Anime in plexiglass

“Hai visto? Sul corso non c’è nessuno stasera, eppure è una bella serata, oggi c’era un sole quasi primaverile”. Il commerciante di merce etnica il corso lo conosce bene. Il suo negozio, del resto, è proprio lì. Lo vive, il salotto buono di Siderno, dalla mattina alla sera. E quindi ha perfettamente il polso della situazione. L’ho incontrato ieri sera – domenica – intorno alle 20, nella trattoria di una traversa del corso, quella storica. Quella, per intenderci, che ha un menu fisso ma squisito, e la pizza la fa solo la domenica, sul forno elettrico e con gli stessi ingredienti da mezzo secolo. Della trattoria tornerò a parlare più in là, perchè è uno degli angoli più belli di questa città e merita più di un post. La risposta al commerciante l’ho trovata pochi minuti prima di arrivare alla trattoria che fa la pizza solo di domenica. Prima delle 19, infatti, sono andato al centro commerciale che dista mezzo chilometro da casa mia. Per entrare ci ho messo buoni venti minuti, tra semaforo e ricerca – assai difficoltosa – di un parcheggio. Ovviamente non ci sono andato per passeggiare o guardare le vetrine, ma dritto in libreria a fare acquisti mirati. E pur avendo parcheggiato nei pressi dell’ingresso più vicino alla libreria, ho avuto il mio da fare per arrivarci, cercando di farmi largo tra una folla da festa patronale che passeggiava nel nuovo corso virtuale. La mia permanenza lì è stata il tempo necessario di acquistare i libri e rientrare in macchina. Di fretta, come al solito. Poi, dopo essermi incanalato sulla via che porta all’agognata strada statale, ed aver dribblato la corsia che ti “obbliga” a passare dall’odioso fast food, mi sono diretto alla trattoria. Quasi una scelta simbolica: ritrovare un luogo del cuore, vero, autentico, tradizionale, genuino. Vicino al corso. Quello vero. Quello “virtuale” (comune a tutti centri commerciali) brulicava di persone. Quello vero era semideserto. E allora mi è venuta in mente quella canzone di Ligabue che prefigurava scenari futuri poco rassicuranti, ma parlava del 2123. Lo devo correggere, mi sa che da queste parti le anime in plexiglass esistano già, 112 anni prima della sua profezia. Passano la domenica chiusi nei centri commerciali anche se fuori c’è il sole e non fa freddo. Contenti loro…
P.S.: “Franco: per me tagliatelle al nero di seppia!”

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9 Responses to Anime in plexiglass

  1. Virginia ha detto:

    L’altro giorno, passeggiando per il corso di Avellino, su un pilastro ho visto attaccata una locandina che più o meno recitava così:

    GITA

    Domenica 20 febbraio

    Gita al Vulcano Buono

    partenza ore 9,00- rientro ore 19,00

    Prenotatevi per tempo, abbiamo solo due pullman

    Il Vulcano Buono è un centro commerciale costruito a Nola; ora, è vero che l’ha fatto Renzo Piano scimmiottando il Vesuvio, considerato quindi per contrapposizione vulcano cattivo, ma arrivare a farci delle gite… Sono rimasta interdetta, poi però, siccome sapevo che ci avrebbero fatto il Salone Mediterraneo del Libro, ho detto ‘Ma guarda che bei cittadini che ho!’
    Peccato però che il salone finisca domenica 13.

    Il fatto è che noi siamo la civiltà dei beni emozionali: le cose non devono avere un valore intrinseco, uno spessore reale, no: basta che ci emozionino per quell’attimo, poi, anche se l’emozione in quanto effimera non dura, poco importa: troveremo altri beni con cui emozionarci.
    L’emozione usa e getta.
    Un esempio pratico sono gli orologi Swatch: un sacco di soldi per qualcosa che dura solo il tempo della carica della batteria.
    Che dire… forse chi non si emoziona per queste cose è fuori tempo, ma io non voglio cambiare. Mi piace anche andare al centro commerciale, sia chiaro, ma non mi emoziona: è un servizio e coe tale lo tratto, cioè me ne servo. Intanto continuo ad emozionarmi per cose come l’amicizia vera, l’affetto sincero, la carezza di una persona che amo, la cima delle mie montagne, le fusa del mio gatto, le strade percorse seguendo ricordi.

