Hjiuri di hjiuMari

giugno 29, 2010

Non è facile spiegare a chi vive fuori dalla Calabria la portata dell’evento di ieri sera, quando nell’incantevole cornice del tempio di Marasà, nella zona archeologica di Locri Epizephiri, è andata in scena la prima dello spettacolo musicale di Mimmo Cavallaro e i Taranproject, intitolato, appunto, “hjiuri du hjiumari”, ovvero “fiore di fiumare”. Dovendo ricorrere a un paragone, possiamo dire che da queste parti era attesa come l’uscita dell’ultimo libro della saga di Harry Potter nei bookshop di Londra e New York. E non sto esagerando. Già, perchè ieri sera, nonostante fosse lunedì e nonostante l’umidità che bagnava le sedie di plastica, c’era tanta di quella gente che sembrava di essere ad un concerto di una rockstar internazionale. Ma i Taranproject, da queste parti, “tirano” più di chiunque altro. Se n’è accorto anche Tony Esposito lo scorso agosto, quando sul palco di piazza Mese a Caulonia dovette fare da supporter ai musicisti nostrani. Ieri sera, come sempre, sono arrivati fans da mezza Calabria. Non solo Locride, ma anche Piana di Gioia Tauro, Serre Vibonesi, Catanzarese. E lo spettacolo non ha affatto deluso. A chi non c’era dico di dimenticarsi la scaletta del “Sona battenti tour”; quella, per intenderci, che è entrata nella mente, nel cuore, nelle vene e nei muscoli di tutti noi, è stata consegnata al passato. Quasi tutti inediti, infatti, sono stati i brani eseguiti. Senza ingressi in corso d’opera, come quello, ad esempio, di Cosimo Papandrea. Tutti lì dall’inizio. Come a voler esprimere subito tutto il potenziale di una band da sempre sulla cresta dell’onda. Subito in campo con le due “punte” Mimmo e Cosimo, che diventano tridente se si aggiunge Giovanna, bella e sensuale più che mai, con un timbro vocale che sembra l’evoluzione della Teresa De Sio di “Voglia ‘è turnà”. Col maestro Andrea Simonetta a ricamare suoni con la chitarra classica, Carmelo Scarfò a dare un tocco di modernità coi suoi “slap” al basso, Alfredo Verdini col ritmo nel sangue e il grande Gabriele Albanese (non è mio parente) ai fiati, scacciapensieri e a tutto il suonabile umano. Dicevamo degli inediti. Per tutti è stato il primo ascolto. E quasi tutti i brani sono stati graditi. Specie quelli più immediati, come quello dal ritornello entrato subito in testa, con la voce di Cosimo che si fonde col ritmo incalzante di “Quanto frundi ‘ndavi ‘na ‘llivara, tanti bellizzi ‘ndavi ‘ssa figghjiola” con Giovanna che nel vortice della danza lascia intravedere le gambe come una novella Marylin Monroe. Bellissimo anche l’omaggio alla festa di San Rocco di Gioiosa Jonica, con tutti i musicisti che si alzano in piedi a fare i “tamburinari” in fila indiana, prima di chiudere la prima parte del concerto. Qualche canzone risente dell’influenza artistica di Eugenio Bennato; in altre si fondono ritmi nostrani e mediorientali; qualcun’altra, invece, sembra indugiare all’easy listening. Ma lo spettacolo scorre piacevolmente, anche se lo spettatore medio ha sete di classici, di quei brani imparati a memoria che non ti stanchi mai di cantare e ballare. E così, mentre lo show sembrava volgere al termine lasciando inappagata la voglia dei “soliti” brani, ecco la potente voce di Cosimo che attacca uno dei pezzi più boccacceschi del gruppo: “Arrivau la notizia stamatina, che Cicciu s’a fuju cu’ Rosina”. E’ il tripudio che prelude al bis. Quasi un “rompete le righe” in cui saltano schemi, sedie e ci si accalca tutti sotto il palco per il megabis finale, stavolta interamente dedicato ai superclassici, tra cui “Spagna, “Mulinarella”, “Stilla chiara”, “Brigante se more”, “Mariola”, fino al ritornello liberatorio di “Tiritinghitichititi, tiritinghitichitità”, durante il quale, se non ho visto male, ho visto ballare anche gente con le stampelle. Miracoli dei Taranproject. Ah,a proposito di presidi ortopedici e strappi muscolari; l’esimio dottor Carrà mi faceva notare che durante “tiritinghitichititì tiritinghitichitità” ho dimenticato tutti i postumi dell’infortunio patito a gennaio. E così mi sento come se avessi superato una prova atletica: quasi un “test di Cavallaro”, che è molto più attendibile e divertente del “test di Cooper”. Dopo un’ora e cinquanta di spettacolo siamo andati a dormire pensando già alla prossima data, a quando potremo rivedere il concerto e imparare le canzoni nuove, scatenandoci in una piazza di uno dei nostri borghi antichi, vera ricchezza di questa terra che con la tarantella mette d’accordo tutti: giovani e anziani, ricchi e poveri, analfabeti e pozzi di cultura. Una musica transgenerazionale, interclassista e generalista. Una “terzina” che può cambiare il volto di questa terra.

