Primarie del Pd. Tra incubo palermitano e centralismo democratico

marzo 30, 2012

LOCRI

«Esistono due gruppi espressione di due modi diversi d’intendere l’attività politica. La nostra stella polare è il codice etico in virtù del quale chi si candida a rivestire un incarico pubblico deve fare voto di povertà perchè in tempi come questi non è possibile concepire il rampantismo e la voglia di dare consulenze prezzolate e compensi vari a spese della collettività».
Pino Mammoliti è l’ex capogruppo del Partito Democrativo in consiglio comunale e candidato alle scorse elezioni provinciali. Il suo gruppo alle ultime elezioni primarie per la leadership del circolo cittadino, riuscì ad esprimere il segretario, Paolo D’Agostino, poi dimessosi in occasione delle scorse elezioni comunali nelle quali era candidato consigliere.
Oggi, il circolo cittadino è acefalo e il prossimo congresso che, secondo quanto annunciato dal commissario regionale D’Attorre dovrebbe tenersi a giugno, viene visto da molti come l’occasione per una rivalsa interna al Pd locrese. Risale a un mese fa circa l’ultima sortita ufficiale dei democrat locresi: un comunicato in cui “i militanti del partito” – questa la firma in calce al documento – esprimevano il proprio plauso per la nomina di D’Attorre. CO riuscì a scoprire che gli estensori di quella nota furono il capogruppo in consiglio comunale Emanuele Marando e la dirigente provinciale Barbara Panetta e che la stessa nota fu oggetto di un rapido consulto via e-mail che coinvolse, tra gli altri, il vicesindaco Dattilo e la parlamentare Maria Grazia Laganà ed escluse lo stesso Mammoliti, l’ex consigliera comunale Anna Rosa Broussard e l’ex segretario Paolo D’Agostino. Un gesto apparentemente trascurabile, quello dell’invio della nota e che invece, come conferma Pino Mammoliti, evidenzia una spaccatura, di fatto, tra due anime di un Pd che a Locri come in altri centri sta ancora cercando la propria unità.
L’avvocato locrese premette che «Fermo restando che siamo contrari ai doppi incarichi e favorevoli all’incompatibilità dei ruoli direttivi di circolo con chi riveste cariche amministrative, noi saremo della partita». Quel “noi” di Mammoliti significa che oltre a lui, i punti di riferimento sono la Broussard, D’Agostino «E tutti quei tesserati – ha spiegato Mammoliti – che noi abbiamo fatto sul territorio di Locri».
Già, i tesserati. Se non cambiano le regole, infatti, potranno votare alle primarie per eleggere il direttivo cittadino quelli che erano tesserati nel 2011. E, come aggiunge Mammoliti «L’altro gruppo potrà avere qualche chance solo se sarà ammesso il voto on line o per delega, visto che molti loro tesserati risiedono lontano da Locri». Ma non è l’unico spunto polemico. Mammoliti, infatti, ritiene anzitutto indispensabile la convocazione a breve di un’assemblea di tutti i militanti al fine di valutare la possibilità di giungere a una candidatura unitaria per il ruolo di segretario. «Ma se così non dovesse essere – ha aggiunto – potrei essere io stesso a candidarmi, anche se sono attivo pure nella partita che si gioca per il rinnovo degli organismi provinciali». Dunque, Mammoliti ribadisce l’importanza di regole chiare e condivise, e a chi gli chiede come mai sia l’unico ad evidenziare il conflitto strisciante tra due compagini diverse all’interno del Pd locrese risponde che «Ci sono molti attendisti e opportunisti pronti a collocarsi dall’una o dall’altra parte per convenienza. Noi siamo chiari e coerenti per il rinnovamento e per un modo nostro di fare politica improntato all’etica. E poi – la conclusione al vetriolo – ricordo che i traditori, in quanto tali, non tradiscono solo una volta».
Quanto basta, insomma, per immaginare fin da ora delle primarie infuocate.