    P.S. Mai assaggiate le tagliatelle al nero di seppia: Franco, ce n’è un piatto anche per me?

    • gianlucalbanese ha detto:

      Bellissima riflessione, Virginia. Anche io tratto il centro commerciale come servizio e ci vado molto di rado: a parte la libreria (l’unica che in questa zona ti permette di passeggiare tra gli scaffali a osservare le copertine e sceglierti il libro) vado al negozio di articoli sportivi e al negozio in franchising di quella marca che negli anni ’80 era d’élite e faceva scarpe con le scuole carrarmato, oggi è molto più abbordabile e produce calzature e abbigliamento di buona qualità. Per il resto, zero. Di sicuro mi fa specie che la gente ci vada a passeggiare lì. Sia ben chiaro: ognuno fa ciò che gli pare, ma passare la domenica pomeriggio chiusi tra il rumore, il caos e le luci accecanti delle vetrine non è il massimo. Farci gli autobus organizzati, poi, mi ricorda le domeniche di Fantozzi organizzate dal famigerato ragionier Filini! Le tagliatelle al nero di seppia, poi, meritano un approfondimento a parte: Franco le impasta col nero, dando loro il caratteristico colore e le fila con la macchina a manovella. Poi, una volta cotte, le condisce col sugo di seppia e pezzi interi e morbidissimi del pregiato mollusco. Una squisitezza! Buone quasi come gli spaghetti bianchi numero 7 conditi col nero di seppia, altra specialità che però da Franco non trovi: da lui solo pasta fatta in modo casereccio 🙂

  2. Peppe Reale ha detto:

    GRANDISSIMO FRANCO !!! Che Dio ce lo conservi per almeno altri 100 anni !!

  3. Giuseppe ha detto:

    Cari ragazzi, come avete ragione! Io lavoro in un Centro Commerciale, nel settore amministrativo, figuratevi che palle vederlo ogni giorno, seppur dagli uffici.Ho notato anche io, tristemente, quanta poca gente passeggia sul corso in queste bellissime serate. La riflessione è simle a quella di Gianluca. Mi chiedo: ma come cazzo viviamo? Nel 1981, mi pare quello fosse l’anno, un grande Harrison Ford fu l’attore protagonista di un magnifico film dal titolo “Blade Runner”. Ecco, ci stiamo riducendo al ruolo di replicanti e consumatori estetici e, alla fine, siamo sempre meno sereni. Pier Paolo Pasolini aveva previsto questa nostra misera fine. Una nuova resistenza è necessaria per non smettere di sognare…La parola chiave è: CULTURA

    • gianlucalbanese ha detto:

      Premesso che fino ad oggi la cultura soccombe rispetto all’edilizia, sarebbe bello tornare ai tempi in cui si poteva giocare a pallone per strada, con i libri per terra a mo’ di porta, come hai magistralmente scritto tu qualche tempo fa.

  4. enzo romeo ha detto:

    Caro Gianluca ( polemiche a parte il caro resta) ho appena letto questo tuo posto sui centri commerciali. Una inchiestya di qualche tempo evidenziava ormai quanto appeal suscitino questi non luoghi sui noi comuni mortali. Non sono pregiudizialmente contro i centri commerciali (sono un cliente abbastanza abituale) ma non capisco e non riuscirò mai a capire perchè siano diventati aree di passeggio e di divertimento. Io mi diverto giocando a pallone e quando con moglie e figlio posso fare un giro nella nostra città. Sono stato spesso critico con Siderno, ma non nego che, al di la delle mei personali aspirazioni, sono uno al quale piace ancora calpestare l’asaflyo delle nostre vie. La sera, quando posso, tornato dal lavoro infilo un cappotto e faccio un giro. Ammetto che molte cose non mi convincono, ma in senso urbanistico Siderno offre diverse possibilità per frequentarla. Si distanzia, mi spiace dirlo ma è così, da altre cittadine viciniore.
    Certo, non sono uno di quelli che consideri Siderno il centro del mondo ( molti nostri concittadini ne sono convinti e credo sia in grave errore), ma resta il fascino e la forza delle proprie radici, che niente e nessuno possono negare. In un prossimo futuro prevedo che lascerò questa città, ma io resterò sidernese sempre. E Franco, l’oste più simpaticamente antipatico che conosca, rappresenta un legame indissolubile con questa città. La semplicità e la genuinità sono cose che è bello saper conservare. E Franco ci riesce alla grande.Ciao Gianluca e buon lavoro.
    Enzo Romeo

