Buon 2012

dicembre 31, 2011

L’anno che sta arrivando tra un anno passerà. Eccomi dunque, ormai redivivo blogger di provincia, ad augurare a chi ancora legge questa inutile creatura mediatica un buon 2012. Oggi è il momento dei festeggiamenti, certo, ma anche dei buoni propositi e degli auspici per il nuovo anno.
In tempi di crisi prevale l’autoconservazione del “prima caritas e poi caritatis” o, se preferite, del “fora d’u culu meu…”. Beh, queste sono estremizzazioni e lasciano il tempo che trovano, però quest’anno i primi auguri li faccio a me stesso, distinguendo, da autentico marxista, tra gli auguri relativi alla mia struttura materiale e quelli secondari, che riguardano le sovrastrutture, ideologiche e non.
E allora, prima di tutto, mi auguro una buona salute. Perchè «l’esistenza sta qui di contrabbando, come un ladro sempre pronta per fuggire» ed è davvero la cosa più importante; quindi, mi auguro di non essere completamente travolto dal ciclone della crisi economica e di continuare a lavorare sodo per mantenermi indipendente, mai ricco, ma dignitoso. La struttura materiale si completa con l’affetto, il sostegno ed il calore dei miei amici. Quelli veri. Quelli che c’erano, ci sono e ci saranno. Nel bello e nel cattivo tempo, d’estate e d’inverno. Quando ci si dovette vestire di nero e quando, come stasera, ci si veste di rosso perchè porta fortuna e si fa baldoria. Sono la mia marcia in più, il mio valore aggiunto senza il quale mi sentirei perso. Ecco perchè l’augurio più sentito va a loro.

Tutto il resto è sovrastruttura. E quindi non mi auguro il successo, non m’interessa. Piuttosto, spero di poter fare sempre quello che ho sognato da una vita e che ho voluto con passione. Senza farne una malattia se non dovessi essere sempre brillante, creativo, elogiato. La vanagloria lascia il tempo che trova. Non mi auguro nemmeno chissà quale stravolgimento in politica o nella vita pubblica, perchè più conosco i politici e meno li stimo, e quindi, a 41 anni suonati non credo più a leader pronti a cambiare il volto di un Paese o, men che meno, a uomini della provvidenza. Voterò sempre per chi merita, senza aspettarmi niente di che. Tutto il resto, nelle molteplici sfaccettature di quella che si chiama vita, verrà accettato con serenità, coi piedi per terra e la testa alta, come sempre.

Fin qui gli auguri per me e per i miei amici. Per il resto, non avendo chissà quale potere, non mi posso permettere il lusso di mandare messaggi “urbi et orbi”. Piuttosto, posso rivolgere un mio piccolo, modesto pensiero, a chi soffre nella malattia e dopo aver perso il lavoro, oppure per un’ingiusta detenzione. Agli ultimi. Vorrei sempre fare qualcosa per loro, senza pietismo ma nel pieno rispetto della loro dignità umana. Spero di riuscirci sempre. Almeno ci proverò.

Ora basta, tra un po’ si festeggia. Prima, però, canto a squarciagola questa sorta di inno personale -lo so, me ne sono indebitamente appropriato – che mi accompagna da quasi un quarto di secolo.
BUON 2012!

Annunci

Si riparte

dicembre 19, 2011

Folate di vento gelido che ti ghiaccia le ossa; zaffate di fumo di sigaretta che sporca ancora di più l’aria; chiacchiere petulanti in lingue sconosciute; odori molesti. E’ tutto alle spalle, per fortuna. Il posto in treno e’ singolo e riservato e la carrozza e’ calda. Spero di dormire più possibile in treno. Vicino a me volti noti di compaesani, chiacchiere in dialetto cosentino. Voglia di spazi, di relax, di casa. E soprattutto la consapevolezza che il prossimo viaggio dovrà d’essere organizzato meglio 🙂 ora, per fortuna, si riparte!