SIDERNO

Se Atene (Locri) piange la mancata unità delle varie anime del Pd locale, Sparta (Siderno) non ride.
Anche qui, infatti, il conflitto tra la maggioranza che fa capo al segretario Mariateresa Fragomeni e la minoranza interna con al vertice l’ex capogruppo in consiglio comunale Paolo Fragomeni è evidente e dura praticamente dalle scorse elezioni primarie, che attribuirono il ruolo di segretario alla cugina dell’ex sindaco Mimmo Panetta con un consenso attorno al 75%.
Il conflitto ha vissuto fasi alterne, fino ad arrivare alle scorse elezioni comunali, con la sconfitta del Pd e delle civiche che supportavano la candidatura a sindaco dello stesso Panetta, e il redde rationem che sembra non conoscere mai fine.
Già, perchè anche oggi Paolo Fragomeni ribadisce un concetto già noto da tempo: «La scellerata scelta di isolare il partito e di troncare ogni forma di dialogo con Udc e Siderno Libera, ispirata da Panetta e i suoi, è alla base di una sconfitta elettorale, la terza consecutiva per Mimmo Panetta, che portò il Pd a presentarsi da solo contro tutti e a perdere nonostante il vantaggio iniziale, viste le conseguenze negative della passata esperienza del governo cittadino di centrodestra.
Ora, invece di trarre le conseguenze di quella sconfitta e fare autocritica, la maggioranza interna del circolo si chiude a riccio e, se dovesse confermare la candidatura del segretario uscente, tale mossa sarebbe da intendere come un chiaro ostacolo al necessario rinnovamento del gruppo dirigente del partito.
Sia chiaro – ha proseguito Paolo Fragomeni – il mio è un ragionamento politico e non ho nulla di personale contro il segretario». Diretta conseguenza di tutto ciò è il fatto che, come conferma lo stesso Paolo Fragomeni «Se dovesse ricandidarsi Mariateresa Fragomeni, il mio gruppo presenterà una candidatura alternativa e all’insegna della discontinuità».
g.albanese@calabriaora.it

IL CORSIVO

L’esperienza recente delle elezioni primarie per il candidato sindaco del centrosinistra a Palermo ha creato un pericoloso precedente. La contestata vittoria di Ferrandelli contro Rita Borsellino, infatti, dopo i ricorsi del candidato sconfitto, ha portato alla concomitante candidatura di Leoluca Orlando, appoggiato da Idv e sinistra radicale nonostante l’esito del voto popolare che dovrebbe essere un giudizio insindacabile secondo gli assertori della validità di queso metodo di scelta dei dirigenti. È lecito chiedersi se, come e quanto, le primarie per i prossimi congressi di circolo nella Locride riusciranno a svolgersi secondo lo spirito voluto dal padre fondatore del Pd Walter Veltroni, proprio di tutti quelli che hanno creduto e ancora credono in questo progetto politico. Le premesse non sono delle migliori, come s’intuisce dalla lettura dei pezzi pubblicati in questa pagina e che riguardano la situazione dei due centri più popolosi del comprensorio. E allora, paradossalmente, al fine di evitare l’incubo palermitano e scongiurare il rischio di scissioni interne, molti dirigenti del Pd sembrano rifarsi allo spirito del centralismo democratico, tanto in voga nel vecchio Pci, in virtù del quale le discussioni interne potevano essere anche molto aspre, ma una volta prese dovevano essere accettate a tutti i livelli e anche dai dissenzienti della prima ora. Chiamatelo pure “paradosso democratico” purché non si trasformi mai in dittatura della maggioranza (interna) a spese di chi è minoranza dopo il responso delle urne, altrimenti tanto valeva mantenere i vecchi simboli, oltre ai vecchi metodi che non prevedevano le primarie. O no?
gi. alb.

Gli articoli sono stati pubblicati a pagina 16 di Calabria Ora dello scorso 26 marzo


