La Locride? Terra di ‘ndrangheta…

gennaio 27, 2012

Quando un musicista che rappresenta un gruppo di musica etnica tra i più apprezzati nel panorama internazionale, o meglio, quando un amico va in Rai, siamo tutti contenti. Quando però il conduttore del programma manifesta, sotto una parvenza di senso di ospitalità, i soliti preconcetti e le immagini stereotipate di un territorio che ha bisogno di uscire da certi clichè, tutta la gioia si trasforma in rabbia. Già, in rabbia. Quella che ho provato io nel vedere lo stralcio di Tg3 Linea notte andato in onda ieri. In studio, oltre al conduttore Maurizio Mannoni, il vicedirettore del Foglio Alessandro Giuli. Tra gli ospiti, Mimmo Cavallaro, cantante, musicista e front man dei Taranproject che, tra l’altro, hanno ispirato la trama del mio primo e unico libro “Taranta revolution”. In quei sei minuti non si è parlato di musica, ma di ‘ndrangheta. Come se ci fosse Gratteri o un altro magistrato in prima linea o uno dei soliti giornalisti minacciati o intimiditi. Come se tra i delinquenti di ‘ndrangheta, i loro “Osso, Mastrosso e Carcagnosso” e le varie “cariche” attribuite dopo i giuramenti con gocciolina di sangue sull’immaginetta di San Michele Arcangelo, e i magistrati in prima linea contro di loro; come se tra questi due estremi non ci fossimo noi, i locridei normali. Che la mattina ci alziamo, lavoriamo, facciamo il nostro dovere di bravi cittadini e quando possiamo andiamo a divertirci anche ascoltando la musica dei nostri artisti preferiti. No, perchè a queste latitudini anche la tarantella diventa simbolo del riscatto contro la ‘ndrangheta, secondo la semplicistica ricostruzione del buon Mannoni. Parole, aria fritta, stereotipi. Giusto per fare passare quei cinque minuti d’intervista originata non tanto da un improvviso interesse del conduttore verso la nostra musica e i nostri artisti da esportazione ma con tutta probabilità “propiziata” dal manager dei Taranproject, già nume tutelare della recente ospitata ai “Fatti vostri”. Il paradosso è che Marcello Cirillo, conduttore de “I fatti vostri” era stato, molto più giornalisticamente professionale dello stesso Mannoni: aveva un gruppo musicale in studio e ha parlato di musica, dell’evoluzione stilistica del terzinato che ha superato i limiti di tamburello, organetto e chitarra battente e si è arricchito del sound di bravissimi musicisti che lo hanno rielaborato coi fiati, col basso elettrico e con la batteria, che grazie alla maestria dei Taranproject si sposa benissimo col suono della nostra lira. Mannoni no. La sua fretta di collocare in uno degli scomparti assai limitati del suo scibile il suo ospite lo ha portato solo a mostrare la copertina del Cd e a dire due banalità da bar, non riuscendo a mettere a proprio agio un ospite che per carattere mite e educazione d’altri tempi, ha risposto alle sue domande, anche se palesemente impertinenti. Il fondo si è toccato quando la regia ha mandato in onda le immagini di una recente edizione del Kaulonia Tarantella Festival, con piazza Mese e la sua folla danzante e spensierata e qualcuno in studio ha osservato che «ci sono pure tante ragazze». Sì, c’è “pilu”. Quello citato da Antonio Albanese nel suo Qualunquemente. Pilu et circenses. Donne senza il burqa che si scatenano in piazza al ritmo dello Jimbusedu. Anche nella Locride, sempre e solo etichettata come terra di ‘ndrangheta. Credo che ci vorrano ancora troppi anni per far sì che la gente in Italia apprezzi la bravura dei nostri grandi musicisti (Taranproject, Francesco Loccisano, Scialaruga, Mujura, Quartaumentata, Gioia Popolare ecc.) senza essere etichettati come quelli che vengono dalla terra di ‘ndrangheta. Noi continueremo a “esportarli” in giro per il pianeta. Nel nostro piccolo ma con la convinzione che la Locride sia prima di tutto loro, la loro musica e poi tutto il resto. Anche se certe ribalte mediatiche preferiscono altri “prodotti”, forse più facili da collocare nei loro angusti confini di una realtà costruita a loro uso e consumo.