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“Palazzini” stadium

giugno 28, 2010

Le ferie sono una gran cosa. A me permettono di fare una delle cose che amo di più, ovvero girare in bicicletta per le vie della mia città. Proprio così, come Nanni Moretti in Vespa per le strade semideserte di una Roma accaldata e ferragostana, ieri pomeriggio sono tornato in quelle viuzze nelle quali non passo mai, oltre che nelle principali arterie, ovviamente. Quello che ho notato, oltre alla solita cornucopia di odori che nelle vie più strette e meno trafficate si percepisce (dall’eau de toilette “Dolce e Gabbana classic” agli escrementi di cane in una cuccia non pulita) è l’incredibile quantità di impianti sportivi presenti. Ce n’è per tutti i gusti: in terra battuta, in erba sintetica, in cemento. E i ragazzini ci vanno a giocare tutti “infighettati”, coi completini delle squadre del cuore, la borsa in tinta, la doccia dopo la partita. E giocano sempre dopo le 17: prima fa troppo caldo e poi è in corso la digestione. Alla loro età noi giocavamo dopo pranzo, fino a quando non faceva buio. Come Massimo Ranieri in “Erba di casa mia”. E correvamo e calciavamo con jeans, camicie, maglioni e felpe. Era assolutamente normale, sfruttare una strada poco trafficata come terreno di giuoco, poi il campetto in sabbia e ghiaia di un albergo, che era fruibile più o meno da tutti, fino al grande passo: “‘U campu d’i palazzini”. Era una struttura in terra battuta con misure a metà strada tra il calcio e il futsal, ricavata su un terreno poi divenuto edificabile. Qualcuno aveva montato due porte regolamentari con tanto di reti. Che emozione, vedere il pallone insaccarsi dopo un calcio di punizione con parabola a rientrare alla Zico o alla Platini. Una volta persino io segnai così, sia di destro che di sinistro. E poi, complice la singolare regola della “sponda” – il fallo laterale non esisteva, e se il pallone toccava il muro lungo la linea dell’out si poteva continuare a giocare – facevo delle discese sulla fascia scimmiottando il Boniek “bello di notte”. Poi, la magia finiva quando arrivavano i più grandi e si prendevano il campo. Ci cacciavano, perchè spettava loro di diritto. Oggi tale diritto è stabilito da un custode che raccoglie le prenotazioni, incassa le quote prima della partita (spesso più care dei campi fa tennis) e concede l’uso delle docce. Forse era un modo come un altro per far rispettare le gerarchie, quello del “Campu d’i palazzini”, con le risse a bordo campo che facevano emergere i bulli del quartiere, facendo prevalere la legge del più forte. Anche allora, infatti, non era tutto rose e fiori. Solo che i ragazzini erano meno viziati e più pronti ad affrontare il mondo. O così a me sembra. Ma non c’è nemmeno più tempo per la nostalgia, perchè da qualche lustro, dove sorgeva il campo hanno costruito un palazzone. L’ennesimo. E i figli di quei ragazzi più grandi di allora, quelli che a una certa ora si prendevano il campo, vanno a giocare nei campetti in erba sintetica con i completini Nike. Chissà, però, se provano la stessa gioia dopo una punizione a rientrare che s’insacca all’incrocio, o se per loro è assolutamente normale perchè alla Playstation una prodezza del genere l’hanno fatta migliaia di volte…