Fessbook, ovvero il paradosso del social network

marzo 21, 2012

Non si è ancora spenta l’eco delle polemiche dopo l’articolo di Michele Serra su Twitter, che scopro che ormai alcuni politici cittadini sono talmente schiavi di facebook che pensano di poter “taggare” tutto e tutti. Perfino i giornali, ovvero chi le notizie le dà per mestiere e non per cazzeggio. Già, perchè non solo pubblicano le loro note prima sul social network prima di inviarle ai giornali, ma ora diramano dei comunicati ufficiali su commenti e foto pubblicati su facebook. Insomma, ora anche i giornali possono essere, secondo gli strateghi della comunicazione politica paesana, “taggati” su facebook che evidentemente riveste un’importanza primaria per loro. E invece non è così. Non può essere così. Se è vero che i lanci sintetici in rete (cosiddetti “tweet”) sono divenuti una diffusissima consuetudine per politici, giornalisti e personaggi pubblici in genere, sapere che la stessa nota che si vorrebbe pubblicata sugli organi di stampa il giorno dopo è già uscita su facebook è qualcosa di fortemente lesivo della dignità professionale di chi, sui giornali, ci scrive per mestiere. Ecco perchè la sfida, per la nostra categoria, sarà quella di mettere dei paletti. Di indicare chiari limiti oltre i quali il diritto-dovere d’informare non si può piegare al vizio altrui di “condividere” cliccare “mi piace” e “taggare”. Dopo qualche mese di assenza in cui cdisattivai il mio profilo, decisi di tornare su facebook in un periodo della mia vita in cui avevo bisogno di cazzeggiare. E quindi, per me, facebook e twitter sono semplici luoghi di cazzeggio: durante la visione della partite di serie A, durante i viaggi e le occasioni conviviali. Per qualche soggetto politico, invece, il social network sembra aver preso il posto dell’ufficio stampa. Non importa chi siano questi soggetti e non ce l’ho con nessuno. Il punto è che i social network sono una cosa; la stampa, fatta con metodo, passione e duro lavoro, un’altra.


Il fascino perverso del “toso”

marzo 13, 2012

Lo confesso. Prima di cedere al sonno, anch’io ieri sera ho visto la fiction su Felice Maniero in onda su Sky cinema uno. Probabilmente perché non c’era niente di meglio in onda, e non per particolare stima nei confronti del boss del Brenta, detto anche “faccia d’angelo” – da qui il titolo della fiction – o, più semplicemente, il “toso”, il ragazzo. Aspetto la seconda parte che andrà in onda lunedì prossimo, ma intanto, qualche riflessione si può compiere. La prima sulla fiction. Tecnicamente è ben fatta e diretta, mostra sangue bagnato dalla Laguna e violenza in dialetto veneto, proprio negli anni in cui la mafia siciliana e meridionale in genere era già stata “celebrata” da “Il padrino” a “La piovra”. Ma siccome non vale il detto “mal comune mezzo gaudio”, ed è pure tardi per rammaricarsi del fatto che la mafia indigena del Nordest abbia fatto meno danni in termini d’immagine rispetto a quella meridionale, restano tanti aspetti rischiosi. Sarò moralizzatore quanto volete, ma in genere le fiction dedicate ai delinquenti creano un grande spirito di emulazione: non vidi in Tv “Il capo dei capi”, fiction di Canale 5 dedicata a Totò Riina ma il giorno dopo per strada i bambini ripetevano ossessivamente “Sono il capo dei capi”. E poi certe scene di sesso e seduzione viste ieri sono le stesse viste in centinaia di pellicole e sceneggiati: il fascino perverso del delinquente, che seduce le donne più belle, le “usa” e le scarta a suo piacimento. Elio Germano “Faccia d’angelo”, come Christopher Lambert ne “Il siciliano”. Volete che qualche adolescente meno colto e intelligente non si lasci sedurre da certi modelli che significano soldi, auto di lusso e sesso facile, in una vita fatta di rapine e violenze? Certo, la colpa non è del film, che descrive una situazione reale, ma probabilmente certi aspetti “goderecci” della vita dei criminali avrebbero potuto avere un’enfasi minore nella fiction, o no?


