Editoriale ‘ndrangheta

novembre 27, 2011

Lo so, ormai sono diventato un “blogger della domenica”, visto che solo in questo giorno trovo il tempo e la voglia di aggiornare questa mia sempre più trascurata creatura mediatica, ma oggi non voglio perdere tempo e intendo accontentare subito quel simpatico giovane appena incontrato e che mi ha detto che è ora di aggiornarlo, descrivendo le ultime due ore della mia vita.

18,45 Ho un’ora di tempo e decido di spenderla in libreria, l’unica aperta di domenica e la più fornita (almeno così credo) della zona. Per mia sfortuna, si trova all’interno di un centro commerciale e, una volta approssimatomi al semaforo, capisco che molto probabilmente la mia ora di tempo diventerà mezz’ora, visto che già quasi quindici minuti li ho impiegati nella fila. Imbocco la via via dei parcheggi e capisco subito che trovare un posto alla mia piccola utilitaria coreana sarà difficile, visto che – ALLA FACCIA DELLA CRISI – non entra nemmeno uno spillo. Poco prima delle sette e un quarto trovo un parcheggio sfoderando un’inusitata pazienza e già pregusto il giro all’interno degli scaffali dei libri.

19,15 Guadagno rapidamente la scala mobile che mi porta al piano superiore (quello della libreria, appunto) dopo aver dribblato un po’ di varia umanità piena di buste, cassette e involucri vari. Supero in velocità gruppetti di ragazzini con arie da guappi, donne con dei fuseaux che fasciano cosce e culi non proprio statuari e tavoli di gente seduta a mangiare gelati, crepes e dolciumi vari. L’atmosfera è quella di una festa patronale indoor e non mi piace per niente, così come mi disturba la musica in sottofondo e la temperatura impostata dal megaclimatizzatore, intorno ai 25°. Non faccio in tempo a chiedermi cosa spinga la gente a passare la domenica sera in quel posto che già ho raggiunto la tanto agognata meta.

19,20 In libreria si sta bene. Non c’è né musica e né rumore e gli spazi sono a misura d’uomo (anche XL come me). Inizio a fare le mie scelte e spendo l’equivalente di una cena a base di pesce da queste parti. Mi consolo pensando che i libri sono cibo per l’anima e che ora, visto che in cucina me la cavo (soprattutto coi piatti a base di pesce) per mangiare bene non ho bisogno di andare al ristorante 🙂 Certo, il libro che a casa sto finendo di leggere (“Il silenzio dell’onda” di Gianrico Carofiglio) nel mio personalissimo (e limitato) orizzonte editoriale rappresenta il top e lo ritengo quasi a livello del suo capolavoro “Il passato è una terra straniera”. E quindi, mostro fiducia nella dinastia, acquistando il romanzo “Radiopirata” del fratello Francesco; quindi, per antica ammirazione nei confronti dell’autore di “Blu notte”, compro anche l’Oscar Mondadori “Il genio criminale”, scritto da Carlo Lucarelli con Massimo Picozzi e, visto che ormai mi sto progressivamente schierando da parte di chi, nel mondo dell’informazione, vuole arginare la deriva giustizialista di certi professionisti del “copia e incolla” delle OCCC compro anche “Giudici”, libro di Einaudi scritto a sei mani: Lucarelli, appunto, ma anche Camilleri e De Cataldo. Secondo me ci troverò qualche spunto interessante.

19,45 In libreria non si va solo per comprare, ma anche e soprattutto per guardare, scrutare tra gli scaffali, curiosare. Il mio atteggiamento laico verso la politica mi porta a bypassare la quantità industriale di saggi scritti dai numerosi rappresentanti istituzionali. Renzi, Veltroni, Bersani scrivono libri. Perfino Cicchitto e Alfano. Ma cosa avranno poi di così importante da dire? Dribblo anche i “derivati” de “La Casta” di Stella e Rizzo, saggio che all’epoca in cui uscì mi fu regalato da amici ma che non finii mai di leggere e che uso come opera di consultazione attraverso l’indice dei nomi quando serve, esattamente come il pesantissimo “Il caso Genchi” di Edoardo Montolli. Vado avanti e scopro che tutti scrivono di tutto. Perfino Ibrahimovic, Barbara D’Urso (Supportata da un espositore ad hoc con foto di una generosa scollatura che fa tanto “over 50” che si sente ragazzina), Martina Colombari e così via. Non mancano i conduttori televisivi (Vespa e Floris su tutti) e certi autori che meriteranno sicuramente dei miei acquisti futuri.

