Metabolismo padano

febbraio 28, 2010

Aver visto, poco fa, delle persone uscire da una pizzeria intorno alle 19,30 mi ha riportato a una serata bolognese dell’inverno del ’93. Ero di passaggio, ed insieme ad alcuni amici mangiammo una pizza prestissimo, intorno alle 19, più per ingannare l’attesa del treno che ci avrebbe riportato in Calabria che per reale appetito. Da noi, infatti, prima delle 21 non se ne parla neanche di cenare, e non so se sia il metabolismo ad essersi adeguato alle nostre abitudini, o l’esatto contrario. Ma torniamo ai miei ricordi della serata bolognese. Nei locali sotto ai portici era pieno di gente. Soprattutto comitive di anziani allegri, vitali e anche chiassosi. Li guardavo con ammirazione e un filo di tristezza, pensando ai nostri vecchietti che la sera non uscivano mai e che vivevano rari momenti di socialità nelle panchine di una piazza ma fino al pomeriggio. Pensai che in fondo era anche merito della cultura, di quell’aria progressista, dotta ed evoluta di «Bologna la grassa e l’umana, già un poco Romagna e in odor di Toscana». Guazzaloca non era ancora stato eletto sindaco e gli scandali sessuali o venivano nascosti dal sacrosanto diritto della privacy di tutti (anche dei politici, dunque) o erano tollerati in una città serena e godereccia, che non ho avuto la fortuna di “vivere” da studente come molti miei amici, dei quali non perdo l’occasione di ascoltare gli innumerevoli aneddoti frutto della loro carriera universitaria. Ora guardo con un occhio più disincantato alla politica, e l’unico interrogativo che mi è rimasto è questo: ma come fanno ad avere appetito prima delle 19 dopo aver pranzato a base di tortellini, tagliatelle all’uovo condite da sughi elaborati e ipercalorici e poi brasati vari per secondo? Boh, forse dipende dal metabolismo padano, la vera arma in più dello sviluppo economico e sociale del Nord Italia.


Democratici “fino alla curva”

