I’ll shot the sheriff

aprile 28, 2010

Questa brutta copia di Leone Di Lernia si chiama Joe Arpaio, sceriffo di Phoenix, nel cuore dell’America più tamarra, in Arizona. Ho appreso della sua esistenza oggi, guardando Tg2 “costume e società”. Sentite cosa dice di lui l’autorevole sito http://www.youreporter.it: «Joe Arpaio è lo sceriffo di Phoenix, in Arizona, eletto nel 1993 e sucessivamente riconfermato. Il New York Times lo ha definito lo sceriffo peggiore d’America, un uomo armato e pericoloso, una minaccia pubblica con un passato di brutali abusi. I suoi modi sono stati aspramente criticati da Amnesty , dall’Antidefamation league e anche da istituzioni conservatrici. Arpaio ha ripristinato i lavori forzati per i detenuti, una misura riabilitativa, costringendoli a lavorare otto ore al giorno sotto il sole del deserto, vestiti con la tradizionale uniforme a righe verticali e legati a gruppi di otto da una robusta catena. Non solo gli uomini, anche le donne: ‘Sono un equal opportunity incarcerator’, dice. Ai detenuti non è concesso né fumare né leggere giornali». Com’è facile intuire, Joe Arpaio è di origine italiana; anzi, se non ricordo male, irpina. Oggi l’hanno fatto vedere mentre costringeva i detenuti a pedalare per poter guardare la Tv alimentando i televisori con l’energia prodotta dalle cyclette, mentre li faceva marciare con le catene al piede e le divise a strisce orizzontali, proprio come nei cartoni animati. Arpaio, evidentemente, non ha letto Beccaria. Non sa che lo scopo della pena è quello di rieducare il detenuto, non di umiliarlo. A me sono bastati pochi minuti di un servizio televisivo per odiarlo e provare schifo nei suoi confronti. Per qualcuno – penso ai vari Borghezio, per esempio – potrebbe essere, al contrario un esempio. Quelli che arringano le piazze parlando di castrazione chimica, di pena di morte o di “fine pena mai” sono gli interlocutori ideali di Joe Arpaio. Io ribadisco che ci vuole sicuramente la certezza della pena, ma che le condizioni di detenzione devono essere compatibili con un percorso rieducativo che possa dare al detenuto una residua prospettiva di reinserimento sociale, anche se nella terza età, se si tratta di condannati per i reati più gravi. I metodi di Arpaio mi ricordano quelli del diritto penale islamico di qualche secolo fa: quelli della lapidazione, delle frustate in piazza ed altre “delicatezze” del genere. Ma gli americani non stanno facendo le guerre nel medio oriente per “esportare la democrazia”? La democrazia di Joe Arpaio?


I trent’anni di Roccella Jazz

aprile 28, 2010

Il più grande festival jazz dell’Italia centromeridionale compie trent’anni. E li festeggerà alla grande. Ieri, infatti, è stato reso noto il programma, caratterizzato dai “soliti” grandi nomi della musica internazionale che dal 13 al 21 agosto porteranno nella Locride il grande jazz. E così, mentre è ancora vivo il ricordo della passata edizione e del momento clou, con l’indimenticabile concerto di Dee Dee Bridgewater, ci stiamo già proiettando al festival di quest’anno, che sarà, manco a dirlo, speciale. La più grande novità è che Roccella Jonica si riapproprierà del suo festival, che quest’anno non sarà itinerante per tutta la provincia, eccezion fatta per una tappa reggina il 14 agosto in piazza Castello. Poi, tutte le sere sarà a Roccella, ma non solo al teatro al Castello che da diversi lustri è la sua sede naturale e all’ex convento dei Minimi che ospita i seminari pomeridiani. No, quest’anno si comincia il 13 con la proiezione di un film di Ciprì e Maresco su Tony Scott all’auditorium comunale, mentre il 14 e il 15 sera si suonerà al porto delle Grazie, con lo sfondo della luna, del mare e delle barche. Quindi, di nuovo al teatro al Castello, per assistere ai concerti, tra gli altri, di Diego Amador quartet, Indigo Trio, Danilo Rea, Paolo Damiani (direttore artistico del festival), Salvatore Bonafede trio (col grande Eddie Gomez al basso che ritorna nella Locride dopo il successo del Locri Jazz fest), e il gran finale con la band di Neneh Cherry (nella foto). Non vedo l’ora che cominci. E chi si sposta da qui dal 13 al 21 agosto? 😀