Una volta era tutto più facile

gennaio 18, 2012

Una volta era tutto più facile: andavi in stazione a piedi e il passaggio lo chiedevi solo se pioveva o se avevi più di due valigie. Sennò, via: “Siderno, stazione di…Siderno” e quel prolungato “din din din din din din din” anticipato dal rumore delle sbarre dei passaggi a livello che si abbassavano e ti dicevano che finalmente il viaggio poteva iniziare. Unico onere era quello di obliterare il biglietto nelle macchinette gialle. E poi via. Salivi a piedi e scendevi a destinazione a piedi. Da centro abitato a centro abitato. Perché la Locride era ancora in Europa. Lo era quella mattina di agosto del ’94, quando sulla spiaggia che somigliava più a quella di Guardia Piemontese dell’82 cantata da Brunori che ai lidi multi colorati di adesso, parlavo ai miei amici del mio imminente viaggio solitario ad Amsterdam. Poche ore dopo ero già sul “Romano”, l’indomani all’alba la coincidenza per l’aeroporto di Fiumicino e il volo per la capitale olandese. Scelsi il treno da Siderno per arrivare in Olanda, convinto che un viaggio tanto desiderato vada assaporato lentamente, come un bicchiere di Cardenal Mendoza. E nella cuccetta di seconda classe con le cuffiette del walkman sulle orecchie sognavo Amsterdam e le sue bionde stangone che avrei visto qualche ora dopo. E l’anno prima? Firenze andata e ritorno in meno di quarantott’ore. Quasi un fine settimana intero in treno per andare a trovare la straniera conosciuta grazie a un’amica comune pochi giorni prima. Si poteva fare allora. Si poteva scendere la mattina presto alla stazione di Santa Maria Novella cantata da Pupo, andare ai bagni a pagamento, quelli puliti. Sciacquarsi, “ravvivare” il gel in testa e partire, sempre a piedi, verso quella casa del centralissimo Borgo San Lorenzo coi mercatini che aprivano e il solleone che dava meno fastidio di adesso. Nei dieci anni successivi si poteva anche andare e venire da Roma, passare due notti in treno e sopportare la leggera spossatezza del ritorno, quando a piedi, via spiaggia, tornavo a casa, mentre la sera prima avevo cenato vicino piazza Navona nel locale del sommelier argentino che una volta lavorava a Siderno. C’era tutto il tempo, anche al ritorno. Cena in centro e poi metropolitana o lunga passeggiata da via Cavour per arrivare a Termini prima delle 23, prendere il treno e arrivare a casa intorno alle 8,30 dopo aver dormito in cuccetta o vagone letto. Si poteva fare, nemmeno troppo tempo fa. Ora no, anche l’ultimo treno è stato soppresso. E adesso per andare a Roma, bisogna aspettare l’autobus che dal centro di Siderno (unica fermata piazza Portosalvo) ti porta alla stazione di Rosarno (40 chilometri di distanza) laddove alle 9,42 parte l’Eurostar che arriva a Roma alle 15,15, sperando che la tua carrozza sia quella col bagno funzionante e agibile e che hai avuto il tempo di comprare i panini prima della partenza, perché quelli del fu vagone ristorante fanno schifo, costano troppo e nemmeno i pasti caldi servono più. Altrimenti “ti attacchi al tram” e pranzi alle 15,30 a Termini. E stiamo parlando di Roma. Figuriamoci da Firenze in su. Ma torniamo in Calabria. Per arrivare a Rosarno dalla Locride bisogna percorrere la strada di grande comunicazione Jonio-Tirreno, che ieri ha fatto altri quattro morti. Una strada che taglia in due un pezzo di Aspromonte ed è fredda, pericolosa con delle rampe anche troppo ripide per essere una “superstrada” e la galleria sotto il monte Limina che continua a filtrare acqua. È la via principale anche per raggiungere l’unico aeroporto vero e funzionante dell’intera regione, quello di Lamezia terme. Ecco perché d’inverno, con la pioggia battente, neve e ghiaccio sulle strade e la nebbia di notte forse è meglio evitare di prendere l’aereo, a meno che non abiti a Lamezia e zone limitrofe. Meglio rimanere qui, a meno che non ci si debba spostare per stretta necessità, per lavoro, come quei quattro giovani di Guardavalle morti ieri pomeriggio. I viaggi, da queste parti, costano troppo: in termini di soldi, fatica e rischi per la propria incolumità. E se si ripristinasse almeno il “Romano” delle 21.10? Sarebbe di nuovo il passepartout per il resto d’Italia, d’Europa, di Mondo. Ammesso che la Locride ne faccia ancora parte.