febbraio 26, 2010

Il Pd continua a dare il meglio di sé. Anche a livello periferico. In un paese qua vicino si presenta insieme al Pdl. Appoggiano lo stesso candidato a sindaco. Ma dicono che non è un inciucio «ma un estremo tentativo per fronteggiare l’emergenza democratica e dare governabilità al paese». Affido ai lettori l’interpretazione della mossa. Scrivo dell’accordo e del dissenso di alcuni militanti democrat, che non ci stanno e se ne vanno. In fondo, ho sempre pensato che la base del Pd sia molto meglio dell’establishment. Stamattina mi chiama un dirigente storico del partito in quel paese. Si esprime in maniera educata, ma contesta l’entità di quello che secondo lui non è un esodo delle proporzioni riportate nel mio articolo, ma solo qualche sparuta posizione individuale. Gli dico di mandarmi una nota con la sua chiave di lettura dei fatti, alla quale avremmo dato spazio e diritto di replica. Non capisce e mi dice: «e sennò, fammi un’intervista che ti dico quello che penso». Gli rispondo che né io, né i miei colleghi facciamo interviste a comando. Ha trovato pane per i suoi denti, insomma.
Hanno uno strano concetto dell’informazione politica questi politicanti paesani. Per loro, il giornalista – parola grossa, diciamo “corrispondente” – è quello cui “commissionare” articoli e/o interviste “a comando”, nei tempi, modi, forme e dimensioni che decidono loro. Quando trovano uno che cerca di informare i lettori con tempestività, completezza d’informazione, in anticipo sulla concorrenza e magari anche interpretando le mosse e il loro linguaggio criptico e lontano dalla gente, si spaventano. Lo vedono come uno strano extraterrestre; un presuntuoso che pretende di scrivere le cose come sono e non come vogliono loro. Pazienza. Se è allergia nei miei confronti, impareranno a conviverci; se i sintomi sono meno gravi, di solito si risolvono sotto un abbondante flusso di acqua gelata. Ma il bello deve ancora arrivare. Perché poco dopo mi telefona il segretario cittadino. Uno che, evidentemente, misura gli altri col proprio metro. Esordisce chiedendomi «ma lei è candidato alle elezioni del nostro paese?». So dove vuole andare a parare, gli dico di stendere un velo pietoso – proprio così – su quanto ha appena detto e lo invito a dirmi che cosa gli serve. Mi dà del fazioso, dice che ho parlato solo di quelli che hanno abbandonato la sua lista e non di chi – una sola persona nuova – ha aderito al suo progetto. Gli urlo che né lui, né nessun altro può dubitare della mia professionalità e della mia imparzialità. Il dialogo tra sordi prosegue per qualche istante, tra le sue risposte stizzite e la mia sacrosanta irritazione. Dico a lui quello che ho detto al suo sodale: se dovete dire qualcosa, mandatemi una nota che, come sempre, c’è spazio per tutti, quindi anche per voi. Mi dice, acidissimo, che non ha bisogno di alcun spazio. E che ha chiamato a fare?
Le due telefonate hanno qualcosa in comune: nessuno dei due ha contestato la veridicità delle notizie da me riportate e tratte da una fonte attendibile; nessuno dei due ha ritenuto di dover aggiungere, o eventualmente rettificare con una loro nota, qualcosa da me scritto. In pratica, il loro è stato solo uno sfogo, che accetto con spirito quasi compassionevole. Piccolo particolare: due mattine precedenti il mio articolo in questione ho chiamato il segretario per chiedergli delle novità riguardo la scelta del candidato a sindaco e delle alleanze. Mi ha detto che non c’è alcuna novità e che si sarebbe fatto sentire lui. Il giorno dopo esce la notizia dell’accordo col Pdl su un’altra testata. I casi sono due: o non era informato dell’alleanza in itinere – e questo è grave per un segretario – o era così prevenuto nei miei confronti da boicottarmi. Pazienza. I fatti sono ostinati. E vengono sempre a galla, specie quando sono letti e riportati da chi è in una posizione di terzietà rispetto alle parti in una competizione elettorale. E’ la stampa, bellezza.


«Ma cos’è la destra; cos’è la sinistra?»

febbraio 25, 2010

Oggi più che mai sono tutti sorpresi, disorientati, delusi, amareggiati, arrabbiati, digustati di fronte ai cambi di casacca dei politici. Io, che da almeno un lustro ho maturato un approccio molto più laico alla politica, non mi sorprendo più di tanto e cerco di analizzare il fenomeno con un minimo di lucidità. Il trasformismo, i salti della quaglia e i cambi di casacca esistono da quando l’Italia è unita ed ha istituzioni democratiche. Dal connubio Cavour-Rattazzi (il primo inciucio italiano) in poi, il trasformismo è una triste costante. E così, al di là dei singoli parlamentari, che allora erano i notabili, gli unici che si potevano permettere una candidatura – perché ora è cambiato qualcosa? – ricordo il socialista Mussolini che svoltò improvvisamente a destra “chepiùdestranonsipuò”. E poi i riciclati del regime che dopo la caduta del fascismo diventarono democristiani, qualunquisti, liberali, monarchici ecc.. Per qualche decennio il fenomeno si attenuò, ma perfino in tempi di radicalizzazione dello scontro politico ci furono i voltagabbana: il romano Mario Merlino da neofascista divenne anarchico e viceversa, così come fecero dei neofascistelli di Terza Posizione, alcuni dei quali finirono nel Pci e poi in Rifondazione. Per non parlare dei vari “ribelli” di Lotta Continua (Liguori e soci) che poi divennero i più fedeli tra i cortigiani di padron Silvio. Nella seconda repubblica, il fenomeno si è acuito. Mi sorpresi molto quando Tiziana Maiolo passò da Rifondazione a Forza Italia, ma fu l’ultima volta, perché da allora per molti il cambio di schieramento è stato all’ordine del giorno e l’elenco dei voltagabbana è troppo lungo per essere riassunto in uno spazio così angusto. Dico solo che quando scrivo del curriculum di un politico – in questo caso dei candidati – mi sembra di descrivere la carriera agonistica di un calciatore, e non escludo, uno di questi giorni, d’incorrere in errore, magari usando espressioni come «cresciuto nelle giovanili del…» «ha esordito in prima squadra nella stagione…» «prima del suo trasferimento al…» e così via. Nella politica, come nel calcio, le bandiere non esistono quasi più. Facciamocene una ragione. E per uscire dall’impasse di chi non sa come scegliere il candidato da votare, suggerisco il ricorso a una semplice formula aritmetica, che io uso per valutare sempre con la massima lucidità le persone con cui – a tutti i livelli – mi relaziono: la somma dei “voti” (da uno a dieci) che attribuisco ad ogni persona ogni volta che si relaziona con me diviso il numero delle volte che ci ho avuto a che fare. Esempio: se una persona si è relazionata dieci volte come me e nove volte è stata splendida, tanto da meritare nove volte un dieci, poco importa che l’ultima volta mi ha fatto uno sgarbo di quelli grossi da meritare uno zero, perché 90+0/10=9. Ovvero, la media delle volte in cui si è relazionata con me è altissima lo stesso, nonostante la gaffe recente. Idem per il caso contrario. E’ il metodo che utilizzo per valutare le persone che mi circondano, e che potrebbe essere adottato con successo anche nella scelta dei candidati da votare. Indipendentemente dallo schieramento di appartenenza. Tanto… ma cos’è la destra; cos’è la sinistra? 🙂