Oh bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao

aprile 27, 2010

Chissà se nella scelta della sala d’aspetto della stazione ferroviaria a qualcuno sarà venuta in mente la canzone di Guccini che narrava di “una locomotiva, come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia”… certamente, la decisione di celebrare in quel luogo la festa della Liberazione, presa dal circolo del Pd di Locri che ha organizzato l’evento, si è rivelata azzeccata. La sala, infatti, era gremita di persone di tutte le età, ed anche alcuni curiosi si sono avvicinati e hanno fatto capolino nelle pareti piene di ritagli di giornali dell’epoca; testate vissute solo pochi mesi, ma testimonianze autentiche della partecipazione del Sud alle lotte partigiane per liberare l’Italia dall’oppressione nazifascista. E domenica sera, c’era anche chi la Resistenza l’ha vissuta, facendo la vedetta partigiana a soli undici anni: Giuseppina Murdaca è una donna minuta e svelta, e ha mantenuto tutta la verve della combattente. Lo si è capito quando è intervenuta brevemente al microfono per dire che “se i morti della Resistenza vedessero l’Italia di oggi, si rivolterebbero nella tomba”. Un intervento tranchant, il suo, ma che ha strappato un convinto e forte applauso dei presenti. Ha fatto gli onori di casa il segretario cittadino del circolo democrat Paolo D’Agostino, che ha riconosciuto a Fabio Mammoliti “l’idea di aver voluto riscoprire la stazione ferroviaria come luogo di aggregazione, in tempi in cui dobbiamo subire i tagli dei treni nella linea jonica”. Accanto a lui la consigliera comunale Anna Rosa Broussard, che ha ricordato come “la Resistenza fu un’esperienza importantissima anche e soprattutto per le donne, che vi parteciparono in massa, combattendo una guerra nella guerra, contro i nazifascisti e per l’emancipazione femminile. Una guerra – ha detto la Broussard – vinta, perché culminata nel riconoscimento di alcuni diritti fondamentali, come quello di voto”. Valeria Buccisano ha rimarcato “l’importanza di non indulgere al revisionismo storico, soprattutto nei programmi scolastici” ed evidenziato come “la Costituzione sintetizza i valori della Resistenza”. Quindi, la manifestazione ha vissuto il suo momento culminante con l’intervento del professor Saverio Di Bella, già parlamentare della Repubblica e docente universitario di Storia moderna. Due le linee fondamentali della sua seguitissima relazione: la correlazione tra il Risorgimento e la Resistenza e la partecipazione dei meridionali a pieno titolo nelle lotte partigiane che, come ha detto lo stesso Di Bella “non furono affatto un fenomeno limitato al centro nord”. A inframmezzare la relazione dell’ex membro della commissione parlamentare antimafia, è stata la lettura di alcune lettere dal fronte, a cura della giovane militante locrese Barbara Panetta. Anche Di Bella ha tessuto le lodi della Carta Costituzionale: “in essa – ha detto – c’è il meglio che l’umanità intera ha creato in termini di diritti e doveri”, dopodiché si è concesso ad alcune domande del pubblico, mostrando anche una buon dose di capacità autocritica riguardo il ritardo dello sviluppo nel Mezzogiorno e porgendo un ramoscello d’ulivo verso chi ha una matrice ideologica diversa dalla sua: “se avessi avuto davanti la Polverini sul palco del 25 aprile – ha dichiarato – l’avrei abbracciata, perché la sua presenza in quella manifestazione avrebbe dovuto essere intesa come un implicito riconoscimento da parte sua dei valori della Resistenza. Quando finiscono le guerre, finiscono anche le inimicizie sul piano personale”.

g.albanese@calabriaora.it

P.S.: per Virginia: questo è un saggio di quella base del Pd che io stimo tanto, a differenza della loro classe dirigente….


