Riflessione impopolare

ottobre 30, 2011

Ho ascoltato con grande attenzione l’intervista che oggi Maria Latella ha realizzato su Sky col ministro del Lavoro Sacconi, che ha cercato di spiegare cosa si propone la riforma “in itinere” che con una semplificazione mediatica viene definita dei “licenziamenti facili”. Ho ascoltato le spiegazioni del ministro che ha rassicurato che riguardano solo le aziende in crisi, che non tocca i licenziamenti discriminatori, ovvero che non permetterà di far perdere il lavoro a chi si dovrà sposare o andare in maternità, oppure svolge attività sindacale e/o politica. Partiamo da un assunto: ho 41 anni e sono lavoratore dipendente da quando ne avevo 18; quindi è ovvio che sono visceralmente, strutturalmente (ricordate la struttura materiale che determina la sovrastruttura ideologica?) contro ogni norma che possa facilitare il licenziamento dei lavoratori. Il punto è che la realtà, da qualche anno a questa parte, è fatta per molti dal ricorso sistematico alla cassa integrazione (nel settore dell’industria) e mobilità in deroga (per tutti gli altri settori nei quali, non essendoci versamenti da parte dei lavoratori, l’ammortizzatore sociale è a carico dello Stato). Insomma, una situazione non rosea, nella quale a un certo punto (quando le aziende non chiudono, ovviamente) si smette di lavorare e si viene pagati dallo Stato. Sacconi propone la facoltà, per le aziende in crisi, di far cessare il rapporto di lavoro con i dipendenti, e non di sospenderlo come nel caso della cassa integrazione, per permettere alle aziende di rimettere i conti a posto, proponendo per i lavoratori licenziati altre forme di tutela del reddito, quasi un “salario garantito” tanto caro ai 99 posse che dia l’80% del salario per il primo anno di disoccupazione, il 70% pr il secondo e così via. Per ora non mi pronuncio sul contenuto del testo normativo, anche se mi basta il “no” congiunto di tutti i sindacati confederali. Un aneddoto citato da Sacconi, però, mi ha fatto riflettere, e riguarda l’ipocrisia mostrata da un sindacato (non ha detto il nome ma posso immaginare quale…) che durante una procedura di crisi aziendale, ha firmato per la dismissione di una fabbrica che si è trasferita armi e bagagli nel Sudest asiatico perchè là il lavoro costa meno. Si tratta, evidentemente, di una sigla che ama il “no” a prescindere, almeno quando lo deve proclamare pubblicamente. Ebbene, Sacconi ha detto, molto saggiamente, che avrebbe preferito che l’azienda in questione rimanesse in Veneto, anche con qualche dipendente in meno, piuttosto che trasferirsi completamente in Asia. E in questo caso – e solo in questo caso – sono d’accordo con lui. Ecco perché da tempo diffido del partito e del sindacato del “no” sempre e comunque. Quando ha parlato di ipocrisia di certe sigle mi sono venuti in mente nomi, volti, circostanze, incontrate negli anni della mia militanza sindacale. Oggi, il sindacato per mantenere una certa rappresentatività deve mostrare di essere concreto, credibile. Altrimenti, farà la fine di certi politicanti che da queste parti parlano ancora di decreto Locride e non progettano niente riguardo ai Pisl, ultimo treno dei finanziamenti pubblici rimasto. Oggi, la sinistra e il sindacato sono attesi dalla sfida più difficile della loro storia: mantenere tutele e diritti in una grave fase recessiva. Credo che ci sia una sola possibilità per farlo: negoziare, concertare sempre e comunque, rimanere ai “tavoli” e ottenere sempre il massimo possibile dal contesto economico in cui si opera. Perchè gli anni ’70, le barricate e i picchetti, purtroppo, fanno parte della storia. Chi nega questa evidenza non si dimostra sincero nei confronti di chi paga una tessera per essere rappresentato. Purtroppo.


