Per un 25 aprile permanente

Oggi, per puro caso, mi è capitato per le mani questo meraviglioso scritto di Antonio Gramsci. L’ho letto oggi, per la prima volta. Il 25 aprile. Quando si dice “segno del destino”. Esprime meglio di ogni altra cosa lo spirito di questa festività, che ha un senso solo se anima pure tutti gli altri 364 giorni dell’anno. Mi ci riconosco totalmente. Si chiama
CONTRO GLI INDIFFERENTI:

«Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e il decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E’ la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materua bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada può tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa.
Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel bene che si proponevano. I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere. Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte, già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera di cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia. Odio gli indifferenti.

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2 Responses to Per un 25 aprile permanente

  1. Angelo ha detto:

    Stupendo e sempre attuale.

    Invece invito tutti a leggere quello che scrisse Elsa Morante.

    “Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera

    di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero

    meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di

    governo.

    Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini?

    Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte

    per interesse e tornaconto personale.

    La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività

    criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al

    giusto.

    Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il

    tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre

    il tornaconto.

    Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile

    effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei.

    Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt’al più il leader di un

    partito di modesto seguito, un personaggio un po’ ridicolo per le sue

    maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente a causa del suo stile enfatico e impudico.

    In Italia è diventato il capo del governo.

    Ed è difficile trovare un più completo esempio di italiano.

    Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico

    senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon

    padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che

    disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di

    profittatori; mimo abile – e tale da fare effetto su un pubblico

    volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere – si immagina

    sempre di essere il personaggio che vuole rappresentare.”

    Elsa Morante

    (Qualunque cosa abbiate pensato, il testo, del 1945, si riferisce a Benito Mussolini.)

  2. gianlucalbanese ha detto:

    Anche questo è bellissimo e sempre attuale. Mi auguro di non doverlo rileggere il 16 maggio con amarezza.

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