China blue

gennaio 31, 2010

Il documentario andato in onda ieri sera su Current Tv (ch. 130 del pacchetto di Sky) sembrava un film, uno di quelli che fanno commuovere e anche un po’ indignare. Invece era realtà, purtroppo. Si trattava di un viaggio all’interno del capitalismo più spietato e sfrenato, praticato in uno stato nominalmente comunista come la Cina, attraverso la storia di una ragazza di 17 anni, che lascia la sua famiglia e il suo paese di campagna, prende per la prima volta in vita sua un treno e, dopo due giorni e mezzo di viaggio, arriva a Canton, laddove si fa assumere come operaia in una fabbrica di jeans che ha clienti in tutto il mondo, soprattutto in Europa. Senza diritti, senza una vita privata e con la speranza di un futuro migliore che svanisce dopo le prime angherie subite dal titolare e dai capireparto, la vita della ragazza scorre tra interminabili giornate a togliere i fili in eccesso dai pantaloni e i sassolini dalle tasche – i jeans sono realizzati con la tecnica “stone washed” – e le sue giornate lavorative oltrepassano, spesso, le 16-17 ore, inframmezzate da pasti aziendali che hanno le sembianze di una ciotola di riso mal condito, e finiscono nei dormitori a dieci piani condivisi con le altre operaie. Tante le scene di vita quotidiana che fanno inorridire: dai secchi d’acqua calda comprati in azienda per potersi lavare, ai dodici lettini in una stanza, alla vergognosa prassi che prevede che il primo stipendio di un lavoratore assunto non venga pagato. In un paese senza diritti – men che meno di sciopero – senza contrattazione collettiva e nel quale i salari vengono stabiliti con la tecnica del cottimo, o in base al prezzo delle commesse pattuite con clienti internazionali senza scrupoli. Unica speranza della protagonista e delle sue colleghe, è quella di tornare a casa per Capodanno, trascorrere qualche giorno in famiglia e poi…tornare nel solito inferno, fatto di stipendi non percepiti e di condizioni di vita tutt’altro che dignitose. Il cosiddetto “miracolo economico” cinese passa da lì. Da milioni di storie come questa. E ho ancora nelle orecchie quando qualche autoproclamatosi macroeconomista diede un’ulteriore dimostrazione della propria ignoranza, lodando il sistema di produzione cinese, definendolo «esempio di efficienza e operosità, che tra qualche anno farà fallire tantissime aziende italiane ed europee. Fossero tutti lavoratori come i cinesi, l’economia sarebbe molto più avanti», disse il cretino in questione. Io, che non ho mai capito niente di macroeconomia, osservai che «quel sistema è destinato a scomparire, perché quando i lavoratori poveri avranno coscienza dei loro diritti e si stancheranno di farsi sfruttare, il livello dei salari dovrà inevitabilmente crescere e quindi l’economia cinese perderà il proprio “vantaggio competitivo” rispetto a quelle degli stati…civili». Mi risposero che ero il solito sindacalista occidentale e vetero-marxista. Oggi, dopo aver visto il documentario in Tv, ho letto Vittorio Zucconi su Repubblica dire che «il c.d. “miracolo economico” cinese è in realtà basato su un corso artificiale dello yuan, la moneta nazionale». Insomma, sarebbe un bluff “all’occidentale”, quasi come la bolla finanziaria che diede inizio alla grande crisi. Tra la spiegazione rozza e laburista fatta da me e quella molto più autorevole e scientifica di Zucconi c’è un denominatore comune: la convinzione che il crack del c.d. “miracolo cinese” sia prossimo. Tornando al documentario, non posso non ricordare il tenerissimo finale, quando la protagonista scrisse un bigliettino che mise nella tasca di uno di quei pantaloni che sarebbe stato acquistato in chissà quale posto del mondo. Non era un messaggio in bottiglia, né un S.O.S. al mondo, ma una domanda ingenua: «vorrei saper chi sei, da dove vieni e cosa fai, tu che sei così alto e grosso da comprarti questo paio di jeans…». Com’era bella la Cina delle risaie e delle biciclette! NESSUNO, PIU’ AL MONDO DEV’ESSERE SFRUTTATO!