Sempre a proposito di Fini…

aprile 27, 2010

Ho parlato poco fa con un mio amico di destra. Fin qui, nulla da eccepire. Il punto è che dalla breve conversazione sul “caso Fini” ho capito che davvero noi e loro, quando parliamo di politica, siamo antropologicamente diversi. Dalla sua bocca, il presidente della Camera è uscito malconcio. Viene visto come quello che “piace alla sinistra perchè le dà una possibile prospettiva di vittoria, che col “Berlusca” non ha”. Lo additano come colui che “si sta allontanando dalla destra italiana, non da quella europea che è un’altra cosa, ma da quella italiana”. Mi piacerebbe capire cosa intendono per “destra italiana”: forse quella del Ventennio che ha i suoi punti di contatto con la deriva populista del “centralismo carismatico” made in Arcore?”. Insomma, loro, quelli che la sera guardano il Tg4 – e non per ridere – sono tutti col loro capo. Del resto, la loro idea di democrazia, non è la nostra, fatta di confronto dialettico aspro e rispetto delle minoranze. No, è quella dei numeri: “Noi abbiamo il 93% interno ed è giusto che governiamo; chi dovrebbe farlo? Fini col suo 7%?”, si vantano dei vari colonnelli incollati alla poltrona “Alemanno sta col Berlusca” e, giusto per dire una frase tipica della destra italiana, a loro tanto cara, “se ne fregano” dei valori che Fini e i suoi cercano di difendere, anche all’interno di un carrozzone che di valori ne esprime ben pochi come il Pdl. Loro non fanno le cose difficili come noi di sinistra; per loro, l’importante è comandare, avere i numeri e governare. La difesa della Costituzione, il rispetto delle istituzioni, la lotta ai conflitti d’interessi e un approccio più umano ai temi del lavoro, delle pari opportunità e dell’immigrazione, per loro sono inutili sovrastrutture di noi sinistrorsi, che perfino Fini mostra di condividere. Loro badano al sodo: business e poltrone; soldi e potere. Tutto, il resto non conta. Loro sono i migliori alleati della Lega e della loro propaganda che si poggia sull’egoismo e sulla paura. Loro sono loro; noi siamo noi. Per fortuna.


Sembra di essere in Europa

aprile 23, 2010

Cose mai viste. Qualcuno che si permette di controbattere al capo dei capi, puntandogli perfino l’indice all’altezza del viso. Quello che ha fatto ieri sera Gianfranco Fini ha una rilevanza storica. E non importa se la claque del partito-azienda abbia applaudito più forte e numerosa di quella dei dissidenti. Non so come andrà a finire nel Pdl nazionale; una cosa, però, appare certa: i sudditi rimarranno con Berlusconi, ovviamente fino a quando questo converrà loro; i cittadini, con una storia politica alle spalle, e dei valori, sono con Fini. Un nome su tutti è quello di Angela Napoli. E noi di sinistra? Possiamo coltivare fin da ora il sogno di avere avversari intelligenti, puliti, e dotati di senso dello Stato e rispetto delle istituzioni. Vi pare poco?