Like a bridge over troubled water

ottobre 28, 2011

Chissà se Aurelio Misiti e gli altri che in questi anni si sono riempiti la bocca di mirabilie riguardanti il Ponte sullo Stretto di Messina ora, dopo lo storno di fondi che sono stati tolti alla “opera pubblica fondamentale per il corridoio 1” staranno pensando che in tutti questi anni ci hanno riempito le orecchie di stupidaggini. Me lo auguro. Parlare del Ponte sullo Stretto con la statale 106 vecchia e inadeguata (per quella nuova si combatte per poterne fare un pezzo – pardon, “lotto” – alla volta) e l’autostrada A3 perennemente interessata da lavori e deviazioni, è sempre stata una grande cazzata, buona solo a stuzzicare gli appetiti dei produttori dei materiali necessari e le imprese del settore, per non dire altro.
Un po’ come il Decreto Locride, vecchio cavallo di battaglia di un politico regionale capace sempre di strizzare l’occhio a chiunque, e che ultimamente ha trovato sponda in un politicante paesano che, teoricamente, sarebbe suo avversario. Così, giusto per fare “ammuina” e intervenire su tutto e per tutto “per l’Amazzonia e per la pecunia”, come cantava De Andrè. Giusto per capirci: chiedere un decreto ad hoc per la Locride in questi giorni in cui l’Italia va alla Commissione Europea col piattino in mano a promettere che sarà brava a tagliare i rubinetti della spesa pubblica, è come andare ad una mensa per i poveri e pretendere il “Brunello di Montalcino”. Mah. Il problema è di chi ancora crede a certe chiacchiere. Consoliamoci con la buona musica, con un brano che mi è venuto in mente in questi giorni, un grande classico di Simon and Garfunkel. S’intitola “Like a bridge over troubled water, I will lay me down”. Significa “Come un ponte sopra acque in tempesta, mi lascerò andare”. Le chiacchiere sul ponte crollano come il protagonista del brano cantato dal celebre duo; speriamo anche quelle sul decreto Locride. Basta illusioni e illusionisti!


E’ il caso di ricordarlo?

ottobre 27, 2011

“L’art.32, comma 1 della legge 18 giugno 2009, n.69 ha fissato al “1 gennaio 2010 [la data in
cui], gli obblighi di pubblicazione di atti e provvedimenti amministrativi aventi effetto di pubblicità
legale si intendono assolti con la pubblicazione nei propri siti informatici da parte delle
amministrazioni e degli enti pubblici obbligati”. Per converso, il successivo comma 5 dello stesso
art.32 sancisce che “a decorrere dal 1 gennaio 2010 … le pubblicazioni effettuate in forma cartacea
non hanno effetto di pubblicità legale”. Il transito da un regime pubblicitario mediante affissione
degli atti presso un luogo fisico (l’albo pretorio) ad una pubblicazione su uno spazio virtuale (il sito
web dell’amministrazione) costituisce espressione dell’evoluzione tecnologica delle pubbliche
amministrazioni, nonché della volontà di intraprendere una diversa interazione con i cittadini”. E poi: “La pubblicazione presso i siti web di atti amministrativi consente una centralizzazione della
consultazione dei dati, atteso che chiunque è posto nelle condizioni poter visionare i documenti di
qualsiasi amministrazione, mediante un semplice collegamento alla rete internet”. Concetti scontati? Non da queste parti, visto che il gentile signore che l’altro pomeriggio mi ha fornito la copia di un atto comunale, ha badato bene a coprire la parte bassa del documento con un foglio bianco per occultarne il contenuto. Cosa non voleva farmi vedere? Evidentemente nulla di rilevante, visto che poi le ulteriori informazioni che mi servivano le ho prese dal web, stante la riforma per la trasparenza della pubblica amministrazione voluta da un Ministro che loro hanno votato e io no, ma al quale riconosco i meriti di aver compiuto una vera rivoluzione nell’accesso agli atti amministrativi. Brunetta come il Che, dunque. Almeno da questo punto di vista. Resta, per completare l’opera del ministro veneziano, un paziente lavoro del Governo teso a instillare la cultura della trasparenza in periferia, che ancora sembra latitare, almeno a giudicare da certi musi lunghi 😉


Domande disarmanti

ottobre 25, 2011

“Ma quelle dichiarazioni riportate oggi sono vere?”; “Ma è vera questa notizia?”. Non è raro, per chi fa questo mestiere, sentirsi rivolgere certe domande, spesso fatte in buona fede, direi quasi ingenuamente, senza tenere conto che mentre si rivolgono, si mette in dubbio la professionalità di chi quelle notizie ha scritto e quelle dichiarazioni ha riportato. Bisognerebbe avere sempre acceso il registratore o, per vendicarsi, chiedere al fruttivendolo se le mele nelle cassette esposte siano autentiche o OGM, se il caffè servito al bar è tratto dai semi della famosa pianta o un surrogato, e così via. Di chi è la colpa di tutto questo scetticismo? Dei politicanti? Sicuramente in parte: dall’attuale presidente del consiglio, fino all’ultimo politicante paesano, è tutta una corsa alla delegittimazione di questo mestiere, è tutto un tentativo di condizionarti, è tutto un evitarti, toglierti il saluto, discriminarti se hai scritto una verità per qualcuno scomoda. Personalmente, sono fiero del fatto che in certi contesti, solo una sparuta minoranza venga a salutarmi (di solito arrivo in anticipo e quindi sono già presenta quando gli altri giungono in sala), così come m’inorgoglisce il fatto che io non vada a “riverire” alcuno, anzi. Già, perchè forse la prima azione di sputtanamento di questa categoria arriva proprio da certi lacchè e conferenzieri da bar, che giocano al ribasso, svilendo, agli occhi dei loro interlocutori, l’intera categoria. Mi sa che i primi responsabili sono loro e non rimane che evitare accuratamente di comportarsi come i suddetti.