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Addio, maestro

gennaio 30, 2010

ROCCELLA JONICA Antonio Russo non ce l’ha fatta. Lo stilista di Bivongi, famoso per essere stato per trentadue anni il patron della rassegna internazionale di moda sartoriale, ha ceduto alla grave malattia che da quasi un anno lo affliggeva. Con lui, se ne va uno dei più grandi creativi nel campo della moda nazionale. Ma non solo. Cresciuto nella bottega artigianale del “maestro” sarto del paese, rappresentava l’emblema di chi l’arte della sartoria l’aveva imparata da piccolo, con passione sacrifici e dedizione, fino a raggiungere nell’età adulta il successo e i riconoscimenti internazionali. Già, perchè da quando, quasi quarant’anni fa, fece sfilare le sue creazioni e quelle dei giovani stilisti emergenti di tutta Italia sul palco di Roccella Jonica (paese che lo adottò e nel quale mise famiglia) il maestro divenne lui, prese per mano i giovani talenti di un mondo fatto di stile, buon gusto e tanta passione. E così, nella Locride si respirò per tanti anni l’aria della romana piazza di Spagna, o del triangolo della moda nel centro di Milano. Tutto ruotava attorno a lui. Alla fama che aveva conquistato, facendo sfilare, per decenni, stilisti emergenti insieme a grandi griffe come Luciano Soprani, Marelles Ferrara, Rosy Garbo, Egon Von Furstenberg, Litrico, Yoshinori Shimizu, e soprattutto elevando l’immagine della Calabria migliore nel mondo. Quella regione che alla fine fu con lui un pò ingrata. Già, perchè gli ultimi mesi prima di ammalarsi, Antonio Russo li spese per condurre una battaglia rivelatasi, alla fine, perdente. Chiedeva che le massime istituzioni regionali continuassero a finanziare la “sua” rassegna di moda; un appello, questo, alla fine rimasto inascoltato. Avrebbe voluto continuare ad aiutare e lanciare i giovani talenti, il maestro di Bivongi, sempre garbato, sorridente e generoso con tutti, seppur col grande rigore professionale che metteva quando sedeva nel suo centralissimo atelier di via Roma a Roccella. Ai giovani sarti mancherà una grande guida; a chi l’ha conosciuto e apprezzato, mancherà una grande persona.

GIANLUCA ALBANESE
g.albanese@calabriaora.it


Troppo cioccolatoso

gennaio 29, 2010

Finalmente siamo giunti all’epilogo della parentesi di Ciro Ferrara sulla panchina della Juventus. In questo inutile blog sono stato tra i primi a notare e “denunciare” il “non gioco” di una squadra che non era nemmeno l’ombra di quella compagine grintosa, reattiva, propositiva e orgogliosa allenata da Claudio Ranieri, che i “cervelloni” di Secco, Blanc & Co. hanno pensato bene di trattare a pesci in faccia, forse per andare incontro ai desiderata di qualche senatore della prima squadra. Ma, come dicevo, la parentesi è finita. E la dimenticheremo in fretta, come abbiamo dimenticato i vari Maifredi, Marchesi, Ancelotti (quando c’era lui giocavamo proprio male…) e qualcun altro che forse dimentico. Ci ricorderemo di Ciro Ferrara come di un grande difensore degli anni ’90 e dell’inizio del nuovo millennio, uno col quale abbiamo vinto tanto, uno simpatico e bravo dentro e fuori dal campo, quando faceva gli scherzi – memorabile quello fatto insieme a Di Livio a Fabrizio Ravanelli per “Scherzi a parte” – e quando cantava in maniera stonata il jingle pubblicitario della Danette Danone. Ora ha cambiato anche jingle. Si limita a mangiare e ripetere, in maniera quasi inebetita “troppo cioccolatosa”. E forse, da allenatore è stato così: “troppo cioccolatoso”, troppo amicone e incapace di imporsi sui senatori, sui giovani e su qualche prezzolato ex campione del mondo, forse arrivato in bianconero per avere quel po’ di visibilità che basta per sperare in una nuova convocazione in nazionale. Staremo a vedere. Ora abbiamo un allenatore. Perchè Alberto Zaccheroni ha dimostrato di essere un bravo allenatore. Purtroppo, non potrà fare miracoli in pochi giorni, ma tra un mese voglio vedere una squadra che valga la pena guardare in Tv. Ieri, ovviamente, ho preferito guardare Anno Zero. Sapevo che non mi sarei perso niente. In bocca al lupo, Zac! E a voi dirigenti, chiedo una cosa: ma se Zac dovesse fare bene, perchè non fate un programma pluriennale con lui, piuttosto che ricercare soluzioni esterofile che sicuramente non sono la bacchetta magica? Meditate, gente, meditate!


