E pensare che eravamo comunisti

Non tutti nella capitale sbocciano i fiori del male; e non solo nelle grandi città c’è il teatro di qualità. C’è anche da noi e sabato scorso a Gioiosa Jonica ho visto questa commedia agrodolce di Roberto D’Alessandro, dal titolo, appunto, “E pensare che eravamo comunisti”. Ora godetevi questo trailer che gira su youtube. Irresistibile la cosentina rustica e genuina. Quando ha fatto le sue battute ho riso in maniera sguaiata e fragorosa, senza provare neanche a tratterermi. Consiglio vivamente la visione di questo spettacolo.

Una commedia che diverte e fa riflettere, ma soprattutto l’ennesimo spettacolo di grande qualità offerto dal cartellone del teatro Gioiosa, curato anche quest’anno dal Centro Teatrale Meridionale di Domenico Pantano. “E pensare che eravamo comunisti” di Roberto D’Alessandro (nel triplice ruolo di autore, regista e interprete), è andato in scena sabato 27 marzo, proprio alla vigilia delle elezioni regionali. Si badi bene, la commedia non intendeva affatto orientare lo spettatore verso una parte politica; piuttosto, voleva fare riflettere sulla crisi delle ideologie e dei partiti e sul difficile obiettivo di mantenersi coerenti con gli ideali professati. Tutti temi trattati all’interno di una famiglia borghese che abita nel quartiere romano dei Parioli. Lei, una milanese trapiantata a Roma che viene da un’antica dinastia politica comunista e vota Rifondazione; lui, un calabrese conosciuto a Roma negli anni dell’università che da militante di Democrazia Proletaria, fa tutta la trafila che lo porterà nel Pd, perchè, come dice lui stesso «in fondo si tratta di una semplice inversione di consonanti». Il rapporto tra i due, già logoro dal punto di vista sentimentale e della passione, è reso ancor più difficile dai quotidiani scontri politici, tra i figli perplessi e disincantati, un domestico incline al ballo e alla burla che si finge extracomunitario per farsi assumere dalla famiglia progressista e una sorella che arriva per pochi mesi dalla Calabria, dispensando succulenti prodotti tipici e la travolgente ironia delle battute che fanno ridere a crepapelle. Alla fine, saranno proprio la rustica sorella calabrese e l’indolente domestico a rivelarsi i personaggi più genuini, coi figli che aiutano i genitori ad aprire gli occhi e a guardarsi allo specchio per capire ciò che conta davvero. E trionfa l’amore, quello vero. Quello tra la figlia improbabile pittrice e il domestico laureato e tra il marito riformista e la moglie massimalista, che si ritrovano appassionati amanti dopo un momento difficile.

GIANLUCA ALBANESE
g.albanese@calabriaora.it

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10 Responses to E pensare che eravamo comunisti

  1. Virginia ha detto:

    Il trailer è simpaticissimo, chissà se arriverà anche dalle mie parti.

  2. gianlucalbanese ha detto:

    Nel novembre scorso è andato in scena a Roma, per tutto il mese. Dove? A Testaccio, naturalmente. Ora non so dove siano in tour. Ti conviene cercare sul web, Vidi.

  3. Virginia ha detto:

    Magari accadesse anche alla sinistra italiana quel che accade ai due coniugi nella commedia: ritrovarsi ‘appassionati amanti’, riformisti e massimalisti, per il bene della ‘famiglia Italia’…
    Temo che certe cose accadano solo nelle commedie…

  4. Pietro ha detto:

    Chi mi conosce sa che soffro di nostalgia per molte cose…”La musa mia è la nostalgia,
    latente paura del tempo che passa;
    nulla mi ispira di ciò che ho già,
    ma ciò che ho perso lungo la via!”
    Però c’è anche il momento di prendersi le proprie responsabilità, anche a costo di essere incoerenti.
    Ecco…questo, per ciò che riguarda la politica, è il momento. E lo faccio non votando Di Pietro, come molti compagni hanno scelto di fare. Lo faccio dando un aiuto a chi cerca di costruire un nuovo partito di sinistra: Niki Vendola. Perché l’IDV dei Travaglio, De Magistri e altri mi ricorda, seppure su sponde completamente opposte, la Lega Lombarda: un movimento di protesta, più che di proposta. Per capirci meglio, mi ricorda i referendum che possono essere solo abrogativi di qualche legge, ma non propositivi.
    Invece bisogna costruire qualcosa che diventi una certezza a sx e che metta un po’ d’ordine in questa confuisione di ruoli, ideologie, temi che devono tornare ai legittimi rappresentanti ed esecutori politici di queste istanze che non possono scomparire. Ho creduto nel progetto PD. Ci ho creduto anche se ero già in rotta coi DS imolesi. Ci ho creduto perché ero – e sono – convinto che nulla di nuovo possa nascere senza una profonda e spietata analisi di ciò che siamo oggi e di quale sinistra abbiamo bisogno. Invece, proprio da questa mancata analisi è nato il virus che ha causato la malattia genetica che rischia di uccidere il PD: l’aver abbandonato troppo in fretta questa analisi. O di non averla voluta – o saputa – fare seriamente. E noi, tutti, non possiamo permettere che ciò accada. Spesso si è costretti ad agire in un certo modo, comportandosi magari con durezza nei confronti di coloro per i quali si prova affetto. Insomma, se ti sequestro e ti chiudo in una camera perché so che altrimenti vai a gettarti sotto un treno, non sono un sequestratore, ma uno che tiene alla tua incolumità. E che cerca di farti capire che stai sbagliando, nel tentativo di farti ragionare e cambiare rotta. Con questo voglio dire che sono convinto che un partito di sx sia necessario, indispensabile per recuperare i delusi e mettere un po’ d’ordine nel panorama politico nazionale. Bisogna costruire una realtà che si faccia carico di recuperare i delusi della “fuga verso la vittoria” che non arriva, e i delusi dal frazionismo autolesionista dei leaderichhi di sx. Bisogna offrire un’alternativa che sappia essere contemporaneamente ampia e allo stesso tempo chiara e innovativa. Ampia. Al punto da offrire un’alternativa politica al populismo di Grillo; ai fuochi di paglia che si susseguono e durano il tempo di un caffè o di un fugace innamoramento, come i girotondi o il popolo viola. Bisogna costruire. Anzi: RIcostruire dalle fondamenta. Bisogna, insomma, recuperare ciò che ci manca per tornare a vincere. Tornare a vincere, certo, “da questa parte della strada”. Senza il PD non si va da nessuna parte. Con il PD in queste condizioni neppure. Bisogna costringerli a girarsi dal lato giusto. Questa è la più affascinante sfida politica che si possa intraprendere. Bisogna costruire un’ancora di salvezza per tutti noi. Poi, se tutto ciò avverrà, nessuno ci vieterà di tornare all’ovile.