  5. gianlucalbanese ha detto:

    Caro Enzo, grazie per il tuo intervento, i cui contenuti sono assai condivisibili. Mi piacerebbe sapere pure cosa ne pensi della disaffezione dei nostri giovani aspiranti colleghi riguardo la gavetta. Anche se ho cinque anni meno di te, sono già abbastanza “vecchio”, tanto che a volte capita che ragazzi più o meno ventenni mi domandino come si diventa giornalisti. Non possedendo la ricetta, men che meno la verità in tasca, rispondo parlando della mia modesta esperienza. Pochi di loro mi ascoltano e chi l’ha fatto si è trovato bene; altri mi prendono per scemo. Io resto convinto che la gavetta sia un valore e il rampantismo un disvalore, ma penso di sfondare, con te, una porta aperta.

  6. enzo romeo ha detto:

    Caro Gianluca, solo adesso leggo della tua richiesta. In primis, però, devo chiedere scusa a te e ai lettori del tuo blog per i molti errori ortografici del mio ultimo commento. Dici bene hai cinque anni meno di me, ma la vista credo sia migliore della mia ( sto toccando al posto tuo per non lanciarti un “pituso”) e quindi nella velocità del lavoro non ho il tempo materiale di controllare che tutto sia a posto.
    Mi chiedi un commento sulla gavetta. Che vuoi che ti dica: la mia piccola storia personale è fatta di continui ripartire da zero. La gavetta l’ho fatta, la faccio ancora, perchè non si finisce mai di imparare e anche perchè so di non essere Scalfari. Tu mi chiedi dse serva farla, ed io ti rispondo si.Assolutamente si. Ma c’è un limite a tutto. Non mi sto contraddicendo: Intendo dire che se per gavetta, dopo avere raggiunto un certo status, si intende continuare a studiare e a imparare cose nuove, va benissimo. Se si intende, invece, che devi soffrire fino alla pensione e guardare certi imbecilli raccomandatissimi che fuoreggiano ( si fa per dire) dagli schermi Rai allora dico che biosgna una volta per tutte porre dei limiti. Se mio figlio un giorno dovesse rivelarmi una passione per il giornalismo, lo sconsiglierei vivamente, ma se fosse la strada che si è scelto con passione ed entusiasmo lo aiuterei con tutti i modi corretti possibili. Prima di tutto facendolo studiare, per farlo entrare nella scuole e nelle facoltà universitarie specializzate, Dico questo perchè guardandomi in giro sento puzza insopportabile di nepotismo. Ed i talenti veri? Che fine fanno, se i posti se li beccano i soliti noti?
    Combattiamo fino a quando avremo respiro. Io, però. mi sto stancando un pò. Forse invecchio precocemente, ma ritengo che discutere, urlare il proprio disappunto di fronte ad assurde ineguaglianze sia opportuno. Quanto ai giovani che perdono subito la testa: rischiano di non avere futuro. Se sono certi delle loro qualità le mettano al servizio del mestiere e imparino ad aspettare. Ripeto, non certo una vita, ma il giusto. Quanto a me ho cominciato a 16 anni, ho 46. E come dice Peppino a Totò quando parlano della Malafemmina, di cui è innamorato Teddy Reno recito, emulando indegnamente il grande artista : “….Ho detto tutto”.
    Ad maiora, Gianluca.
    Enzo Romeo

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