Una bella trilogia da leggere

gennaio 28, 2010



Conoscere il lato più oscuro della storia repubblicana; quello che non riconosce il XXV aprile; quello del neofascismo e delle sue collusioni (servizi segreti, massoneria deviata); quello delle stragi di innocenti (piazza Fontana, piazza della Loggia, stazione di Bologna ecc.); quello dei colpi di stato mancati per poco. E magari capire che dietro i cosiddetti “progetti di modernizzazione dello stato in senso presidenziale”, si celano sempre i soliti disegni, più o meno eversivi, siano essi di origine piduista o nella solita chiave anticomunista; capire da dove vengono attuali sindaci (Alemanno), dirigenti politici (Rauti, Tilgher ecc.) e anche giornalisti e dirigenti della pubblica amministrazione.
Quanti significati ha la bellissima trilogia del collega del Tg2 Nicola Rao! Tre libri da non perdere per chi, come me, ha sete di conoscenza di un periodo non vissuto, di una cronaca troppo presto dimenticata che non è ancora storia contemporanea nei libri di scuola e università. Certo, qualcosa la ricordo. Ricordo benissimo la strage della stazione di Bologna, anche se avevo appena dieci anni da compiere. Quei binari erano il primo punto di arrivo dei viaggi natalizi della mia famiglia. Oggi, da adulto, mi chiedo ancora il perchè di un gesto criminale del genere. Confesso di aver letto solo il secondo volume “Il sangue e la celtica”, ma non vedo l’ora di leggere il precedente “La fiamma e la celtica” e il successivo “Il piombo e la celtica”, perchè sono interessantissimi, scritti molto bene e pieni di documenti e dichiarazioni di chi quegli anni li ha vissuti, da assassino (anche stragista), da criminale impunito (troppo spesso…), da esaltato colluso con le trame più nere dell’apparato statale, o da semplice ragazzaccio che per sembrare “qualcuno” picchiava e uccideva. La trilogia di Nicola Rao, ci ricorda alcuni tra i personaggi più oscuri della storia repubblicana, per non dimenticarci della loro esistenza. E magari – questa è una mia considerazione – farci capire che il rischio di una svolta autoritaria in questo Paese dalla democrazia giovane ma assai cagionevole di salute, è sempre dietro l’angolo; sia esso fatto da manganelli e olio di ricino; da piombo omicida; da spot televisivi con sorrisi a 32 denti e barzellette da vacanza in crociera.


Hobbes docet

gennaio 27, 2010

Quanto sta accadendo in queste settimane nel panorama politico calabrese è quantomeno desolante. Sembra di rileggere il Leviatano di Thomas Hobbes, pubblicato nel 1651, specie nella parte in cui spiega come i moventi individuali degli uomini siano dettati da una sola “stella polare”: L’AUTOCONSERVAZIONE. Ma sì, l’unico scopo dei politici calabresi sono le poltrone, quelle da incollare al sedere in maniera permanente, ammantando questo atteggiamento con significati programmatici, politici, e chi più ne ha più ne metta. Lo so, sto scoprendo l’acqua calda, ma in questi giorni hanno davvero superato ogni limite. Eccovi alcuni esempi illuminanti.

