La storia vissuta da qui

Siderno, primavera del 1987. Fa quasi caldo, e da un paio di settimane posso andare a scuola senza giaccone. Via il piumino simil-Monclair. Ai piedi un paio di scarpe simil-Timberland, un paio di jeans neri col marchio dei due indiani ritratti di profilo e che guardano in direzione opposta e, sopra la camicia, uno dei tanti maglioni verdi, segno di un vezzo che per me sembra contare davvero tanto. Lei è lì, vestita di scuro e mi sembra bellissima, forse perchè diversa dalle altre. Almeno nei discorsi che fa. Ci salutiamo e poi torniamo insieme a casa, dopo la scuola. Abita poche centinaia di metri oltre casa mia, e quel chilometro che mi separa dalla scuola sembra pure troppo breve. Quando sono con lei parlo di cose che le altre non capiscono, e non mi accorgo nemmeno di chi a quell’ora è ancora in strada invece che a tavola. Il sole batte forte sulle nostre pelli chiare, ancora troppo lontane dalla tintarella estiva e senza mai aver provato l’esposizione alle lampade Uva. Dopo la nostra solita chiacchierata mi saluta con una riflessione: «Avrei voluto avere quest’età negli anni ’70». Mentre salgo le scale di casa mi faccio tutti i film che un quasi diciassettenne può farsi dopo aver conosciuto da poco una sedicenne che gli piace. M’immagino io e lei, negli anni ’70, in una grande città italiana, a fare gli studenti impegnati in politica, tutti presi dalla lotta contro questo mondo da cambiare. Sono certo che ci ritroveremo a fare questa vita «più giusta e libera per noi». Il rock passa lento sulle nostre discussioni e nelle cuffiette del simil-walkman, accompagna i miei pomeriggi, tra le pause dallo studio – per la verità non passo tantissimo tempo sui libri – e dopo aver visto Deejay television dopo pranzo, su Italia Uno. Sembrano tutti simpatici i conduttori, anche se prima di conoscere il programma non li avevo mai sentiti: Linus è quello coi capelli tirati su col gel e giuro che appena mi si allungano li faccio anch’io così; Gerry Scotti, invece, non ha bisogno di gel perché ha dei capelli lisci e pettinabilissimi. Kay Rush è proprio una gran figa e quel Jovanotti è davvero simpatico, tanto che mi sembra di conoscerlo personalmente da una vita. Non so bene cosa farò da grande, so solo che lo voglio fare bene, con passione e mettendoci il cuore.