Scusate, non mi lego a questa schiera; morirò pecora nera

giugno 25, 2010

Allora…il primo tempo contro il Paraguay non l’ho visto, perchè stavo tornando dall’aeroporto; la partita contro la Nuova Zelanda non l’ho vista perchè stavo lavorando; quella di ieri contro la Slovacchia, ho scelto di non vederla, preferendo andare in palestra. Scrivo questo non per fare lo snob del c…, ma per dire che in fondo dell’eliminazione della Nazionale ai mondiali a me importa poco. Quel che mi addolora, invece, sono i processi sommari che molti stanno facendo adesso: il principale imputato è Lippi. “Non ha saputo fare le convocazioni”, “Ha lasciato a casa gli uomini di fantasia”, “Ha fatto il suo tempo”, “E’ un incapace” ecc. Ora, il calcio non è una scienza esatta e ognuno ha il diritto di pensarla come vuole. Io, però, non riesco a pensare a Lippi come a un incapace: parla la sua storia personale di allenatore; parlano i suoi successi che non possono essere inficiati da un Mondiale deprimente. Io, nel mio piccolo, credo che sia semplicemente finito un ciclo. E che i “nuovi” non siano all’altezza di chi li ha preceduti. Del resto, anche l’under 21 balbetta, e se le squadre piene di soldi continuano a investire in giocatori stranieri, il risultato è questo. Credo siano da lodare le società che puntano a valorizzare i giovani dei vivai, cedendoli poi alle grandi che li fanno giocare in prima squadra. Cannavaro è a fine carriera, e con lui molti altri. Ora, però, voglio ricordarli con l’immagine a inizio post.


Pacta sunt servanda

giugno 23, 2010

A Pomigliano hanno vinto i Sì; anche se un consenso dei due terzi dei lavoratori non è proprio un plebiscito. Ora, a Marchionne e ai suoi sodali, tocca rispettare i patti presi con i sindacati e soprattutto coi lavoratori. E all’opinione pubblica tocca rimanere molto vigile, perchè non sarebbe la prima volta che “i padroni” (si sono sempre chiamati così, anche durante le riunioni separate che facevamo in viale dell’Astronomia a Roma nella sede dell’Assindustria) non rispettano in toto un accordo preso. Ho letto e apprezzato la poesia in rima baciata dell’amico di Virginia. Vi sembrerà strano, ma io non sono così pessimista riguardo il futuro. Credo, infatti, che ci siano delle fasi cicliche di espansione e contrazione dei diritti dei lavoratori. Questa è una fase di grande contrazione, ma si risorgerà. Così come gli operai della Cina e dell’Est europeo la smetteranno di sentirsi sfruttati e contenti. Oggi, con la scusa della caduta delle ideologie del Novecento, si è permesso ai padroni, ai furbetti del quartierino e agli sfruttatori di tutte le sembianze, di tornare a fare quello che vogliono, in nome di una presunta “modernità” tanto cara al ministro Bertolino-Sacconi, che ha trionfato per la vittoria del Sì. Ma si può risorgere. Come? Tornando a studiare un po’ di più e a riassumere consapevolezza dei propri diritti. Compagni, meno “Grande fratello” e “Isola dei famosi” e più letture di libri e giornali. Non sperate che i vostri figli diventino calciatori e le vostre figlie veline. Insegnate loro il valore della scuola, della cultura che rende liberi, regalate loro libri, non l’I-phone. Cresceranno uomini e donne con la schiena diritta e la testa alta, e difenderanno con i denti i loro diritti, senza cadere mai nell’errore di abusarne. E poi, quando si va a votare, non vi fate distrarre dalle sirene di turno. Non so perchè, ma io sono convinto che in mezzo a quel 38% di lavoratori che ha votato “no” all’accordo ci siano anche degli elettori di Berlusconi. Mi giocherei qualunque cosa. E si ricomincino a frequentare le sezioni di partito, non per sperare di ottenere una piccola fetta della torta, una piccola prebenda. Si ritorni alla politica vera. Perchè più gente che lavora, all’interno dei partiti, e meno politburo non può che far bene alla politica. Si riscopra la dimensione sociale, collettiva, e non si guardi solo il proprio orticello. Ci hanno bombardato il cervello con messaggi narcotizzanti dalla Tv. Difendiamoci. Riscopriamo la democrazia. Riappropriamocene. Non cambierà dall’oggi al domani. Ma cambierà, eccome.