SINISTRA: gli ex “fratelli coltelli” PRC-PDCI ora sono federati, ma non in nome delle battaglie a favore del proletariato, bensì nella speranza di superare lo sbarramento imposto dalla legge elettorale regionale; se pensiamo a quanto sta accadendo, è il male minore.

PD: partito di maggioranza relativa nell’attuale coalizione di governo regionale. Esprime il governatore uscente, ma non vuole candidarlo, perché, pur riconoscendo i buoni risultati del lavoro svolto dall’esecutivo (che ha fatto molto meglio e di più di chi lo ha preceduto – la giunta di centrodestra guidata da Chiaravalloti, amico di gioventù di Berlusconi – e quindi avrebbe tutti i titoli per ricandidarsi) non lo vuole ripresentare perché non sarebbe gradito ai suoi potenziali alleati. E quindi? Il partito “strutturato”, quello delle primarie interne, prima si cala i pantaloni davanti all’Udc; lo scudo crociato sfrutta la sua capacità di seduzione, e “gliela fa annusare”, al punto tale che il PD annulla le previste primarie per eleggere il candidato alla presidenza della Regione, che avrebbero visto la competizione tra il governatore uscente Loiero, il presidente del consiglio regionale Bova e un candidato vibonese, Censore. «Ma sì – avranno pensato – che le facciamo a fare le primarie, tanto siamo già d’accordo con l’Udc e vinciamo». Erano talmente d’accordo che subito, senza primarie o eccessive consultazioni, avevano offerto la candidatura alla presidenza della Regione a un giovane uddiccino, quel Roberto Occhiuto che con grande simpatia è intervenuto anche su questo inutile blog. Poi, che succede? Succede che l’Udc, dopo aver sedotto il Pd, lo abbandona e torna col suo ex: Il Pdl. «Ma sì, è stata solo una sbandata», avranno pensato quelli dello scudo crociato. Ora, da quasi una settimana, il Pd calabrese brancola nel buio: non sa se deve fare le primarie, non sa chi candidare alla presidenza e sa solo che non vuole candidare il governatore uscente, il quale con l’orgoglio di chi ha passato una vita a fare politica, non vuole mollare sul più bello e minaccia di candidarsi in maniera autonoma. Ma non solo. Dopo aver collezionato un sacco di “due di picche” dall’alleato scomodo Italia dei Valori (che da diversi mesi ha scelto di candidare un bravo e onesto industriale del tonno, ma alla prima esperienza politica) ora il Pd torna alla carica, ed è pronto a calarsi di nuovo i pantaloni, stavolta davanti a Idv, e presentare una coalizione comune, lasciando intendere che il candidato comune alla presidenza potrebbe essere proprio lo stesso Pippo Callipo (l’industriale del tonno) o – e questa è un’ultima ora – il presidente di Confindustria De Rose (previo accordo e placet di Callipo, ovviamente…). Che significa? Significa che un partito piccolo, le cui strutture regionali e provinciali sono COMMISSARIATE DA MESI, e che ha perso una fetta consistente di militanti e dirigenti, (che non avevano approvato la scelta di correre da soli, ma che volevano rimanere attaccati al centrosinistra) TIENE IN SCACCO IL PD, il partito strutturato, potente, di maggioranza relativa e leader della coalizione uscente. Ora ci sarà sempre qualcuno del Pd (magari in buona fede, come Pablo e Pietro) che mi dirà che sto estremizzando il concetto, ma mi sa che la realtà è proprio questa…«conzala comu voi, è sempre cucuzza».