19,50 Il giro in libreria sta per finire. Prima di pagare, però, mi fermo ancora una volta nello scaffale dei libri dedicati alla criminalità, specie quella organizzata. Oltre ai soliti Gratteri, Nicaso e Saviano, scopro “insospettabili” Alfano e un testo dedicato, addirittura, al mostro di Firenze. Sì, insomma, ora non ci si limita ai fiumi d’inchiostro sui giornali in cui, a mio modesto avviso, si fanno dei ritratti dei criminali in cui, inconsciamente o meno, si regala loro un’aura di fascino misterioso, ma si scrivono tanti libri perché, evidentemente, hanno mercato. L’antimafia professionale, dunque, sembra passare anche da significative esperienze editoriali. L’occhio, però, mi cade su un testo dell’amico Mario Nirta. S’intitola “San Luca mon amour” e mi chiedo cosa ci faccia il romanzo di una delle penne più acute e pungenti della Calabria in mezzo ai mostri sacri della letteratura del crimine. O meglio, se Mario ha scritto un romanzo di ‘ndrangheta, la collocazione in quel banco ci può anche stare; in caso contrario, assisteremmo al solito esempio di pregiudizio spicciolo di chi identifica il paese di Corrado Alvaro con la ‘ndrangheta. La risposta potrà arrivare solo leggendo il libro che farà parte, di sicuro, del mio prossimo carrello della spesa letteraria. Per fortuna, in quel settore della libreria non c’era il mio Taranta Revolution. Ne ho viste due copie nello scaffale degli autori calabresi e son contento che ne siano rimaste solo due, al contrario delle numerose copie di autori corregionali più affermati che invece sono presenti in numero maggiore. Mi sia perdonata, dunque, questa debolezza finale e, prima di prendere la via del ritorno percorro quasi in apnea la strada che mi divide dalla scala mobile, che infilo pensando agli acquisti appena fatti, al libro di Carofiglio che finirò di leggere e a quello di Mario, che ancora non ho capito cosa ci facesse lì. Dopo una ricerca non semplicissima del posto in cui avevo parcheggiato l’utilitaria, prendo la via, obbligata, dell’uscita. Osservo con disistima la fila delle auto in coda al “take away” del fast food con la “M” gialla, fiero del fatto che nel mio paniere di consumo non ci sia spazio per i loro prodotti e quegli odiosi involucri gettati per terra quasi ovunque.


Finalmente parlo di cose serie :-)

novembre 20, 2011

Per mestiere seguo la politica comprensoriale, leggo le mosse dei suoi attori, cerco di andare oltre la solita “pappetta” che mi vorrebbero propinare, provo a spiegare a chi ha la bontà di leggermi il significato di certe mosse. Spesso, però, mi accorgo che ci sono cose molto più serie della politica. Sicuramente c’è la musica, una delle poche manifestazioni dell’intelletto umano capace di regalare emozioni profonde e durature; poi c’è lo sport che desta ammirazione quando non scade nella volgarità di certe sciatterie di certi match di provincia o nel voyeurismo delle telecamere dei canali satellitari che riprendono i calciatori negli spogliatoi durante il prepartita. Ma se c’è una cosa davvero seria, che merita la massima dedizione, quella è la gastronomia. Da qualche tempo mi scopro più abile in questo settore e, fedele al verbo di chi cerca di vedere sempre il lato positivo delle cose, mi compiaccio dei piccoli risultati raggiunti. La cucina non si concilia con la fretta, altrimenti non è cucina. Un risotto ai funghi ha i suoi tempi, altrimenti meglio ripiegare su quelli essiccati in bustina che però a me restano parecchio nello stomaco. I pezzi di funghi vanno ammollati per parecchie ore, e il riso va mescolato ripetutamente col brodino e i funghi fino a definitiva cottura. Volete mettere la soddisfazione di vederlo pronto, gustoso e digeribile con qualche minuto speso in più rispetto a quelli “liofilizzati”? E che dire dei sughi alla seppia, o allo stoccafisso con i bucatini come cucinato oggi a pranzo? Un anno fa di questi tempi non avrei mai immaginato di diventare capace di cucinare il pranzo di oggi. È che lo “stocco”, come lo chiamiamo da queste parti, va curato, quasi accarezzato prima di essere cucinato in quel bagno di pomodoro arricchito di olive, capperi e l’immancabile peperoncino che rende tutto più appetitoso. I progressi fatti in poche settimane m’inducono a guardare con fiducia a pranzi e cene future. Ecco perchè non esiste altro, in questo periodo, che possa appassionarmi come la cucina. Qualcuno ha qualche suggerimento da darmi? 🙂 A questo proposito, il nero di seppia va cucinato da solo dopo il soffritto di olio e aglio, o va “allungato” con del sugo di pomodoro?


