Succede anche questo

LOCRI «Il fattore di crescita umana e relazionale in gruppi disomogenei con la presenza di»…«potrebbe rendere la vivibilità, all’interno della classe, difficile e disarmonica, tenuto conto della delicata fase di crescita adolescenziale, con ricadute potenzialmente negative nella formazione complessiva della personalità degli attori componenti il gruppo classe». Non è uno stralcio tratto dai verbali di un riformatorio; è un passaggio di una lettera scritta da un preside, sulla carta intestata di un istituto superiore della Locride. Parole scritte al computer, pochi giorni fa. Frasi di un dirigente scolastico che non vuole che un ragazzo di sedici anni possa trasferirsi nel suo istituto. Ottavio (è il nome di fantasia del protagonista di questa triste storia), ama i film polizieschi, ha qualche brufolo in faccia, porta i jeans e gli occhiali con la montatura colorata. Come tanti adolescenti in ogni parte del mondo. Ma nella scuola che vorrebbe frequentare non lo vogliono. E non è un bullo di quelli che poi mette i filmati delle sue bravate su youtube, e nemmeno un tipo aggressivo. È un Down. E ha un’allergia che gli ha reso difficile continuare a frequentare la scuola in cui si era iscritto in precedenza. La triste storia che raccontiamo oggi ha inizio i primi di aprile. Ottavio, d’accordo con i suoi genitori, chiede di essere trasferito ad un altro istituto. Lo fa per iscritto e pochissimi giorni dopo riceve quattro righe di risposta glaciale: «…tenuto conto che l’interessato è portatore di handicap e che ha superato l’obbligo scolastico» e «considerato il curriculum scolastico» «l’istanza prodotta non può essere accolta da questa istituzione scolastica». Timbro con lo “stellone” della Repubblica Italiana. Quella che tutela il diritto allo studio e la pari dignità dei suoi cittadini. Almeno sulla carta; quella Costituzionale. Firma. E basta. Pratica irricevibile. La famiglia, però, non ci sta. Ha, ovviamentem seguito l’iter scolastico di questo ragazzo dal principio. Elementari, medie. Un diploma con sette e poi la scelta della scuola superiore, laddove, dopo un paio d’anni, consapevole del suo status di diversamente abile, non vuole, tuttavia, rinunciare ad assecondare la propria vocazione, chiedendo di essere iscritto al primo anno di un’altra scuola, anche se frequenta già il secondo. La famiglia non ci sta e si rivolge all’avvocato Alberto Brugnano. Questi scrive al preside della scuola che Ottavio vorrebbe frequentare, al collegio dei docenti e all’ufficio scolastico provinciale. Ricorda al dirigente scolastico quella «preliminare interlocuzione» intercorsa tra lui e la madre del ragazzo poco tempo prima e l’iniziale «favorevole accoglimento della suddetta istanza» di trasferimento che «aveva ingenerato nel minore» e nella sua famiglia «una forte aspettativa, alimentata anche dalla disponibilità profusa da alcuni docenti». Insomma, l’accordo di massima per accoglierlo nella scuola sembrava esserci. Invece no. Il preside non lo vuole. Perchè è un Down e perchè a quell’età (sedici anni compiuti) è fuori da ogni obbligo scolastico sancito dal vigente ordinamento giuridico. L’avvocato gli ricorda che il diritto allo studio viene esercitato chiedendo di essere iscritti alla scuola e non può essere negato con le motivazioni addotte, definendo l’atto di diniego del preside «altamente discriminatorio, oltre che infondato in diritto». Cita pure la circolare ministeriale numero 262 del 22 settembre 1988 che recita che «non può essere rifiutata l’iscrizione e/o la frequenza in modo aprioristico neppure ad alunni con handicap grave o gravissimo di qualunque natura; impedimenti alla loro frequenza – recita la circolare – devono valutarsi “esclusivamente in riferimento all’interesse dell’handicappato e non a quello ipoteticamente contrapposto della comunità scolastica, misurati su entrambi gli anzidetti parametri (apprendimento e inserimento) e non solo sul primo, e concretamente verificati alla stregua di già predisposte strutture di sostegno, senza cioè che la loro permanenza possa imputarsi alla carenza di queste”». E il preside? Rincara la dose, rigettando nuovamente l’istanza d’iscrizione alla prima classe del suo istituto e rispondendo che «Dal punto di vista pedagogico-relazionale, il fattore età degli allievi normodotati (quattordicenni) e di un soggetto portatore di handicap (diciassettenne) in una classe della scuola secondaria superiore, diventa inevitabilmente problematico e destabilizzante per entrambi i protagonisti». Problematico. Destabilizzante. Parole che nell’Europa del XXI secolo fanno un certo effetto. Non spetta a noi giudicare sulla liceità della condotta del dirigente scolastico della quale non abbiamo motivo di dubitare. Rimane una questione di pari opportunità, di sensibilità umana che va oltre il significato letterale delle norme e la loro interpretazione. Resta la rabbia dei genitori. E il cuore della mamma che, in quanto tale, non si preoccupa di parlare in punto di diritto, ma sottolinea amaramente che «Avere un ragazzo disabile in famiglia è un onere per le famiglie ed una risorsa per lo Stato, in quanto il portatore di handicap tenuto in famiglia implica un risparmio per lo Stato nonché un notevole tributo formativo nei confronti del soggetto portatore, il quale, seguito amorevolmente in famiglia e sentendosi protetto ed amato, non sviluppa comportamenti devianti». Vero. Ma oltre la sua famiglia ci sarà qualcun altro a garantire la sua inclusione sociale?

GIANLUCA ALBANESE
g.albanese@calabriaora.it

P.S.: domani mattina una troupe di Calabria Tv, che ha deciso di realizzare un servizio dopo aver letto il pezzo sul giornale, sarà a Locri per incontrare i protagonisti di questa triste vicenda. Il programma va in onda domani alle 20,30

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