A te che fosti la più contesa

gennaio 17, 2012

Per chi non lo sapesse io scrivo da qui. Da questo estremo lembo di penisola italica, col Pil tra i più bassi d’Europa e una presenza asfissiante (come in altre parti dello Stivale e del mondo) della delinquenza organizzata; con una riviera detta “Dei Gelsomini” lunga e invitante, che offre ogni mattina lo spettacolo dell’alba dal mare e per almeno tre mesi l’anno tutto il bello dell’estate. Con la principale arteria (la statale 106) troppo stretta e diritta per i tanti e odiosi Suv che (fatti con soldi forse male guadagnati) la percorrono ogni giorno, e tanti fermenti culturali, artistici buoni da esportare nel mondo. Col profumo delle arance d’inverno e dei gelsomini d’estate. Coi prodotti “a chilometro zero” e le grandi catene di distribuzione.
La Locride che ha espresso un solo deputato, peraltro di opposizione, e nessun consigliere regionale nel triennio 2008-2010. La Locride che fa gola, soprattutto a chi vede questo territorio come potenzialmente “vergine”, terra di conquista per politici del capoluogo che sanno che da queste parti si fa fatica a mettersi d’accordo, tutti difendono il loro pezzo di orticello politico e la frammentazione ha fatto più danni che mai. In questo contesto, è facile venire qui e porsi come “uomini della Provvidenza” capaci di prendersi a cuore le sorti di questo territorio.
Nei giorni scorsi è accaduto qualcosa di straordinario, almeno per chi segue da vicino i fatti politici regionali. Sabato, infatti, invitato dai giovani Popolari Liberali della Locride, il consigliere regionale di maggioranza Gianni Nucera è venuto a rilanciare la sua idea di un “decreto Locride” sulla scorta di quel “decreto Reggio” datato 1989 che portò opere pubbliche e (tanti) soldi al capoluogo, fino a migliorarne, almeno, il centro cittadino. Un’idea suggestiva, la sua, guarda caso sostenuta, nel corso dei mesi scorsi da un consigliere comunale del Pd di Siderno e che ha riscosso il plauso anche del sindaco democrat di Bianco. A supportare il vecchio cavallo di battaglia del giovanardiano Nucera è arrivata anche la brochure diffusa durante il convegno, contenente la proposta di legge regionale, il suo impianto fondamentale e un richiamo alle fonti di finanziamento. Insomma, il quadro che veniva fuori era quasi idilliaco: finalmente un consigliere regionale attento e presente nella Locride che fa il pieno di consensi bipartisan e vuole fare qualcosa di concreto per questo territorio. C’è un però. Chi mastica politica sa che nel 2012 in pieno governo Monti (creato per mettere a posto i conti di uno stato messo male dal punto di vista finanziario) pensare a un decreto Locride con fondi governativi è come spiegare che la Befana esiste e Babbo Natale pure. Nucera lo sa. Ecco perché a supportare l’idea di fattibilità del suo progetto, ha portato a Gioiosa Marina, durante il convegno di sabato, l’eurodeputato molisano Aldo Patriciello, ovviamente anch’egli dei Popolari Liberali del Pdl, che ha spiegato che finanziare il decreto Locride si può, purchè passi il vaglio della disciplina degli aiuti di stato per le aree depresse, da parte dell’Unione Europea. Quasi un “basta poco, che ce vò” per l’europarlamentare che ha garantito il suo impegno personale in tal senso e quello dei suoi colleghi del Sud Italia.
Ma siccome il vizio di non farmi i fatti miei non l’ho perso, ho chiesto pubblicamente a Nucera rassicurazioni sulla realizzazione del decreto Locride e sui tempi certi dell’iter “perché non è la prima volta – ho spiegato – che viene un consigliere regionale a proporre strumenti e rimedi straordinari per la Locride e poi di concreto ancora non c’è nulla. Basti pensare alla “mozione Locride” del suo collega di maggioranza Candeloro Imbalzano, presentata in pompa magna davanti a sindaci e parti sociali lo scorso mese di agosto a Siderno e tuttora non discussa in consiglio regionale”. Nucera sogghigna sotto i