Scialaruga

«Eu sugnu figghja ‘i l’arburi abruscjati, di li castelli vecchji abbandunati, Eu sugnu la speranza arrugginuta, comu ferru di casa non finuta». Il verso iniziale di Esperia, traccia 11 dell’album omonimo degli Scialaruga, racchiude tutta la filosofia che ispira l’ottimo lavoro di Fabio Macagnino e Vincenzo Oppedisano. Tredici poesie in musica e sound molto ricercato per parlare della Calabria moderna, che si specchia nelle sue contraddizioni ed è finalmente consapevole che si possa mantenere il proprio temperamento, la propria convivialità («Sugnu li quattro amici e ‘nu brasceri, la sira vinu russu ‘nte biccheri») ma anche sapere rompere il cordone ombelicale che la lega alla liturgia dei riti tipici della tamarrìa mafiosa, come nel brano che apre l’album, in cui si parla del ballo d’amore tra due lucertole (“zaffrati”, appunto), due pronipoti della Zirichiltaggia di De Andrè che si godono il loro flirt incuranti di un “mastru i ballu” che, forte di una tradizione spesso a uso e consumo del familismo amorale di stampo ‘ndraghetista, vorrebbe imporre tempi, modi e ritmi del ballo urlando «Rispettamu ‘a tradizioni, ‘a tradizioni rispettamu, rispettamu lu rispetto, rispettamu ‘a società». E così, il lavoro di ricerca musicale degli Scialaruga si gode i buoni frutti nel giardino rigoglioso della nuova musica popolare calabrese, arricchita dalla chitarra country che taglia in due proprio Zzafratatrance, dal sound latinoamericano di Lu sonaturi e li scurzuni, del rock di Sumeridionali che ricorda i Litfiba di Spirito e così via. E così, la musica calabrese saluta la Mulinarella dal finestrino, ma prende il treno verso altri orizzonti, non dimenticando mai i fichi d’india a bordo dei binari, ma rivolgendosi al villaggio globale. E ce n’è parecchia di quella “meglio gioventù musicale” calabra in questo lavoro: la chitarra di Francesco Loccisano e di Mujura, la batteria di Massimo Cusato dei Quartaumentata e quella di Alfredo Verdini dei Taranproject, ma anche due voci uniche, che caratterizzano e impreziosiscono i brani in cui sono protagoniste: quella di Saba Anglana, così limpida e luminosa da evocare un’alba estiva sullo Jonio nella splendida Focu d’amuri, e quella roca di Mico Corapi, il Tom Waits “de noartri”, che irrompe in Esperia a fare da contraltare a quella di Macagnino, dolce e malinconica a inizio brano, interpretando meglio di ogni altro al mondo il verso «Eu sugnu calabrisi e mi ‘ndi vantu, su’ conosciutu pe’ tuttu lu regnu» come a dire: l’eterno conflitto tra la tradizione dura a morire e lo spirito critico della Calabria contemporanea. E se parliamo di vanti, il lavoro degli Scialaruga è sicuramente una delle eccellenze musicali di questa nuova Calabria, preoccupata di «Li cosi chi cangianu sempi e chidi chi non cangianu mai».

GIANLUCA ALBANESE
g.albanese@calabriaora.it
Recensione Scialaruga

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