Pomigliano: sì o no?

giugno 21, 2010

Chi mi conosce sa che non sono mai stato un fan della Cgil. Anzi, ho sempre pensato che la classe dirigente di alcuni comparti sia intimamente – e troppo – legata a certe correnti e correntoni del Pd, tanto da badare più a fare da serbatoio di voti a candidati provenienti dal sindacato e ora stabilmente seduti ai vertici di partito, che all’interesse dei lavoratori. La stessa Fiom, nel settore metalmeccanici ha condotto troppo spesso delle battaglie identitarie, slegate dal contesto socioeconomico attuale. Quanto sta accadendo alla Fiat di Pomigliano d’Arco, però, induce a una riflessione: io non sono pregiudizialmente contrario agli accordi, nemmeno a quello sottoscritto da tutte le sigle sindacali, tranne Cobas e, appunto, la Fiom. Il punto è che, come ha acutamente rilevato Enrico Letta, dal suo osservatorio di sostenitore dell’accordo, il rischio è che un accordo stipulato in una situazione emergenziale, rischia di diventare un precedente al quale tutte le relazioni industriali di tutti i settori rischiano di uniformarsi. Insomma, c’è il rischio che ogni trattativa contrattuale si trasformi in una mera applicazione delle restrizioni ai diritti dei lavoratori insite nell’accordo di Pomigliano d’Arco. Ecco perchè secondo me ancora bisogna tenere duro, e limare ulteriormente i termini dell’accordo. Decideranno i lavoratori con un referendum. Però, se fossi uno di loro oggi voterei NO. E ricorderei a Marchionne, che ha fatto sfoggio di una battuta frutto di arroganza padronale e pessimo gusto, che se i lavoratori scioperano non vengono retribuiti; quindi, dubito che rinunciano a una o più giornate di lavoro solo per vedere le partite dei Mondiali in Tv. Si vergogni Marchionne!


