E la gavetta?

Leggo su internet di iniziative tese ad assicurare una retribuzione dignitosa ai giornalisti italiani, specie a collaboratori, corrispondenti et similia, molti dei quali non sono pagati, o sono pagati pochissimo (4 centesimi a rigo) oppure ricevono le spettanze con grave ritardo. Succede così ovunque, non solo nel Sud, ma anche nel Nord opulento: basta iscriversi al gruppo di facebook “roba da giornalisti” per leggerne di tutti i colori. Giusto, quindi, lottare per avere una retribuzione degna di tal nome. Purchè, però, non venga mai meno il valore della gavetta, comune a tutti i mestieri, e indispensabile in questo. Mi spiego meglio. La mia insignificante esperienza professionale mi ha insegnato che alla lunga il lavoro paga, e che non è necessario sgomitare, fare sgambetti al prossimo o cercare scorciatoie. Basta sapere aspettare, mettersi ogni giorno in discussione e non sentirsi mai arrivati. Sembra facile, lo so. Il punto è che io appartengo alla generazione di chi, abitando in provincia e conoscendo, quindi, “la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia”, quando aveva vent’anni non avrebbe mai immaginato di trovare un posto su un giornale, men che meno su un quotidiano. Nei primissimi anni ’90, infatti, c’era un solo quotidiano diffuso su tutta la regione, i cui collaboratori erano sempre gli stessi: uno per paese e si occupavano di tutto, tranne – in molti casi – della nera. Insomma, un vero e proprio monopolio, con le porte sbarrate agli aspiranti giornalisti, specie se giovanissimi. Ma non mi persi d’animo, e mi cimentai in qualsiasi esperienza avesse a che fare con la comunicazione: giornalini poco più che parrocchiali, radio, Tv e quant’altro. Tutto rigorosamente gratis. Quando ricevetti il primo assegno dal Quotidiano per la collaborazione a 80 lire a rigo era il 1999. Mi chiesi: “Come? mi pagano per scrivere?”. Avevo quasi trent’anni ed ero abituato a scrivere gratis. Durò così fino ai 35, quando cominciò la splendida avventura editoriale di Calabria Ora e mi proiettai in tutt’altra dimensione. Perchè racconto questo? Per vantarmi? Manco per idea! Sono conscio di essere poco più di nulla e di dover sempre dare qualcosa in più per meritare il compenso che mi viene corrisposto. Poi, però, non mi prendete per un vecchio noioso e criticone, quando vedo ragazzini che dopo qualche settimana che scrivono vogliono lo stipendio fisso o – udite udite – il praticantato! Io capisco che chi passa le giornate in tribunale a seguire i processi, le serate in municipio a seguire i consigli comunali e macina decine e decine di chilometri per assistere a partite di calcio sotto pioggia e vento d’inverno o sotto i 40° all’ombra d’estate, a lungo andare si stanchi di lavorare gratis, ma la gavetta l’abbiamo fatta tutti. E non fa male…anzi! La mia impressione è che la mentalità del “tutto e subito” abbia contagiato anche il nostro ambiente e la gavetta venga vissuta come un retaggio di un passato per sfigati e attempati colleghi ultraquarantenni. Invece è proprio il sale di questa professione: andare in una redazione come se fosse la bottega di un mastro artigiano. Chi ha seguito questo percorso si è trovato bene. Chi no…peggio per lui! Oggi le opportunità per i giovani aspiranti giornalisti sono molteplici: solo in Calabria abbiamo tre quotidiani regionali. E poi decine di testate on line, free press, radio, Tv satellitari e private ecc. Le possibilità per potersi esprimere, dunque, sono tante. Ma la sostanza? In concreto, se non ci si sacrifica per qualche anno si corre il rischio di rimanere corrispondente a vita, col giornalismo che è quasi un hobby, qualcosa da fare a tempo perso. Sono troppo drastico? Forse. Ma penso che la gavetta possa fare solo bene, e che chi si è sentito arrivato troppo presto, o ha preso tante docce gelate (nella migliore delle ipotesi) oppure non fa più questo mestiere. Che non è, tanto per intenderci, un impiego pubblico: non si timbra il cartellino, si fanno molte più ore di un dipendente del catasto, il “pezzo di carta” (sia esso anche una laurea specifica o master) all’inizio non ti garantisce nulla e non ci sono gli scatti di anzianità che ti fanno crescere automaticamente solo perchè sei arrivato prima di altri. Questo mestiere è passione e sacrificio, curiosità e disciplina. Forse anche “equilibrio sopra la follia”. Ma per essere fatto sul serio ha bisogno di essere amato parecchio. E di un lungo corteggiamento iniziale.

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