E’ uno dei famosi ricordi inteneriti dal tempo. Si ferma in un tardo pomeriggio di marzo o di aprile e riaffiora quando adesso – sempre più di rado – mi trovo a ripercorrere lo stesso marciapiede in certi tratti dell’arteria cittadina “di servizio”, quella che non è il “salotto buono” locale, ma solo una strada appena rivalutata, quindici anni fa, dall’idea di renderla senso unico in direzione Sud. Lei non l’ho più rivista, se non in un frangente mentre la intervistavano per strada per la Tv molti lustri dopo. Linus è diventato il direttore di Radio Deejay, Jovanotti un grande cantautore e io e Gerry Scotti abbiamo perso i capelli. Io faccio quello che mi è sempre piaciuto fare, seppur dopo un lungo e tortuoso percorso di formazione. Non sono né ricco né famoso, ma quando scrivo mi sento me stesso. Oggi posso dire che il futuro non è mai come lo immaginiamo e che conviene sempre vivere alla giornata, non facendo mai troppi progetti. Tanto, anche se li fai, ci penserà il tempo a disfarteli. Una sola riflessione, però, scaturisce dalla frase di commiato della mia tenera amica dell’epoca. Allora, e non solo per piaggeria, le dissi che anch’io avrei voluto essere un diciassettenne negli anni ’70, un contestatore, un intellettuale impegnato. Del resto, nel 1987 i nostri coetanei non parlavano di politica, di libri se ne vendevano pochissimi e i cinema si riempivano quando proiettavano i vari Rambo e Rocky. Ricordo ancora quando certi idioti facevano il tifo per il pugile italoamericano mentre combatteva sul ring contro il sovietico Ivan Draga: sì, facevano il tifo, pur sapendo di andare incontro a un lieto fine più che assicurato. Oggi, con la lucidità e la capacità di analisi che solo la maturità ti può dare, penso invece che negli anni ’70 avrei fatto una vita comune a quella di tanti altri. Avrei vissuto a Siderno, mi sarei trovato un lavoro fisso per potermi pagare le rate dell’utilitaria, avrei giocato la schedina del totocalcio e nel week end sarei andato a mangiare la pizza fuori. Certo, avrei letto qualche libro in più, magari mi sarei appassionato all’allora Giornale di Calabria o ad Oggisud piuttosto che alla Gazzetta e sarei stato un socialista critico che non avrebbe mai accettato il “fenomeno Craxi”. Forse non sarei stato nemmeno comunista, almeno non sarei stato un militante di quel Pci che giustificava quello che gli conveniva ed era intransigente su cose che invece meritavano maggiore indulgenza. Avrei simpatizzato per il Psiup e sottoscritto le battaglie referendarie, anche semplicemente andando a votare al referendum. Mi sarei indignato per le morti di Impastato, Valarioti e Rostagno, ma non sarei stato tra i manifestanti a Valle Giulia, a Torino con le P38 in mano puntate in aria, o a Milano ad assaltare piazza San Babila e darle ai fascisti o a prenderle. Quelli erano passatempo da borghesi, travestiti da proletari e progressisti, ma sempre borghesi. Lo disse anche Pasolini, quando ricordò che i veri proletari erano i poliziotti, coetanei dei manifestanti che lasciavano la loro terra in cerca di uno stipendio. Io sarei stato nel mio paese, a fare il mio lavoro e a comportarmi da cittadino per bene. Quella che sembra un’apparente ignavia che io rimproveravo alle generazioni che hanno preceduto la mia, in realtà rappresenta, con tutta probabilità, quello che avrei fatto io se fossi stato un adolescente e poi un giovane negli anni ’70. La struttura materiale determina la sovrastruttura ideologica, e poi la storia non ha quasi mai tempo di passare dalla provincia o dalla periferia. Da queste parti viene solo quando ci trova dei martiri, degli eroi o dei grandi criminali. Li mitizza e si dimentica di chi, in fondo, vive la sua esistenza cercando di dare il buon esempio a chi gli sta intorno e a chi ha dato la vita. Vi sembra davvero così riduttiva e inutile un’esistenza così? A me, francamente, no.

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2 Responses to La storia vissuta da qui

  1. Virginia ha detto:

    Da ‘ragazza degli anni 70’ devo dire che hai ragione, saresti stato esattamente come dici: ci si nasce in un certo modo e la storia non ci cambia, a meno di gravi fatti indipendenti dalla nostra volontà.
    E io, che ho molti punti in comune con la tua visione di vita, posso testimoniare: ho cercato un lavoro sicuro ad Avellino, il sabato andavo al cinema o a mangiare la pizza, simpatizzavo per il PSIUP, pur collaborando nell’organizzazione di feste e manifestazioni non mi sono mai iscritta al PCI cui imputavo la rincorsa a quel compromesso storico che per me era uno svendersi alla DC,
    ho camminato fianco a fianco con Rosaria Biondi, brigatista rossa avellinese, ma mai sono entrata nella logica della violenza e delle bande armate… a meno di non ritenere violenza uno schiaffone mollato con tutti i crismi a Michele ‘o zuzzuso, esponente di Potere Operaio, che con la scusa di fare il disfattista alla festa dell’Unità, in realtà cercava solo di fare un po’ di mano morta con noi giovani figliole impegnate negli stands 😉
    E sinceramente anche mentre racconto non mi sembra così riduttivo aver fatto una vita normale: tutt’altro! 😀

  2. gianlucalbanese ha detto:

    No, Virginia, non vale! Tu negli anni ’70 eri una bambina 🙂 Sai cosa mi disturba? Il fatto che, a parte alcuni irriducibili come Sasà Albanese, da queste parti molti estremisti rossi degli anni ’70 alla fine siano diventati più conservatori degli ex democristiani, riciclandosi in tutte le giunte comunali e adeguando la vela alla direzione del vento. Sono quelli che accusavano i socialisti di allora di essere troppo moderati, e ora fanno i pidiellini o roba del genere. La vera rivoluzione è quella della vita fatta di serietà, sani principi e credibilità personale. Il resto sono sovrastrutture.
    P.S.: complimenti per esserti fatta giustizia da sola con Michele ‘o zuzzuso: allora le leggi anti-stalking non esistevano 😀

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