Accorpati e contenti

giugno 17, 2010

Tra il dire e il fare c’è di mezzo “e il”, cantavano Elio e le Storie Tese; tra il dire e il fare, c’è di mezzo la campagna elettorale, diremmo noi, pensando a tutte le cose dette da queste parti prima delle elezioni, le manifestazioni e le levate di scudi tardive, gli inutili colpi di coda dell’ancièn regime e gli scambi di accuse tra le diverse parti politiche, sul tema dell’accorpamento dell’As di Locri all’Asp di Reggio Calabria, deciso nel 2007 – nottetempo – nel corso di un consiglio regionale e su proposta di un big del Pd calabrese. Guardacaso, dopo due anni di sottovalutazione, si accorsero tutti del periculm in mora solo prima delle elezioni regionali, e qualche parolaio arrivò a dire che “se vince Peppe si ridiscute tutto”. Il Peppe in questione è il presidente “ggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggionavane”, che invece non ha fatto altro che proseguire nel solco tracciato da Loiero e i suoi; anzi, ha accelerato sul piano degli accorpamenti, rispondendo a pressioni tremende provenienti dal governo centrale, che ora più che mai spinge per il commissariamento regionale del settore. Quel commissariamento, per intenderci, che quella vecchia volpe di Loiero era riuscito ad evitare, dopo una trasferta romana nell’ufficio dell’allora neoministro Fazio. Ora no. Il presidente gggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggiovane piazza qualche manager di suo gradimento – spero, da cittadino, che facciano meglio dei predecessori – pur sapendo che, in caso di commissariamento, saranno azzerati tutti gli incarichi. E gli ammalati della Locride? Chi pensa a loro? Nell’ordine, la Divina Provvidenza e i tanti medici e infermieri che fanno con coscienza il proprio lavoro, nonostante tutto. E che hanno il diritto di continuare a farlo. Oggi devo apprezzare la coerenza di Luciano Racco, che nel periodo in cui tutti (soprattutto da destra, ma anche qualche aspirante furbetto di centrosinistra) cercavano di cavalcare l’onda del malcontento verso l’accorpamento dell’As di Locri, cercando di racimolare qualche preferenza in più, ha scelto di essere coerente e di dire le cose come stavano. Con onestà, pur sapendo di essere impopolare. Oggi, la giunta di centrodestra retta dal presidente ggggggggggggggggggggggggggggiovane, contravvenendo alle aspettative di chi, da quella parte politica, si aspettava quantomeno che si ridiscutesse della materia, non perde tempo in chiacchiere e “tira diritto”, tanto non c’è nessun consigliere regionale eletto nella Locride e quei pochi che potrebbero parlare preferiscono “non guastarsela” in attesa di qualche incaricuccio. Tanto si vota tra cinque anni. Comincia a finire la luna di miele tra Peppe e i calabresi. Vuoi vedere che qualcuno arriverà a rimpiangere persino Loiero?


La Capitale…dei divieti

giugno 15, 2010

Roma è sempre Roma. Anche se il caldo soffocante di giorno è spietato, non ti fa respirare e ti costringe a rinunciare anche a quel giro in centro che hai sempre fatto e che rifaresti altre mille volte. La Capitale da il meglio di sè “quann’è sera, quanno la luna se specchia drento ar Fontanone”. Però, seppur nel quadro di una permanenza fin troppo breve, ho capito che qualcosa di cui i residenti si lamentano c’è. Troppi, tanti, divieti assurdi e “giri di vite” che tradiscono la radice ideologica dell’attuale sindaco vengono mal digeriti dai romani di nascita e di adozione. Divieti che spesso colpiscono anche le attività ricreative. Mi ha colpito una scritta sul muro di piazza San Calisto a Trastevere, che ho scrutato dalla finestra del B&B: “Alemanno, facce scopà”. Chissà se il suo autore si riferisce a promesse preelettorali dell’ormai ex finiano, del genere “cchiù pilu pe’ tutti”, o se piuttosto si riferisce alla presenza di tanti di quei divieti in città, che potrebbero finire per invadere anche la sfera erotica dei cittadini? Ai posteri l’ardua sentenza. Intanto, consiglio a tutti quelli che hanno a cuore i locali autenticamente originali e anticonformisti, di fare una capatina alla libreria caffè Bohemien di via degli Zingari, al rione Monti. La gestisce Margherita, una donna di Caulonia, che per simpatia, ospitalità e capacità gestionali (oltre che gastronomiche) si è da tempo imposta all’attenzione dei frequentatori di locali che vale la pena vedere. Al cafè Bohemien si possono acquistare i libri oppure leggerli lì, seduti su divani antichi e poltrone; oppure, si può amabilmente chiacchierare davanti a un buon bicchiere di vino accompagnato dalle delizie che ogni settimana arrivano dalla Calabria. In un’atmosfera unica, tra luci soffuse e musica in sottofondo. Un modo come un altro per apprezzare un pezzo di Calabria che fa la sua figura anche nella Capitale.