Dieci anni senza Faber

Non metto mai sul blog i miei articoli “seri”. Stasera faccio un’eccezione, con questo pezzo pubblicato stamattina nei “Quaderni” di Calabria Ora, dedicati a Fabrizio De Andrè a dieci anni dalla sua scomparsa. E’ il mio modestissimo tributo a questo sublime poeta.

«Avete costretto un povero vecchio a un supplemento di lavoro: sarete puniti con una canzone in genovese». Fu ironico Fabrizio De Andrè, nel rivolgersi al pubblico del teatro al Castello di Roccella Jonica che gli chiese il bis al termine di uno dei suoi ultimissimi concerti, a fine agosto del ‘98. Qualche mese dopo, la malattia che ne stava irrimediabilmente indebolendo il fisico, fiaccandone ogni resistenza, finì per sottrarlo a questo mondo. Dieci anni esatti fa. Lontano dal suo pubblico ma soprattutto dagli “ultimi” che aveva sempre cantato e amato, pur essendo di estrazione sociale opposta. Figlio di un alto dirigente di una grossa industria alimentare, studiò dai gesuiti, ai quali fu affidato l’inutile incarico di “metterlo in riga” dopo qualche intemperanza manifestata alla scuola dell’obbligo. La missione dei severissimi adepti di Ignacio De Loyola fallì miseramente. Quella non era casa sua. Lui stava bene nei “carruggi” della “Città vecchia”, a via del Campo. Posti in cui i rampolli dell’alta borghesia non ci andavano, se non a tarda sera, in incognito, per fruire delle prestazioni di qualche prostituta per la quale il «vecchio professore» cantato proprio ne “La città vecchia” «dilapiderà mezza pensione, diecimila lire, per sentirsi dire “micio, bello e bamboccione”». “Faber”, questo il soprannome attribuitogli dall’amico Paolo Villaggio col quale scrisse insieme “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers” odiava l’ipocrisia borghese, e amava “Bocca di rosa” , la “graziosa” di Via del Campo e tutti i soggetti che popolavano quelle viuzze strette, quelli che «se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo». Persone da comprendere e da non condannare, come il travestito brasiliano di “Princesa” dell’album “Anime Salve” del 1996. La musica lo distolse dagli studi universitari, ma lo portò al successo quasi immediato, già nei primi anni ‘60. Con “La ballata dell’eroe” iniziò il filone antimilitarista del quale fecero parte, tra le altre, “La guerra di Piero” e “Fiume Sand Creek. Nei primi anni di una quasi quarantennale carriera in cui pubblicò una quindicina di album, tradusse le canzoni del francese George Brassens, come la celeberrima “Il Gorilla”, in cui l’arroganza di un giudice si spense di fronte all’esibizione di virilità del Primate che «considerato un grandioso fusto, da chi l’ha provato però non brilla, nè per lo spirito nè per il gusto». Lo stesso giudice cantato ne “Il nano” che diventa magistrato per sfogare le frustrazioni accumulate in decenni di feroci sfottò per la bassa statura. Odiava i potenti, De Andrè, ma perdonò perfino i rapitori dell’anonima sarda che lo tennero quattro mesi sotto sequestro insieme alla compagna Dori Ghezzi nel ’79. “Hotel Supramonte” parla proprio di quell’esperienza in un tugurio tra le lucertole che si azzuffavano tra loro e gli ispirarono “Zirichiltaggia”, scritta in dialetto sardo, che ebbe il tempo di imparare bene durante la prigionia. Non fu l’unico punto di contatto tra la sua poetica e i fatti del suo tempo. In “Storia di un impiegato” raccontò il Maggio francese vissuto da chi avrebbe voluto partecipare alla rivolta pur oppresso dalla routine del lavoro e finì per diventare bombarolo. In “Nuvole” descrisse le maniere ossequiose di una guardia carceraria che divenne lacchè del detenuto boss della camorra Raffaele Cutolo, e la fine delle speranze e delle utopie del Novecento in “La domenica delle salme”. Da dieci anni non è più con noi. Ma le sue opere continuano a vivere nel cuore di tante generazioni, comprese le ultime. Succede a tutti gli artisti che creano qualcosa di eterno.
GIANLUCA ALBANESE
g.albanese@calabriaora.it

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6 Responses to Dieci anni senza Faber

  1. Virginia ha detto:

    Che bell’articolo, Gianluca!
    Io non so scrivere bene come te e nel mio blog ho salutato Fabrizio con le sue stesse parole, che egli scrisse per Tenco in ‘Canzone di gennaio’ .. quasi profetico questo titolo, giacché fatale sarebbe stato gennaio anche per lui.

    Lascia che sia fiorito
    Signore, il suo sentiero
    quando a te la sua anima
    e al mondo la sua pelle
    dovrà riconsegnare
    quando verrà al tuo cielo
    là dove in pieno giorno
    risplendono le stelle…

    Fabrizio De André- Canzone di gennaio

  2. Pietro ha detto:

    …nel dormiveglia della corriera, lasciò l’infanzia contadina, corro all’incanto dei desideri, VADO A CORREGERE LA FORTUNA…

    Inutile che mi ripeta, Faber è stato, per me, il più grande in assoluto!

    Città vecchià è fantastica, così come tutte le altre!

  3. Luigina Salmaso ha detto:

    Emozionante, è riuscito a trasmettere sensazioni delicate e sincere…
    Mi scusi…di solito non commento…

  4. gianlucalbanese ha detto:

    Ringrazio tutti voi per le belle parole e invito Luigina ad abbandonare il formalismo: come vedi, ho messo il tuo blog tra i miei links amici 🙂

    Ad Alejonica dico che sono al corrente del passaggio di Annamaria e le auguro le migliori fortune. Sui volti nuovi a Trs dovresti chiedere ad Antonio. In ogni caso, una grande novità è il programma di Franco Blefari che sta riscuotendo ampi consensi.

  5. Luigina Salmaso ha detto:

    Il tuo blog risulta interessante perché traspare molta sincerità e spesso una grinta sempre molto educata… allora posso aggiungere anch’io il tuo blog tra i miei links preferiti e qualche volta commentare? Sarebbe bello. Grazie.
    Una cosa sola che non c’entra nulla : il mare della Calabria è stupendo…

  6. gianlucalbanese ha detto:

    Certo che puoi, Luigina. I blog sono fatti per questo 🙂

    Sul mare…beh:oggi sicuramente non è la giornata migliore per apprezzarlo e ora dalle foto del mio ultimo post capirai…

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