Il leader c’è

febbraio 24, 2010

Negli ultimi quindici anni, e ancor di più dopo la caduta del secondo governo Prodi, si è discusso spesso della perenne mancanza di un vero leader del centrosinistra capace di aggregare le forze politiche e avere il giusto appeal elettorale, tale da opporsi a padron Silvio. In realtà, di leader, ce ne sarebbero almeno tre: uno è Franceschini, che ha perso le primarie perché i poteri forti e “conservatori” del Pd gli hanno opposto un buon tecnico come Bersani che però da segretario sta passando la maggior parte del suo tempo a corteggiare l’Udc. Il secondo è Vendola, uomo di popolo che ha vinto le “sue” primarie contro il candidato imposto dalla nomenklatura. Ma soprattutto c’è il terzo, e non ultimo in ordine d’importanza. E’ Renato Soru, ex governatore della Sardegna. Chiaro, diretto, pulito. E nuovo. Forse troppo. Talmente troppo da essere stato gabbato proprio da una bella fetta della nomenklatura piddina che gli ha giocato un tiro mancino, tirando la volata all’amico di padron Silvio e facendogli perdere le elezioni regionali. MI ha fatto molto piacere rivederlo ieri sera a Ballarò. E’ stato talmente schietto che ha raccontato senza problemi di quando ha denunciato gli illeciti di padron Silvio durante la campagna elettorale in Sardegna, e di fronte a Scajola e Bocchino (nomen omen) che lo sfottevano come fanno i ragazzini che battono il compagno di scuola a pallone o a “fesso l’ultimo” perché non era stato confermato alla presidenza della Regione, ha risposto che Mavalà Ghedini, detto “Avantiiiiiiiiiiiiiiiiiiii” (avvocato del padron) gli avrebbe già chiesto di trovare una soluzione stragiudiziale che Soru, ovviamente, ha rifiutato, certo della validità della sua azione giudiziaria. L’Italia, ma soprattutto il centrosinistra, hanno bisogno di un leader come Soru, che è diretto e informale come Di Pietro ma molto più progressista. Se n’è accorta anche l’imprenditrice figa di seconda generazione presente in studio, che qualche lustro fa fu eletta in parlamento (per meriti estetici) con Forza Italia e che non ha potuto proprio ribattere agli argomenti sempre più convincenti di questo Pino Mammoliti al sapore di pecorino e Vernaccia. Cosa aspettiamo a farlo diventare leader del centrosinistra? La morte naturale di tutta la nomenklatura attuale del Pd che gli sbarrerà la strada vita natural durante?