Aspettando Mujura

ottobre 19, 2011

“Mujura è una coltre, di nubi nel cielo”. È lo stesso Stefano Simonetta da Roccella Jonica (in arte “Mujura”) a spiegare il “nickname” che dà il titolo al suo primo lavoro da solista, dodici tracce della nuova canzone d’autore meridionale, quella che alterna l’uso del dialetto a quello dell’italiano e mette alla berlina usi e costumi della ‘ndrangheta e della mafiosità diffusa. Proprio così: cresciuto nei Tarankhan con Mimmo Cavallaro, Francesco Loccisano e Fabio Macagnino, Mujura ha da tempo intrapreso un proprio percorso personale e artistico che lo ha portato a stabilirsi a Napoli e ad abbracciare il cantautorato, ed ora è atteso da un minitour nella provincia reggina che parte domani, giovedì 20 con la tappa nel capoluogo ai “Tre farfalli”, mentre venerdì toccherà “La sosta” di Villa San Giovanni per concludersi sabato con la grande kermesse del “Blue Dahlia” di Marina di Gioiosa Jonica, vera e propria culla di molti artisti di fama nazionale. E non è escluso che, specie nella tappa locridea, il cantautore d’origine roccellese dia vita a delle jam session con gli amici musicisti coi quali ha condiviso gli esordi prima che ognuno di loro intraprendesse delle brillanti carriere musicali. Cresce l’attesa, dunque, per il minitour reggino, nel quale Mujura eseguirà i brani del primo album da solista che ha già riscosso grandi consensi di pubblico e critica per i testi ricercati e la musica che spazia tra ballate folk, rock e contaminazioni col sound mediterraneo. Il brano di apertura “’ A crapa” è un pugno nello stomaco a certi riti (“’A crapa non si scanna se non passa la fiumara”) con l’ironia amara di certi calembour (“E la Santa benedice la statale 106”), mentre “Sparami” offre un campionario di frasi tipiche dei bulli da strada (“Arrìpati, mi pari ‘nu vermu, non haiu chimmu sparti cu ttia, chi nnicchennacche cu sta vita mia?”), così come “Mancu li cani”, mentre c’è pure spazio per le tenebre di “Sdegnu di carceratu” e “Ngravachjumbu”, oltre che per l’ironia della ballata “Suli”, in cui l’autore incastona alla perfezione come ideali tasselli linguistici tanti modi di dire ed espressioni arcaiche del dialetto roccellese. Fin qui i brani in cui il riferimento alla terra d’origine è chiaro, ma non mancano quelli di respiro internazionale, come il capolavoro “Blu” il cui ritmo morbido e sensuale avvince subito come la poesia del suo ritornello (“Blu, come la lingua della donne di Urano, come i cieli di Rino Gaetano, come l’inciso più famoso del mondo, quasi vero quanto una promessa di una notte blu”) arricchito dai cori di un vocalist arabo, come a stabilire un ponte ideale tra il Meridione d’Italia e la sponda Sud del Mediterraneo. E poi c’è “Amir”, struggente storia di amore ed emigrazione in cui il protagonista lascia la terra natìa e rivolgendosi all’amata le dice “Ti porterò in Italia, perché sei troppo bella per la guerra”. Nel brano, le cui liriche ricordano il Francesco de Gregori di “Pane e castagne”, “La ragazza e la miniera” e “Raggio di sole” spicca il piano suonato da un inedito Francesco Loccisano, amico personale e compagno di avventure musicali di Mujura. Due, tra i frutti migliori del panorama artistico di una Locride sempre più protagonista.