baffi, e, nella relazione conclusiva, si rivolge a me dicendo “Caro Albanese, non sono così presuntuoso da pensare che coi miei quattro articoli contenuti nella proposta di legge che ho presentato io possa risolvere tutti i problemi della Locride; però mi aspetto che dal territorio, dai sindaci e dai giovani, possano arrivare idee e contributi per dare contenuti alla proposta stessa, così come fatto con i piani integrati di sviluppo locale”. Insomma, la mia sensazione è stata quella di un ridimensionamento dell’idea, anche se, va detto, se dovessero arrivare i soldi dall’Ue sarebbe proprio da fessi non arrivare pronti e con una progettualità tale da sapere come impiegarli.
E Imbalzano? Insieme all’amica e collega Simona Musco abbiamo seguito passo passo il travaglio della sua mozione in consiglio regionale, convinti che non basti presentare i progetti ma serva metterli in pratica. E quindi, da agosto a dicembre, si è ripetuto il mesto rito della telefonata il giorno dopo ogni seduta del consiglio regionale: “Onorevole, allora? Si è discusso della mozione Locride?” e ogni volta ci toccava prendere nota (e riportare sul giornale) del suo rammarico per la mancata discussione e il consueto rosario di giustificazioni. Non è un caso, dunque, se a metà pomeriggio di ieri sia stato lo stesso Imbalzano a chiamarmi per annunciare la discussione della mozione in consiglio regionale e trasmettermi la copia del documento approvato dall’aula, con tanto di “saluti alla sua collega che mi chiamava sempre, a ogni riunione consiliare”. Anche in questo caso, il documento contiene tanti impegni, importanti ma generici, che dovranno tradursi in atti concreti. Anche perché i semplici “segnali di attenzione” cominciano a non bastare più.
Ah, dimenticavo…la discussione della mozione è arrivata meno di quarantott’ore dopo la visita locridea di Gianni Nucera per riproporre il decreto Locride; ed è allo stesso Nucera che Imbalzano (suo collega di maggioranza a palazzo Campanella) ha rivolto una pesante stoccata: “La mia mozione è l’unico strumento concreto e attuabile al giorno d’oggi; il resto è demagogia da convegno e aria fritta”.
E non è finita qui. Come dimenticarsi del “Progetto d’urto per la Locride” ideato dal presidente del comitato dei sindaci del comprensorio Ilario Ammendolia, tra i papabili per una candidatura in Parlamento sotto il simbolo del Pd? Risale allo scorso settembre, poche settimane dopo la visita di Imbalzano e per discuterne si riunirono il sabato mattina, i consigli comunali di tutta la Locride all’hotel President di Siderno. Se ne parlò anche col presidente della Regione Scopelliti, che diede qualche rassicurazione su alcuni punti specifici sulla scorta di incontri con quel Cipe dell’allora governo Berlusconi che in quei giorni viveva il canto del cigno con relativa infornata di viceministri e sottosegretari calabresi e ora non c’è più. Da Monti in poi non se n’è più parlato e ora i sindaci sembrano prediligere la fascia tricolore di lotta a quella di governo, promettono manifestazioni romane e presentano piattaforme che vanno da una sorta di zona franca con vincoli meno stringenti per quanto riguarda il rispetto del patto di stabilità per i Comuni delle aree depresse e rispolverano il diritto al “lavoro minimo garantito” che fa tanto 99Posse.
Io, cittadino locrideo, a chi dovrei credere? A Nucera che mi parla di un decreto Locride in corso d’opera con i contributi propositivi di sindaci, giovani e associazioni e l’eventuale copertura dei fondi dell’Ue, a Imbalzano che sventola il vessillo della mozione Locride appena discussa ma che si dovrà dotare di strumenti (e soprattutto interventi) concreti, o ai sindaci che volevano il “progetto d’urto per la Locride” e ora sono pronti a marciare su Roma? E se tutti remassero nella stessa direzione unendo le forze verso un obiettivo comune senza pennacchi, primogeniture o etichette, non sarebbe meglio? Per la Locride, s’intende…


