Aspettando Mujura

“Mujura è una coltre, di nubi nel cielo”. È lo stesso Stefano Simonetta da Roccella Jonica (in arte “Mujura”) a spiegare il “nickname” che dà il titolo al suo primo lavoro da solista, dodici tracce della nuova canzone d’autore meridionale, quella che alterna l’uso del dialetto a quello dell’italiano e mette alla berlina usi e costumi della ‘ndrangheta e della mafiosità diffusa. Proprio così: cresciuto nei Tarankhan con Mimmo Cavallaro, Francesco Loccisano e Fabio Macagnino, Mujura ha da tempo intrapreso un proprio percorso personale e artistico che lo ha portato a stabilirsi a Napoli e ad abbracciare il cantautorato, ed ora è atteso da un minitour nella provincia reggina che parte domani, giovedì 20 con la tappa nel capoluogo ai “Tre farfalli”, mentre venerdì toccherà “La sosta” di Villa San Giovanni per concludersi sabato con la grande kermesse del “Blue Dahlia” di Marina di Gioiosa Jonica, vera e propria culla di molti artisti di fama nazionale. E non è escluso che, specie nella tappa locridea, il cantautore d’origine roccellese dia vita a delle jam session con gli amici musicisti coi quali ha condiviso gli esordi prima che ognuno di loro intraprendesse delle brillanti carriere musicali. Cresce l’attesa, dunque, per il minitour reggino, nel quale Mujura eseguirà i brani del primo album da solista che ha già riscosso grandi consensi di pubblico e critica per i testi ricercati e la musica che spazia tra ballate folk, rock e contaminazioni col sound mediterraneo. Il brano di apertura “’ A crapa” è un pugno nello stomaco a certi riti (“’A crapa non si scanna se non passa la fiumara”) con l’ironia amara di certi calembour (“E la Santa benedice la statale 106”), mentre “Sparami” offre un campionario di frasi tipiche dei bulli da strada (“Arrìpati, mi pari ‘nu vermu, non haiu chimmu sparti cu ttia, chi nnicchennacche cu sta vita mia?”), così come “Mancu li cani”, mentre c’è pure spazio per le tenebre di “Sdegnu di carceratu” e “Ngravachjumbu”, oltre che per l’ironia della ballata “Suli”, in cui l’autore incastona alla perfezione come ideali tasselli linguistici tanti modi di dire ed espressioni arcaiche del dialetto roccellese. Fin qui i brani in cui il riferimento alla terra d’origine è chiaro, ma non mancano quelli di respiro internazionale, come il capolavoro “Blu” il cui ritmo morbido e sensuale avvince subito come la poesia del suo ritornello (“Blu, come la lingua della donne di Urano, come i cieli di Rino Gaetano, come l’inciso più famoso del mondo, quasi vero quanto una promessa di una notte blu”) arricchito dai cori di un vocalist arabo, come a stabilire un ponte ideale tra il Meridione d’Italia e la sponda Sud del Mediterraneo. E poi c’è “Amir”, struggente storia di amore ed emigrazione in cui il protagonista lascia la terra natìa e rivolgendosi all’amata le dice “Ti porterò in Italia, perché sei troppo bella per la guerra”. Nel brano, le cui liriche ricordano il Francesco de Gregori di “Pane e castagne”, “La ragazza e la miniera” e “Raggio di sole” spicca il piano suonato da un inedito Francesco Loccisano, amico personale e compagno di avventure musicali di Mujura. Due, tra i frutti migliori del panorama artistico di una Locride sempre più protagonista.

GIANLUCA ALBANESE
g.albanese@calabriaora.it


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