Più grazia che tedio a morte nel vivere in provincia

dicembre 19, 2011

Più grazia che tedio a morte nel vivere in provincia. E’ la convinzione che maturo ogni volta che vengo a Roma e che confermo anche oggi, mentre sorseggio Chianti dal tavolino di un self service del piano sopraelevato della stazione Termini. Avevo un paio d’ore abbondanti di tempo stamattina e ho rinunciato al giro in centro quando la stanchezza ha preso il sopravvento tra una forsennata corsa e l’altra, tra bus e metro, tra un binario e l’altro, tra una linea A e una B. Corrono, corrono tutti e l’impressione che i tempi del sonno, del nutrimento e del (poco) svago siano dettati più dalla disponibilità di qualche buco che non per effettive esigenze fisiologiche: insomma, qui si mangia, si dorme, si tromba e si socializza quando c’è tempo e non quando si vuole: che schifo! Penso alla mia modesta casetta sul mare, al posto di lavoro a 300 metri di distanza, alla fitta rete di relazioni sociali intrecciate e oggi mi sento fortunato e non vedo l’ora che un treno mi riporti in Calabria, in provincia, laddove la vita e’ ancora a misura d’uomo, nessuno s’ammazza per correre più di te e hai la possibilità di ritagliarti i tuoi spazi. La città e’ bella, ma e’ come il pesce: dopo 3 giorni puzza e oggi non invidio per nulla chi deve vivere qui. Io ho molti impegni ma non corro: preferisco vivere. O no? 🙂


Maledetti

dicembre 18, 2011

Dialogo recentissimo tra me e un tassista romano chiamato per portarmi dal capolinea della metro A (Battistini) a via Sfondrati (estrema periferia nord ovest della Capitale, a 2,4 km. Di distanza): “buonasera, via sfondrati” “e dov’è? Non sono pratico della zona” “io non sono di Roma, comunque e’ zona Torrevecchia/via Cristoforo Numai” “Che vogliamo fare? La strada non la conosco”. Mi armo di pazienza e attivo la mappa satellitare dell’I-phone, indicandogli il percorso di massima e accompagnandolo con lo sguardo sul telefonino e poi fino al portone di casa dei miei amici. A fine corsa mi fa: “sono nove euro e dieci”. E io, acido e provocatore come non mai: “ma non mi fa lo sconto? Il percorso gliel’ho indicato io…” “ma che sconto? Ma lei lo sa dove mi ha portato? Devo rientrare in centro…va be’, facciamo nove euro”. Gli porgo una banconota da dieci e gli dico “tenga pure il resto”. E aggiungo: “io non so come si dice a Roma: noi lo chiamiamo scorno”. “e che d’e’ scorno?”. “vergogna. Come quella di un tassista che non conosce le strade della sua città”. Insiste nel dire che il posto e’ troppo periferico ma scelgo di salutarlo e scendere. Poi penso che lui e quelli come lui bloccarono la citta’ quando il governo Prodi propose di liberalizzare le licenze: complimenti 😦


Li boni festi

dicembre 8, 2011

Un seminario sulla chitarra battente (riservato ai musicisti che vogliono scoprire la molteplice valenza di questo strumento tipico della tradizione musicale calabrese) e un concerto in seconda serata nella collaudata formula del quartetto al “Beba do samba”, uno dei locali più famosi del quartiere di San Lorenzo. Sarà un sabato particolarmente intenso il prossimo 10 dicembre per Francesco Loccisano, tra i musicisti più attesi della rassegna romana de “Li boni festi”, organizzata dal Roma Tarantella Festival di Valerio Filippi, in collaborazione con Is management, Epizephiri International film festival e Callipo. Una tre giorni di musica, arte e cultura calabrese nella Capitale che prenderà il via venerdì 9 con lo stage di tamburello calabrese curato dal maestro Mico Corapi e il concerto alle 23 di Mujura. Sabato 1, come detto, sarà imperniato sul “music telling” e sul concerto di Francesco Loccisano, che sarà preceduto dal corso di danza calabrese, curato sempre da Corapi. Chiuderà la rassegna domenica 11 un altro corso di tarantella con Mico Corapi e il concerto in seconda serata degli Scialaruga. L’esibizione capitolina del chitarrista di Marina di Gioiosa giunge in un momento molto importante della sua attività artistica. Da qualche settimana, infatti, sta lavorando al secondo album da solista e la scorsa settimana ha partecipato al Medimex di Bari, vera e propria fiera delle musiche del Mediterraneo, laddove si è esibito in coppia col cantautore Vinicio Capossela, instaurando subito un buon feeling che costituisce il preludio per un futuro sodalizio artistico.