PDL: dopo anni di opposizione fiacca in consiglio regionale, in cui ha rivelato in maniera palese la propria incapacità di essere alternativa al centrosinistra – quando Marco Minniti propose di tornare alle urne a metà consiliatura i pidiellini si nascosero sotto gli scranni consiliari e naturalmente non colsero l’attimo – ora si propone come probabile vincitore delle elezioni regionali, dopo aver fatto un coordinamento regionale e cinque provinciali che hanno suscitato molti “mal di pancia” (nella migliore delle ipotesi) o purghe staliniane mascherate da dimissioni (nella provincia di Cosenza). Candida alla presidenza uno come Scopelliti che ha fallito come sindaco di Reggio, come assessore regionale (quando lo è stato) e che si propone a fare “il sindaco della Calabria”. Ma non solo. Se è vero che nei propri coordinamenti c’è una significativa presenza di socialisti (che però hanno sposato il progetto politico pidiellino in tempi non sospetti, da più di un anno) e che gli ex aennini sono stati trattati a pesci in faccia, ora, in fase di composizione delle liste, sta imbarcando di tutto. Esuli dal centrosinistra e forse anche chi se n’era andato sbattendo la porta, passando gli ultimi due anni a dire peste e corna del Pdl calabrese. Francia o Spagna, purché se magna, dunque, tanto per la distribuzione dei posti c’è sempre il caro, vecchio, manuale Cencelli.

MPA: è stata la grande novità dell’ultimo biennio, alla quale molti hanno aderito con grande entusiasmo, mentre altri lo hanno fatto, probabilmente, per convenienza. Il progetto politico è – forse è meglio dire era – importante, ed era stato premiato da ottimi consensi elettorali, sia alle Politiche del 2008 che alle Europee del 2009. Ora, il movimento di Lombardo, che in Sicilia è stato capace di cambiare volto al governo regionale, sembra un autobus dal quale molti vogliono scendere – o sono già scesi, come l’unico parlamentare calabrese Elio Belcastro – in fretta, attirati da altre e ben più seducenti sirene. Alla faccia del progetto politico, di partiti e dei governi nazionali che dall’unità d’Italia ad oggi hanno sempre discriminato il Mezzogiorno, dell’esigenza di partire dal basso, dei tavoli tematici e dei circoli territoriali.

E allora, cosa dovrebbe fare un elettore libero in Calabria? Fare come Fantozzi che quando va a votare butta la scheda nello sciacquone, o cercare col lanternino qualche candidato che valga quella “x” a matita sulla scheda? Io non mi arrendo, e voglio cercare ancora.


Ve lo do io il laboratorio politico…

gennaio 25, 2010

La vittoria, schiacciante, di Niki Vendola alle primarie in Puglia è l’unica bella notizia di ieri. E non solo perchè il governatore uscente è “molto più a sinistra” del suo concorrente Boccia; soprattutto perchè è la vittoria dei cittadini contro la partitocrazia. Chi voleva calare dall’alto l’accordo con l’Udc, spacciandolo per “laboratorio politico nazionale” – Calabria docet… – è stato servito: la gente ha scelto il “suo” candidato alla presidenza, con una percentuale così alta che lascia ben sperare anche in vista delle elezioni regionali. Spero che serva da lezione. In primis al Pd, che ora sarà chiamato ad appoggiare lealmente la candidatura di Vendola senza provare a fare la “giobba”; senza doppiogiochismi, insomma. Per oggi si festeggia. A ritmo di taranta. El pueblo, unido, jamas sera vencido. E “el pueblo” ha deciso: il suo candidato è Niki Vendola


Fatalità

gennaio 24, 2010

Come sempre, le disgrazie non vengono mai da sole. Nel giorno in cui il patto d’acciaio Pdl-Udc ha di fatto sancito la consegna della Regione Calabria a Scopelliti, in un attimo fatale, sono scivolato in una strada con una forte pendenza, una di quelle traverse così caratteristiche dei nostri borghi antichi, che amo così tanto. E non è stato uno scivolone qualsiasi. Già, perché anche quando mi faccio male, amo fare le cose in grande: trauma distorsivo al ginocchio sinistro con sospetto strappo del quadricipite. Che tradotto in soldoni significa almeno un mese con le stampelle, senza guidare, senza camminare (se non con le stampelle, appunto) con un’attività giornalistica inevitabilmente ridotta e limitata e una vita in casa. Per uno iperattivo come me è una punizione durissima. Ma non c’è alternativa. Pazienza, ora vado. Devo farmi l’iniezione di eparina nella pancia 😦 Verranno tempi migliori