Indipendence day

febbraio 21, 2010

La mia assenza dal blog nei giorni scorsi non è stata determinata da un’attenzione particolare verso il festival di Sanremo; anzi, non l’ho proprio seguito. Le immagini proposte dai vari tg hanno offerto l’immagine di una manifestazione sciatta, trash e caciarona. Uno specchio dell’Italia di oggi. Una conduttrice goffa e molliccia, un pubblico dall’indole curvaiola che osanna un coatto come Cassano e fischia l’allenatore più vincente d’Italia, un cachet spropositato per ospitare l’esibizione di Jennifer Lopez, che come sempre ha dato il meglio di sé esibendo le sue doti migliori avvolte da dei jeans di pelle nera. No, questa manifestazione non m’interessa. E’ la proiezione dei reality show sul palco dell’Ariston. Sanremo a parte, oggi è un giorno importante. L’aver ricevuto dal medico l’ok per sostituire il tutore immobilizzante a tre anime metalliche, con un più modesto cosciale, mi fa intravedere, seppur da lontano e con l’ausilio costante delle stampelle, la via del recupero. Quasi un indipendence day. Al punto tale che stamani, dopo un mese, ho compiuto un “giro di prova” sulla coreana. I movimenti sono inevitabilmente goffi e incerti, l’andatura a passo d’uomo e premere il pedale della frizione non è mai stato così complicato e doloroso. Ma raggiungere l’edicola del centro, prendere i giornali e fare un giro sul lungomare non ha prezzo. Non vedo l’ora di recuperare totalmente per camminare sempre, più a lungo possibile. Buona domenica


www.inviatospeciale.com

febbraio 16, 2010

Non credevo che il mio post sulla scuola sull’orlo del fallimento destasse così tanto interesse. Invece, complici i motori di ricerca, è stato visto da centinaia e centinaia di internauti. Ringrazio di cuore tutti per l’attenzione. Ma soprattutto ringrazio il collega Paolo Repetto che l’ha riportato nel prestigioso sito internet http://www.inviatospeciale.com , retto dalla Onlus “Theglobalvillagevoice” che si propone il fine, assai meritorio, di fornire un’informazione autentica, “dal basso”, e, ove possibile, obiettiva.

Questo il link al sito http://www.inviatospeciale.com:

http://www.inviatospeciale.com/2010/02/a-scuola-di-ignoranza/


Un libro da leggere (febbraio 2010)

febbraio 16, 2010

Per chi, come me, ha sete di conoscenza del periodo storico degli anni di piombo, quelli in cui l’ideologia veniva portata alle estreme conseguenze fino a diventare violenza, “Terroristi italiani” di Luigi Manconi è un saggio molto utile a capire le origini, il perché, il substrato culturale e l’intersezione col contesto socioeconomico mondiale di certi fenomeni. Il libro non è affatto leggero. Innanzitutto non è una ricostruzione storica fatta con l’arte del cronista, come invece è, ad esempio, la trilogia di Nicola Rao sul terrorismo nero; non è neanche il racconto di un’epoca vissuta in prima persona – Manconi, prima di diventare parlamentare, militò per oltre un lustro in Lotta Continua – ma è semplicemente un testo in cui da una prospettiva sociologica – l’autore insegna all’università – si studia il fenomeno. E così, se “Mara, Renato e io” di Alberto Franceschini è pathos, emozioni, batticuore, lacrime e sangue, “Terroristi italiani” di Luigi Manconi è rigore scientifico, analisi minuziosa, compiuta con l’impronta tipica del sociologo che “spacca il capello in quattro”. Ma è una lettura importante per capire le differenze tra le prime Br e quelle attuali, i punti di contatto e le distanze incolmabili con gli anarco-insurrezionalisti da una parte; Hamas e Al Quaeda dall’altra. Il finale, è abbastanza inquietante quanto compie una riflessione molto cruda sul terrorismo: «Bandirlo completamente e definitivamente dalla nostra società è obiettivo irrealizzabile; ridurlo a un ferrovecchio che pure può fare assai male, come tutte le lame arrugginite, è possibile».