GIANLUCA ALBANESE
g.albanese@calabriaora.it


Pagina Mujura


Centralismo democrat

ottobre 16, 2011

Confesso d’invidiare il mio amico Pietro. Ha pochissimi anni più di me, ma ha vissuto la politica per molto tempo più di me in una delle zone più felici, anche da questo punto di vista. Lo invidio per la sua ferrea fiducia in Bersani, nelle potenzialità del Pd, nella certezza che esista, oggi come un tempo, l’ineluttabilità di un processo storico che un tempo significava Rivoluzione, mentre adesso si limita ad una prospettiva di governo del Paese senza conflitti d’interesse, senza dover rispondere (anzi, eludere) i processi nei quali si è imputato, senza pensare, agire e predicare da lestofanti. Invidio Pietro perché sa che di Renzi non ci si può fidare perchè è un “traditore” dei principi fondamentali del Pd, mentre Vendola è solo un estremista o, nella migliore delle ipotesi, un fenomeno prettamente pugliese, come le orecchiette alle cime di rapa. Invidio Pietro e tutti i militanti più accesi e passionali del Pd perchè comunque, condivisibile o no, hanno una fede politica. Io invece non saprei per chi votare. Mi piace Vendola perchè rappresenta l’ultima figura di riferimento di una sinistra in via di estinzione, un’estinzione dalla quale si salva pensando e guardando ad una società moderna, attuale; mi piace Renzi perchè, visto che per sperare di governare ci si deve alleare con i democristiani, meglio allearsi con chi, come lui, rompe certi dogmi e ha in sè quel pragmatismo tipicamente centrista che a noi sinistrorsi manca. E quindi, immagino una coalizione di centrosinistra in cui Renzi sia il centro e Vendola, inevitabilmente, la sinistra. Quelli del Pd, invece, pensano che all’interno del loro partito ci siano già le risorse politiche capaci di sintetizzare queste due esperienze e storie politiche così diverse, e cercano di spiegarlo, come nel caso di Pietro, usando anche argomenti convincenti. Poi però, ci pensano i Calearo o i Radicali di turno a smentire quella meravigliosa base del Pd che – non mi stancherò mai di dirlo – meriterebbe una dirigenza migliore.


La manifestazione degli schifati

ottobre 16, 2011

Il solito sabato pomeriggio fatto d’impegni personali, tanto lavoro e (finalmente) la cena in ottima compagnia di ieri sera mi ha impedito di guardare la Tv e avere subito contezza di quanto accaduto ieri sera a Roma. La manifestazione degli indignati, preparata per bene per esprimere il (giusto) senso della goccia che ha fatto traboccare il vaso, è stata rovinata da una nutrita minoranza (stimata attorno al 10% delle presenze dell’intero corteo) composta da elementi che hanno dato sfogo ai loro istinti di devastazione, cercando di delegittimare tutti i manifestanti. A quanto pare così non è stato, se perfino il ministro Maroni ha capito che quei vandali e delinquenti dei black bloc nulla hanno a che vedere con la sinistra radicale e con gli indignati di casa nostra che badano bene a non darsi connotazioni politiche. Certo, Larussa non l’ha capito ma, come si suol dire, “Il possibile l’abbiamo sempre fatto, l’impossibile lo stiamo facendo e per i miracoli ci stiamo attrezzando”. Quello che però m’inquieta è, oltre alla preoccupazione per i danni fatti in quelle strade che avevo percorso il passato fine settimana, pensare che dietro a quei cappucci e a quelle bende, dietro alle spranghe e agli scudi improvvisati in una mano e alle armi improprie nell’altra, potrebbe esserci quello della porta accanto, il vicino di casa, del bar, di posto allo stadio o al cinema, quello che sicuramente non viene ibernato tra una manifestazione e l’altra nella quale infiltrarsi per dare sfogo ai propri istinti, ma vive una vita forse normale, per poi diventare famigerato protagonista in questa occasioni. E allora, nell’epoca del grande fratello, in cui tutti temiamo di essere controllati, spiati, intercettati, è mai possibile che i black bloc (leggasi teste di cazzo bipartisan e trasversali) riescano sempre a sorprendere i servizi d’intelligence e a rovinare tutto? O forse dobbiamo credere che davvero i black bloc facciamo comodo a qualcuno così spregiudicato da “usarli” pur di legittimare il possibile ricorso ad una nuova strategia della tensione? Boh! Sarà che odio chi devasta, odio i sedicenti ultras e la loro guerriglia urbana alla quale ricorrono spesso, così come odio quei tamarri che dalle tribune degli stadi fanno sfoggio di una villana mafiosità per darsi un tono, odio quegli infiltrati che devastano una città, la più bella del mondo, col pretesto di prendersela col Sistema ed i suoi simboli. E quindi, mi rivolgo a te, black bloc che, una volta tolto il cappuccio, la maschera e ogni altro armamentario torni a fare la vita di tutti i giorni, sappi che mi fai schifo e che sono pronto a manifestare contro di te allo stesso modo con cui posso ribellarmi alle regole di sua maestà il Capitale. Mi date schifo entrambi, perchè entrambi fate male, anche se in modo diverso. MI fate schifo perchè anche se sembrate agli antipodi, siete germani.