Che casino!

gennaio 12, 2012

Il voto parlamentare di oggi contro l’arresto di Cosentino è grave. E non perché riguarda uno che è coordinatore regionale del Pdl campano, ma perché a fronte di una magistratura che ha messo in galera un sacco di gente (disponendo la custodia cautelare per 56 persone su 57 indagate) i membri del Parlamento, cioè i politici, cioè la “Casta”, hanno difeso uno di loro a fronte degli altri 56 che invece si arrangeranno. Insomma, il meccanismo democratico così come concepito da Montesquieu e realizzato successivamente nel corso dei secoli si è inceppato. Già, perché lo stesso si fonda sull’equilibrio tra poteri indipendenti: esecutivo, legislativo e giurisdizionale. In questo caso, quello legislativo, ha posto un veto a quello giurisdizionale, tutelando uno dei “suoi”. Ma c’è anche il caso in cui il potere giurisidizionale, supportato dalle sue articolazioni che non sto qui a elencare, spara nel mucchio, criminalizzando tout court la classe politica in quanto tale, decidendo chi, come e quando può e deve fare carriera, legittimato, s’intende, dal voto popolare. E così, ex PM diventano leader di partito, parlamentari, sindaci. Siamo sicuri che tutto questo accada in un Paese normale? Mentre chi ricopre cariche elettive, e in un momento della sua attività ha assunto decisioni rischiose, riceve avvisi di garanzia, ordinanze di custodia cautelare e, nella migliore delle ipotesi, sputtanamenti puri e semplici. E’ giusto questo? No, sicuramente no. Perché da quasi vent’anni il rapporto tra politica e magistratura si è inceppato. Faccio parte di una generazione che ha vissuto l’epoca di Mani Pulite appena maggiorenne. Allora tutti facevamo il tifo per Di Pietro. Non solo noi poveri cittadini che avevamo sete di giustizia. Anche grandi giornali, conduttori televisivi e intellettuali. Oggi, a distanza di vent’anni che risultati abbiamo avuto dopo quell’ondata? Pochi, quasi nessuno, perché la corruzione c’è ancora tutta. Un’ondata che forse ha generato un’anomalia politica che ha scompaginato gli assetti tradizionali dell’ideologia politica nel suo rapporto con la giustizia. Prima di Berlusconi, infatti, la sinistra era garantista e la destra giustizialista. Perché la prima contribuì in maniera determinante alla fase costituente e sa che le garanzie costituzionali per l’imputato sono un patrimonio, non una comoda scappatoia. La destra, invece, figlia di quell’esperienza dittatoriale durata un Ventennio, era giustizialista, agitava forche e cappi in tutte le sue facce e articolazioni. Poi venne Berlusconi, uno dei pochi risultati, beceri ma tangibili, del ciclone di Mani Pulite. Indagato fino al collo, riuscì nella incredibile impresa di far diventare la destra (populista, pseudoliberale e piduista) “garantista”, mentre la sinistra, stretta nell’abbraccio mortale con Di Pietro, era diventata “il partito dei giudici”. Oggi non si capisce più niente. E chi ci rimette? Non tanto i magistrati, che non pagano le loro responsabilità civili coi risarcimenti per gli errori commessi, ma la Giustizia nel suo complesso. Come uscirne? Non spetta a me dirlo. Sicuramente riacquisendo credibilità nell’agire quotidiano, ma comincio a pensare che non riuscirò a vedere, da vivo, un Paese normale, nel quale il parlamento legifera, la giurisdizione amministra in maniera equa la giustizia e il governo detta una linea improntata al bene comune della Nazione. Al momento, infatti, c’è ancora un sacco di lavoro da fare 😦