Il gelato al veleno

novembre 8, 2011

Si dimette o no? Si dimette o no? Lui non cede per primo. Si dimette o no? Si dimette o no? Chissà chi vincerà. Guardo Ballarò e mi viene in mente la canzone di Gianna Nannini di più di un quarto di secolo fa. Apprendo della promessa (da marinaio?) di Berlusconi di dimettersi tra sette giorni, dopo l’approvazione del maximendamento. Sarà vero? Mah, ho imparato a essere come San Tommaso. Scettico per natura. Oggi è facile gioire per questa prospettiva di fine del Berlusconismo, autentica piaga che ha contagiato l’intera politica italiana negli ultimi 17 anni. E’ la sindrome da piazzale Loreto della Storia d’Italia. Tutti vorremmo vedere il dittatore che ci ha oppresso per circa un Ventennio fare una brutta fine. Ma poi? Siamo davvero convinti che tra una settimana il Cainano si dimetterà e arriveranno i barbudos che sfileranno per le strade di Roma come fecero mezzo secolo fa per le vie dell’Avana tra due ali di folla che lancerà loro dei fiori dopo aver espugnato Santa Clara? Sappiamo tutti che non sarà così, perchè chiunque subentrerà non potrà che fare i conti con debito pubblico, Bce, patto di stabilità, spread, riduzione del debito e così via. Al contrario di una classe politica che continua a non raccontarla giusta, l’unica verità è quella che viene dalla bocca dei giornalisti, e non lo dico solo per fare una difesa corporativa. Ha ragione De Bortoli, quando dice che chiunque subentrerà sarà costretto a fare un passo indietro rispetto alle aspettative del proprio elettorato. Chi non lo farà non sarà credibile, e quindi inidoneo a guidare il Paese nei prossimi anni, quando bisognerà uscire, tutti insieme, dalla crisi. Ho vissuto quanto basta per capire che la politica non dà più gioie, nemmeno sulle disgrazie dei nemici di partito. Dà solo dolori. Si spera che chi subentrerà sarà in grado di fare meno male possibile. Sembra una prospettiva minimalista, ma mi pare, ad oggi, l’unica realizzabile.


Etica e cultura nel giornalismo

novembre 6, 2011

Quel gran diavolaccio di Joe Infusini ha fatto ancora centro! Bella, infatti, l’idea di festeggiare i tre anni di attività del sito “www.ilfattoonline.com” con un convegno sul tema “Etica e cultura nel giornalismo”. Al di là dei saluti di rito e delle frasi di circostanza, infatti, si è parlato tanto, non a sproposito, e soprattutto senza infingimenti. E così, al netto del ricco buffet e dei convenevoli, l’assise, ben moderata dal direttore della testata Raffaella Rinaldis, ha vissuto due ore assai interessanti, in cui ognuno ha parlato senza veli. Anche i colleghi più bravi ed affermati, come Carlo Macrì, hanno detto la loro con grande schiettezza, così come tutti gli altri che sono intervenuti. E’ toccato anche a me, su suggerimento dell’editore de Il fatto on line e input del direttore. Come sempre ho parlato a braccio, dicendo quello che pensavo e sforzandomi di non cedere alla tentazione di dire, ad esempio che «noi siamo i migliori e gli altri non valgono niente» o di levarmi qualche sassolino dalla scarpa. Non era proprio il caso di farlo. E ho detto la mia, ad esempio, sull’eccessivo risalto ai fatti di nera e di giudiziaria, sui ritratti dei criminali (o presunti tali) raffigurati alla stregua di personaggi romanzeschi, sulle “locandine” in cui i fatti di sangue devono avere per forza priorità, anche a scapito dei fatti positivi che avvengono nel paese in cui la locandina viene esposta. Ho parlato della necessità di approcciarsi a questo mestiere con lo spirito dell’apprendista che va alla bottega del mastro artigiano, dell’assoluta normalità del lavoro non pagato o mal retribuito negli anni in cui il mestiere va imparato, della necessità, da parte del personale di redazione, di selezionare le notizie che arrivano e soprattutto i comunicati stampa, spesso inviati da politici che intervengono su qualunque cosa «tanto – penseranno – ci sono quei fessi dei giornalisti che pubblicano tutto». Invece non è così, perchè il politichese va sempre tradotto in italiano e spiegato alla gente. Già, perchè il compito dell’informazione quotidiana è anche e soprattutto quello di spiegare i fatti. E, pur nel rispetto dell’evidenza degli stessi, saper spiegare, quando serve, che una minchiata è una minchiata, che un’iniziativa politica fatta giusto per fare ammuina non porterà da nessuna parte e non ha ragione di esistere e che, soprattutto, una notizia è una notizia, e va sempre data, anche se darà fastidio a qualcuno. «Meglio un caffè offerto in meno al bar e un lettore consapevole e informato in più». Ho chiuso così, riscuotendo forti e immeritati applausi. Dimenticavo: prima d’intervenire ho applaudito, a scena aperta, l’intervento di un collega del quale, in passato, avevo disapprovato pubblicamente, e in maniera aspra, alcuni suoi comportamenti. Ma oggi ha detto cose giuste, e meritava il mio applauso. Sincero, così come sincere erano le critiche mosse a suo tempo. Perchè bisogna imparare a giudicare le singole questioni nel merito, e non farne una questione di onore personale.
Di una cosa sola mi sono pentito: non ho ringraziato il fatto on line per aver messo nella home page il link col mio inutile blog. E’ una cortesia che mi fanno da anni e in maniera gratuita e io, preso dalle beghe di chi fa questo mestiere, l’ho dimenticato. Me ne scuso e approfitto per ringraziarli in questa sede.
Lunga vita al Fatto on line! 🙂