di creare un surplus di disponibilità calorica da smaltire nell’attività lavorativa e in quella sessuale. Pardon, riproduttiva.
Dal punto di vista sociale, invece, una importanza di primo piano la riveste la “mandata” di frittole al vicino. Consiste in un involucro che può essere un piatto, una teglia o un contenitore in domopak, nel quale vengono inseriti alcuni pezzi di carne suina (in genere le c.d. “frittole”, ovvero gustose frattaglie da spolpare). Dalla quantità dei pezzi e dal loro contenuto si ha una misura molto attendibile della stima che colui che “manda” ha nei confronti di colui che “riceve la mandata”.
Ma se i prodotti del “funerale” suino saranno ricchi di grassi e quindi poco salutari, di sicuro risultano assai gradevoli al palato, specie nelle giornate fredde, accompagnati da un buon vino rosso corposo. Altrettanto non si può dire per l’altro piatto tipico del menu tamarro: la carne di capra, che col suo sapore pungente e selvatico, ricorda molto da vicino l’odore degli escrementi che gli ovini ripongono in certe stradine secondarie. Per molti (tamarri e non) la carne di capra è considerata una prelibatezza, e danno per scontato che possa, anzi, debba piacere a tutti.
Ma il bello non è tanto il piacere della convivialità, quanto stipare involucri di plastica nel congelatore, metafora della quintessenza della vita tamarra e non è un azzardo pensare che nel momento in cui si estrae una busta piena di roba dal congelatore per cucinarla, è un pò come se si perdesse un pezzettino di cuore.

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4 Responses to IL CONGELATORE, VERO E PROPRIO STATUS SYMBOL DEI TAMARRI

  1. marianna ha detto:

    anche stavolta sul costume dei tamarri ci hai preso in pieno. e mi hai fatto in venire in meno quando sono andata a mangiare in una di quelle vecchie trattorie dell’entroterra con vecchi banconi di legno e tovaglie a quadretti. ho mangiato delle uova con le micciunate troppo buone. così ho chiesto al proprietario la ricetta. e lui ha esordito: allora, piggliati u maiali, u scannati, u fati a pezzi e i mentiti nta cardara… io sono stata ad ascoltarlo un po’ basita… senza rivelargli che la mia premessa era: una volta acquistate o reperite le micciunate… come lo friggo l’uovo?!?

  2. Virginia ha detto:

    Mi hai fatto ricordare la mia infanzia, quando a gennaio, poco prima o poco dopo S. Antuono ( S. Antonio Abate protettore degli animali, 17 grnnaio…un po’ scarsino in quel caso come protettore devo dire…) si andava dalla mia nonna materna dove appunto ammazzavano il maiale… e io scappavo giù al fiume stringendo le mani sulle orecchie per non sentire le urla della povera bestia che veniva appesa e sgozzata… una crudeltà inaudita e intollerabile, per me, fin da allora; per anni non sono riuscita a mangiare carne di maiale…
    L’uso del fare le provviste, del riempire il congelatore è un uso legato alla fame atavica della nostra gente e alla convinzione che le cose fatte in casa siano più sane, genuine ed economiche di quelle commerciali, cosa per alcuni aspetti vera; ricordo quando dissi a mia zia che anche le sue melanzane sott’olio erano a rischio botulino e lei mi rispose ‘ Ma che! Quella schifezza c’accattati ‘int’i magazzini è abbelenata, ma a rrobba mia è n’ata cosa!’ e non ci fu verso di farle cambiare idea!

    P.S. Le frittole, se sono quelle che si usano da me, si chiamano anche cicole, o cicoli, o ciccioli e si ricavano dalla sugna sciolta, si friggono e da me ci si fa un golosissimo pane con frittole e pepe, ‘o tòrtino: slurp!
    Però mi sfugge che cosa sono le micciunate..mi sa che me l’hai anche già spiegato un’altra volta… saresti così gentile da ridirmelo? Abbi pietà per la poca memoria della terza età…;-)

  3. gianlucalbanese ha detto:

    Allora, rispondo a Virginia in base alle mie modestissime conoscenze in campo gastronomico. Mi sa che le micciunate siano proprio le vostre cicole, o ciccioli. Sono molto golose, se consumate insieme a un piatto di spaghetti e del peperoncino piccantissimo. Un’esplosione di gusto, tipicamente invernale, da completare con un bicchiere di vino rosso, secco e corposo. Le frittole, invece, sono dei pezzi di carne e cotenna bolliti in una megapentola denominata “cardara”. Rimangono uniti all’osso, che quindi va spolpato. A me piacciono molto i pezzi di “magro”. Da tutto quanto sovraesposto, quindi, si evince che una-due volte all’anno, in pieno inverno e con un bel freddo secco che in queste settimane desidero tanto, anche a me piace mangiare queste cose. D’altronde…”semel in anno licet insanire”. Una volta, però, esattemente nel mese di luglio 2003 le ho assaggiate fuori stagione. Ricordo che al mare c’erano quasi 40 gradi, mentre io ero per una due giorni congressuale del mio sindacato a Gambarie d’Aspromonte. Si stava benissimo, e la sera si usciva col maglioncino “di filo” e di notte ci voleva la coperta per dormire. Una sera, all’albergo, servirono proprio le frittole, che non piacquero a un amico di Reggio che lavora a Vibo, intenditore di vini e… di frittole. A me, invece, fecero provare l’ebbrezza della “cardara fuori stagione”. Poi, le ho viste anche in una bancarella a margine del festival jazz di Martone e pare le vendano anche nelle feste patronali. Insomma, è un’inflazione di frittole! 😀

  4. max reale ha detto:

    conosco uno scannatore talmente abile nello sferrare la coltellata che lo stesso maiale, morente, si e’ complimentato con lui per la sua potenza e precisione….!

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