Toh, chi si rivede…

dicembre 5, 2011

Magistrato, presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Reggio Calabria e della prima sezione della Corte d’assise, esponente della corrente di sinistra di Magistratura democratica docente di diritto penale alla scuola di specializzazione per le professioni legali dell’Università statale Mediterranea di Reggio Calabria, ma anche scrittore. Sono ben tre, infatti, le fatiche letterarie di Vincenzo Giglio, accusato dalla direzione distrettuale antimafia di Milano di corruzione, favoreggiamento personale, rivelazione del segreto d’ufficio con l’aggravante di aver agevolato le attività della ‘ndrangheta. A parte “Una caramella al limone” edito da Città del Sole nel 2007, i titoli dei volumi di cui Giglio è autore sono tutti un programma. Il 2006, infatti, è l’anno del suo esordio come autore, in cui ha dato alle stampe per Laruffa “Il politico”, mentre l’anno scorso ha pubblicato con “Città del Sole” “Il mafioso”. Non è la prima volta che un magistrato si cimenta nel ruolo di scrittore (l’esempio più famoso è quello di Gianrico Carofiglio, perennemente in testa alle classifiche di vendita) ma rileggere oggi il godibilissimo romanzo “Il politico” suona quasi beffardo, fatte salve tutte le garanzie costituzionali previste dal vigente ordinamento giuridico. Narra, infatti, di un giovane precario meridionale nel quale un avvocato di pochi scrupoli intravede la stoffa del politico, trascinandolo in un vortice di successi elettorali che lo portano nel giro di pochi anni a occupare uno scranno a Montecitorio. Il prezzo che però deve pagare è costituito dai sempre più pesanti compromessi che finiranno per provocare in lui una profonda crisi morale, alla quale reagirà con una forte ribellione che lo porterà a rinnegare quel mondo pieno di contraddizioni e debolezze. Già, perchè il suo mentore, coprotagonista di un romanzo improntato ad un approccio parodistico di quella che comunemente si definisce la “realpolitik”, lo ammonisce subito su quello che è il pensiero autentico della classe politica, che esce malconcia dall’opera. «Sei veramente convinto – dice l’avvocato senza scrupoli al proprio giovane pupillo – che a questi sciacqualattuga fotta una beneamata minchia della classe operaia o del ceto impiegatizio o del popolo delle partite Iva? Balle! A tutti interessa una cosa soltanto: l’ebbrezza del rapporto con la folla, la convinzione, ahimè fondata, che qualunque cazzata dicano sarà stimata ed apprezzata come un momento di alta verità e saggezza». Nemesi storica? Lo dirà, eventualmente, il seguito dell’iter processuale. Quello che appare indiscusso, invece, è il talento letterario dello scrittore Vincenzo Giglio.

GIANLUCA ALBANESE
g.albanese@calabriaora.it

E questo è quello che scrissi quattro anni fa su questo inutile blog:

Recensione del libro “Il politico” del 5 novembre 2007

Io sono uno di quelli ancora convinti che la cultura sia più importante dell’edilizia. E non è solo un modo di dire. Quando posso, leggo dei libri. Certo, non tantissimi, ma comunque sono sopra la media nazionale per quanto riguarda le statistiche dei volumi letti all’anno. Uno dei libri che ho amato tantissimo e che ho letto tutto d’un fiato è stato “La ragazza di Baghdad” di Michelle Nouri, che incontrai la scorsa primavera durante una manifestazione culturale a Siderno. Ma il panorama degli scrittori calabresi è molto meno asfittico di quanto possa sembrare. Grazie alla raffinata rivista culturale “Terza Pagina”, ho conosciuto un libro che ho voluto subito comprare e leggere. Lo ha scritto Vincenzo Giglio, un magistrato reggino di 47 anni, e s’intitola “Il Politico – una storia di casa nostra”. “Il politico” è la storia di un giovane sulla trentina che abita in periferia e non ha un soldo in tasca. Perde il lavoro di cassiere, finisce la storia con la donna che ha sempre amato e si ritrova in mezzo a una strada, col solo affetto della sorella e di un paio di amici fidati. Sembra destinato alla disoccupazione perenne, quando per caso incontra un anziano avvocato senza scrupoli che lo coinvolge in una improbabile avventura politica che, seppur tra le mille perplessità e la miriade di esami di coscienza del protagonista, lo porta fino in parlamento. Non voglio svelare il finale, per ovvi motivi, ma il libro è piacevole da leggere, anche se, a una lettura superficiale, la storia del protagonista Gino Pulejo sembra simile a quella del personaggio interpretato da Silvio Orlando, ne “Il portaborse” di Nanni Moretti. Quello che, per intenderci, dopo anni vissuti da yesman, prova un sussulto di dignità e dice addio alla vita da portaborse e alle sue umiliazioni, sfasciando la macchina sportiva comprata proprio grazie ai suoi servigi allo spietato onorevole interpretato da Nanni Moretti. In realtà, il libro di Giglio, va oltre, ed è lo specchio della degenerazione della vita politica nella cosiddetta seconda repubblica. Si parte, infatti, dall’autoconservazione del ceto politico magistralmente descritta da Gian Antonio Stella nel suo “La casta”, ma il tutto viene calato nella realtà della provincia reggina. E così, assistiamo alla proliferazione di strane liste create ad hoc per difendere interessi particolari. Il partito creato dal burattinaio avvocato Tarantino, infatti, si chiama Pis (Partito delle Istanze Sociali) e stringe accordi indistintamente con destra e sinistra. Il libro fa vivere le tappe fondamentali della vita politica : la campagna elettorale, le interpartitiche per disegnare eventuali assetti di giunta, il cerchiobottismo dei favori una volta eletti, l’ascolto solo apparente dei bisogni dei cittadini e i piccoli grandi agi della vita privata. E proprio quando il giovane Gino Pulejo sembra godersi la felicità, tanto da riuscire a sposare il grande amore della sua vita dalla cui unione nascono due bambine, scopre accidentalmente di essere il pupazzo di un gioco più grande di lui, nel quale la sua figura, la sua candidatura e i successi elettorali sono frutto soltanto del disegno occulto di un “grande elettore”, come si chiamano oggi, un boss della mala da tempo latitante, che per togliersi una sfizio voleva eleggere una sua “testa di legno” in Parlamento. A voi il piacere di scoprire il finale. Di certo, “Il Politico”, edito da Laruffa editore e in vendita a 10 euro, è un libro da regalare a chi si cimenta nell’agone della militanza politica ed è convinto che gli altri condividano i suoi stessi ideali cristallini, il suo impegno disinteressato a favore del popolo. E’ una sorta di vaccino, che apre gli occhi a chi non ha mai avuto a che fare con “la casta”.