  5. Angelo ha detto:

    L’analisi di Pietro è semplicemente
    vera. Essendo un dirigente locale del PD Sidernese ho criticato i dirigenti Nazionali, Regionali e Provinciali. Se non diamo una vera svolta la vedo veramente dura a essere una forza alternativa alla destra.

  6. gianlucalbanese ha detto:

    Anche io condivido in larga misura l’analisi di Pietro e le preoccupazioni di Angelo. Aggiungerei, però, che l’ultima tornata elettorale ha messo in evidenza come gli unici esempi di un centrosinistra in cui gli elettori ancora credono arrivano da esponenti di Sinistra e Libertà: Nichi Vendola in Puglia e Gianni Speranza a Lamezia Terme sono stati confermati a furor di popolo. Ritengo che questo debba far riflettere il Pd, che ha già perso la sua costola centrista, confluita nell’Api e alcuni teocon travestiti da teodem come la Binetti. Insomma, quando dalla parti di piazza Ss. Apostoli cominceranno a dire, pensare e fare cose di sinistra, probabilmente la gente tornerà a votare. Perchè le ultime elezioni le ha vinte il partito dell’astensione. O no?

  7. Virginia ha detto:

    Ha vinto il partito dell’astensione sì, caro Gianluca.
    E per questo io mi sento di condividere le posizioni attuali di Pietro sul sostenere SeL che ha due vantaggi rispetto al PD: è su posizioni di sinistra ed ha un leader, cose che potrebbero recuperare gli astenuti.
    E’ un tentativo da fare, ma attenzione, però: se il PD, nella coalizione, continuerà ad imporre la linea politica o i candidati senza concordarli con gli alleati, SeL rischia di fare la fine di Rifondazione: perdere consenso personale senza che il PD ne guadagni.

  8. Virginia ha detto:

    Non ho fatto in tempo a dire che il PD con la sua linea politica poteva far fallire il tentativo di recupero dell’astensione di sinistra che D’Alema ha proposto l’apertura, oltre che all’UDC, pure a Fini.
    Ecco, io non so se la cosa si farà (Fini sa bene che difficilmente il suo elettorato gli perdonerebbe una tale alleanza), ma ho il timore che siano solo pie illusioni quelle di sperare ad un ritorno a sinistra del PD.
    Certo che allearsi coi fasci sarebbe veramente il minimo del Massimo…

  9. gianlucalbanese ha detto:

    MI hai fatto venire in mente quella vecchia battuta di Luttazzi, quando a metà degli anni ’90 si chiedeva, in occasione di un congresso di An, a quale modello di destra Gianfranco Fini volesse ispirarsi: se alla destra della Thatcher, a quella di Aznar o alla destra di D’Alema…

  10. Virginia ha detto:

    Era venuta in mente anche a me, quella battuta.
    Comunque permettimi un’ ultima considerazione personale: quando si cominciò a parlare del PD e visto che non avevano mai fatto nulla contro Berlusconi, io pensai che il fatto che i dirigenti si volessero sganciare da radici, origini, idee ed appartenenze era dettato dal fatto che volessero essere il nuovo ago della bilancia.
    In altri termini, avendo alimentato il berlusconismo e con lo spauracchio sempre più evidente dell’emergenza democratica, ora loro hanno la possibilità di superare il bipolarismo creando una forza di centro la quale si piazzi stabilmente al potere (come la DC…) e si allei, di volta in volta, con la destra o la sinistra.
    E chi se ne frega delle idee: Franza o Spagna purché se magna…
    Mah, io spero che la sinistra si scuota e ricostruisca un’opposizione seria e di peso, altrimenti con queste alleanza ventilate si rischia di consegnare l’Italia alla destra definitivamente.

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