Bentornata politica

aprile 22, 2010

Sto seguendo in diretta il discorso di Gianfranco Fini alla direzione nazionale del Pdl. E’ incredibile la chiarezza e la franchezza dell’ex leader di An, davanti a una platea abituata solo a battere le mani a comando, un po’ come al Bagaglino. Ma Fini ha sorpreso tutti, guardando in faccia il suo interlocutore Berlusconi senza considerarlo il proprio padrone, difendendo le proprie opinioni e la propria autonomia di pensiero. Qualcosa di rivoluzionario nel centrodestra esistente dal 1994 ad oggi; addirittura Fini ha fatto riferimento al metodo del centralismo democratico del vecchio Pci “che qua – ha detto – non deve diventare un centralismo carismatico” e ha difeso i suoi spazi, la sua identità politica, la sua storia. “Non ci può essere l’ortodossia, e quindi neanche l’eresia”; “Il tradimento spesso alligna tra chi invece che al confronto dialettico è più abituato a battere le mani davanti al leader, salvo poi criticarlo duramente appena va via”; “Abbiamo diritto di confronto, non di sabotaggio”; cita Falcone: “Lo Stato è un valore interiorizzato, non una sovrastruttura”; e sulla mancata presentazione della lista nel Lazio: “Berlusconi, credi davvero che sia stata colpa di un complotto dei giudici e dei radicali violenti?”; “Nel Nord c’è uno squilibrio a favore della Lega”; sugli immigrati: “se diciamo di ispirarci ai valori del Ppe, e quindi se sentiamo come prioritario il rispetto della dignità umana, come facciamo a cacciare i bambini dalle scuole se i genitori hanno perso il permesso di soggiorno? O volere che i medici devono fare la spia se un immigrato clandestino ferito va in ospedale? Non potete dire che non è così, perchè negare la verità non è saggio”; “Al Nord siamo diventati la fotocopia della Lega”; “Il partito dovrebbe mettere nelle condizioni il suo leader e presidente del consiglio di potersi opporre ad alcune richieste degli alleati come la Lega”; “Hanno ragione al Sud ad essere preoccupati, se utilizziamo i fondi Fas per coprire le quote latte care agli allevatori del Veneto”. “Il federalismo fiscale senza alcune cautele e antitodi culturali di identificazione nazionale, può minare alla coesione sociale”. Sulla giustizia: “non si tutelino sacche di illegalità”; sull’economia: “Il programma del Pdl è stato superato dalla crisi”. Cose mai sentite tra i berluscones. Che stiano diventando un partito normale? Certo, la strada è lunga, Alemanno sonnecchia mentre il suo ex leader parla, Bondi e Verdini fanno i vassalli del loro Signore, ma quando finirà la lunga notte berlusconiana, la speranza di avere avversari leali, politicamente validi e credibili non si è spento. Bravo Gianfranco!


Rigurgito antipopulista

aprile 21, 2010

Gianfranco Fini, da diverso tempo, si è guadagnato molti estimatori, anche nel centrosinistra. Di questi tempi, con questi chiari di luna, ci si aggrappa a tutto, nel tentativo, fino ad oggi vano, di vivere in un Paese normale, nel quale c’è una maggioranza che governa, un’opposizione che controlla e si rispettano le istituzioni, in primis la magistratura, e la libera stampa. In cui non ci sia un premier che inciti i cittadini a non pagare le tasse e così via. Insomma, in cui le principali figure istituzionali dimostrino di avere il senso dello stato; quello che ha Gianfranco Fini. Ecco perchè dopo anni di bocconi amari mandati giù a malincuore, oggi non ci sta. E fonda una propria corrente autonoma, all’interno del Pdl, calderone nel quale, almeno in Calabria, una presenza identitaria da parte della destra non è mai mancata, anche se è stata trattata a pesci in faccia nella partita delle nomine dei coordinamenti regionale e provinciale. Fini ha messo in preventivo che perderà qualche “colonnello”. Ma, da persona intelligente qual è, sa che perdere Gasparri e smarcarsi da Berlusconi è come prendere due piccioni con una fava. E il premier non l’avrebbe presa bene, anche se Bossi avrebbe fatto di tutto per placare i suoi istinti. Il che la dice lunga sul senno di chi ora si accorge di essere “solo” un leader, non un dittatore. Di chi, come Berlusconi, deve fare i conti con un fenomeno a lui sconosciuto: la dialettica interna, il dissenso, le differenti opinioni altrui. Cose dell’altro mondo. Anzi, cose degne di un Paese normale. Non so dove andrà Fini, se davvero vorrà fare un grande centro con Casini e Rutelli, o se, semplicemente, vorrà guidare una destra normale in un Paese normale. Di certo, il suo gesto lascia ben sperare per il futuro di quest’italietta che non vuole più sentirsi come una repubblica delle banane. E che ha bisogno di gente seria e credibile. Soprattutto al governo.