Un Paese sobrio. Ma cortigiano

gennaio 6, 2012

Che bombardamento di notizie in questa “tranquilla” Epifania. E quanti spunti di riflessione. Il governo che chiede sacrifici alle persone comuni è pronto ad acquistare una ventina di caccia bombardieri americani F35 come quello in foto, al prezzo “sobrio” di quindici miliardi di euro. Quindici miliardi? Sì, di euro, non di lire. Quanti ne basterebbero per garantire degli ammortizzatori sociali migliori per chi perde il lavoro e non è un top gun. E chi s’indigna? Pochi, sicuramente meno di quelli che si sono indignati per il blitz della Guardia di Finanza a Cortina, terra promessa di tycoon e starlette. E di tanti evasori. Stanno cercando di bollarla come un’operazione di facciata, propagandistica. In realtà i primi dati emersi sono stati molto interessanti e hanno messo in allarme pure la concorrenza: Courmayeur et similia hanno promesso le barricate, supportati dal piduista Cicchitto che urla contro la deriva verso uno stato di polizia. Vadano avanti, invece, perché ai poveretti come noi nulla è concesso e ci armiamo di F24 – altro che gli F35 americani – per pagare quelle poche decine di euro d’Irpef sfuggite al patronato in un 730 di qualche anno fa. A loro, ai ricconi protetti dalle solite lobby, invece, tutto è concesso. Vengano pure qui e prendano contezza di tutti gli ingombranti Suv che circolano in strade troppo strette e diritte per poter cambiar rotta oppure sdraiarci un po’. E i politici s’indignino per cose serie, non come Calderoli che fa le pulci a Monti per il cenone di fine anno a palazzo Chigi. S’indignino i romani onesti, quelli che hanno votato Alemanno convinti che uno che in gioventù agitava il manganello fosse più credibile di altri nella lotta alla criminalità, mentre ora a Roma si uccide, in periferia come in centro. In compenso, Alemanno ha piazzato nelle municipalizzate tanti caporioni dei gruppi terroristici degli anni di piombo (Nar, Terza Posizione ecc.). E’ ora che ci s’indigni per cose serie. Perchè all’estero il coraggio per fare cose serie ce l’hanno. Obama, ad esempio, ha tagliato le spese militari, forse la cosa più “di sinistra” mai fatta da quelle parti, nel paese dei top gun. E in Italia? Tutti addosso a Monti per il suo cenone e alla Finanza per il blitz a Cortina. Che paese cortigiano…