Ma questa…è un’altra Tv

Finalmente un programma per il quale valga la pena il pagamento del canone Rai. Carlo Lucarelli è tornato, il lunedì, in prima serata su Raitre. Il suo “Lucarelli racconta” è un bel programma, non molto dissimile da “Blu notte” (e meno male!) ma forse più vicino alla cronaca che alla narrazione di fatti che sono già storia, seppur contemporanea. Ieri qualcuno su facebook si chiedeva come mai nessuno, tra i principali organi d’informazione, avesse ricordato la morte di Stefano Cucchi, nel giorno del suo anniversario. Ci ha pensato Lucarelli, dedicando la prima puntata del suo appuntamento televisivo ai casi di morte in carcere; o, per esare un’espressione molto efficace che è stata il leit-motiv della trasmissione “nelle mani dello Stato”. E così, dalla solita scrivania in preda al caos, in cui si riconoscono solo il pc portatile e il taccuino Moleskine – i ferri del mestiere, insomma – Lucarelli ha aperto le porte di un mondo spesso dimenticato, in cui la custodia cautelare in attesa di giudizio spesso coincide con esperienze terribili. In qualche caso con la morte. Si parla poco delle carceri e del sovraffollamento delle celle. Sono posti dove non ci sono solo i grandi delinquenti, ma anche piccoli ladruncoli o “tossici” che forse andrebbero rieducati in strutture diverse, come le comunità di recupero. Perchè Beccaria non parlava a vanvera. Confesso di aver letto con avidità alcuni libri che narrano anche storie tra le mura di un carcere. Penso alla seconda parte di “Mara, Renato e io” di Alberto Franceschini, “Il dito contro” di Salvatore Ferraro e “Un carcere nel pallone” di Francesco Ceniti. E’ una realtà che m’incuriosisce e della quale forse si dovrebbe parlare di più. Ricordandosi sempre che “Non è importante iniziare i processi, ma concluderli e stabilire la colpevolezza o l’innocenza di una persona”, come dice uno che sto imparando ad apprezzare. Intanto, bentornato Lucarelli. Che in modo sottile ed avvincente ci apre gli occhi ogni lunedì, conducendoci in realtà e storie troppo spesso dimenticate, o ascoltate quasi con indifferenza.

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