Il mio primo abbonamento

dicembre 4, 2011

L’altra sera mi sono abbonato on line a “Il Fatto Quotidiano”. Una decisione improvvisa, non meditata, presa così “al volo”. Ma pagare cento euro all’anno per leggere tutti i giorni un quotidiano sempre interessante mi sembra un buon investimento. E’ il primo abbonamento a un quotidiano che acquisto nella mia pur lunga esistenza. In precedenza mi abbonai a “Diario della settimana”, altro splendido prodotto editoriale, ma non rinnovai l’abbonamento perché capii che non avevo il tempo di leggere la rivista che ora fa parte di una collezione annuale accatastata a casa. L’abbonamento in pdf al Fatto Quotidiano, invece, presenta degli indubbi vantaggi pratici: a mezzanotte ti scarichi l’edizione e te le leggi nei momenti della giornata in cui ti garba di più farlo. Stamani, per esempio, sono rimasto qualche minuto in più a poltrire sotto le lenzuola leggendo il giornale appena scaricato sullo smartphone. Volete mettere? E poi c’è la possibilità di accedere all’archivio storico del giornale per una fruizione totale che fa il paio con i contenuti sempre interessanti. Certo, il Fatto Quotidiano non è né il Vangelo né la Sunna o il Corano. E’ “soltanto” un bel giornale, una voce fuori dal coro di una stampa che, anche quella cosiddetta “di area”, sembra ormai appiattita in un coro unanime di approvazione a qualsiasi iniziativa del governo Monti, dopo il (facile) lavoro di opposizione civile ai disastri del governo Berlusconi. Insomma, col dovuto distacco che va mostrato nei confronti di tutte le cose frutto del pensiero umano, quello che ho da poco compiuto mi sembra un buon investimento nell’informazione, così come lo è stato quello di chi, a suo tempo, diede il contributo per mandare in onda Servizio Pubblico. Già, c’è un’Italia che non si rassegna al pensiero unico e dominante, che non manda giù qualsiasi cosa gli venga propinata. E ci sono prodotti editoriali che meritano l’apprezzamento dei lettori, anche di quelli come me che più passa il tempo e più si avvicinano al pensiero garantista. E allora – direte voi – come fa un garantista a leggere quello che taluni definiscono in maniera dispregiativa come “Il mattinale delle Procure”? Fa, con lo spirito critico tipico degli addetti ai lavori, ma anche con la stima verso colleghi d’indiscusso valore, come Luca Telese, uno che non ha l’aria di chi si fa prendere in giro dai politici. Se vi va, versate anche voi un contributo per un’informazione senza padroni né padrini, che non si presta ai desiderata dei leader di partito, come fu – a quanto pare – per l’Unità di Concita De Gregorio, che all’epoca dei fatti non denunciò il presunto inciucio tra Fini e il Pd ai tempi delle elezioni regionali nel Lazio, quando il centrosinistra candidò “a perdere” Emma Bonino che, stando alle rivelazioni di questi giorni, non godette dell’appoggio di tutto il Pd; anzi ci sarebbe stato un tacito accordo per far vincere l’allora finiana Polverini in cambio dell’impegno di Fini a sfiancare il governo Berlusconi fino a farlo cadere. Vi piace questo modo di fare politica? A me no. E non mi piacciono i giornalisti che certe cose non le scrivono. Ora capisco perché in certi ambienti del Pd paesano non digeriscono la mia condotta professionale. Sono abituati “in un certo modo” 😦