La prova televisiva

marzo 11, 2012

C’è una buona notizia: la prova Tv non serve solo per squalificare Ibrahimovic o Mexes dopo che hanno compiuto atti di violenza contro gli avversari durante una partita di calcio. No, prossimamente la prova Tv verrà utilizzata per smentire e zittire uno dei tanti signor “Leinonsachisonoio” che un mesetto fa mi telefonò sfoderando un’inedita acidità, accusandomi implicitamente di non aver saputo fare il mio mestiere perché, a suo dire, non avrei riportato fedelmente alcune dichiarazioni rese in un’assemblea pubblica, tanto da scrivere cose «gravissime». Ma non solo. Secondo Leinonsachisonoio, infatti, prima di scrivere quello che avevo appena ascoltato, avrei dovuto chiamarlo per sincerarmi della veridicità di quanto asserito in aula dal dichiarante di turno. Già, avrei dovuto chiedere il permesso a Leinonsachisonoio per scrivere una cosa che avevo appena ascoltato. Sia ben chiaro, Leinonsachisonoio non è né uno ‘ndranghetista né un delinquente. Probabilmente, infatti, gli appartenenti a una di queste due categorie avrebbero avuto la compiacenza e l’umiltà di rivolgersi ai propri avvocati prima di contattare un giornalista. Leinonsachisonoio, infatti, è una persona per bene. Solo che difetta di prudenza. Già, perché prima di fare telefonate mattutine vaneggiando di grandissime responsabilità penali e minacciando querele dopo aver preso per oro colato le parole di chi gli avrebbe negato l’evidenza e accusando me di tutto, avrebbe dovuto verificare quello che si era detto e la mia condotta. Soprattutto prima di pretendere censure preventive che da me né lui e né altri avranno mai. Quando mi contestò telefonicamente la presunta rispondenza di quanto da me scritto a quanto ascoltato, risposi che di solito non sbaglio, ma che comunque non sono così presuntuoso da pensare di essere infallibile. Quindi, lo invitai, qualora avesse avuto ragione, a mandarmi una rettifica, precisazione o smentita che avrebbe avuto tutta la visibilità del caso. Mi rispose che lui non avrebbe mandato alcunché ma sarebbe andato subito a fare denuncia e che le mie ragioni le avrei spiegate alla magistratura. Non vedo l’ora. Perché ho appena avuto conferma che anche in questo caso avevo riportato correttamente quanto sentito, tanto che se fossi stato un d.j. con quelle parole ci avrei costruito un bel rap. Solo che da circa un mese sto aspettando le scuse di Leinonsachisonoio. Faccia presto, possibilmente entro la fine del mese. Le scuse non vanno in prescrizione, ma quando passa troppo tempo marciscono.


Acqua e sapone

marzo 11, 2012

Ci dev’essere una buona ragione per la quale, pur avendo ampia scelta di canali satellitari sul cinema, sale cinematografiche molto più dignitose che in passato e una pila di DVD in stanza da letto, l’altra sera mi sono ritrovato a rivedere, per l’ennesima volta, questo film di trent’anni fa. E il motivo è presto spiegabile: i buoni sentimenti non hanno bisogno di effetti speciali, 3D, HD e megaproduzioni. Nemmeno di nomination all’Oscar. Sono cose autentiche, che generano ricordi che restano dentro ed ogni tanto è bello rivivere.
Io che non apprezzo i film stranieri (specie le megaproduzioni americane) ed ogni tanto mi domando perchè. La risposta, chiara e completa, è giunta proprio dopo aver rivisto il film di Verdone. Nella storia narrata c’è tutto lo spirito verace di un’epoca per certi versi mai passata completamente, quella del precario laureato in cerca di un lavoro stabile, del “bamboccione” – avrebbe detto qualcuno, qualche lustro dopo – che per una serie di circostanze un po’ forzate, si ritrova a fare da insegnante privato a una giovanissima modella solo all’apparenza acerba. Quanto vissuto quotidiano in quei fotogrammi eterni: il vicino di casa coatto interpretato da un giovanissimo Fabrizio Bracconieri, l’indimenticabile sora Lella, la nonna che faceva la finta tonta, quando aveva capito che c’era del tenero tra il nipote e la “bambina”, l’austero padre “Spinetti” (quello vero) e la severissima madre di Sandy (Florinda Blokan), una parvenu che sfruttava l’immagine pubblica di una ragazzina divenuta una macchina da soldi. E soprattutto lui, Carlo Verdone che oggi, sessantenne, ha mantenuto parecchio di quello spirito da ragazzotto semplice e capace di interpretare al meglio i suoi tempi, con la sua solita faccia aperta ai dubbi, e l’impossibilità assoluta di sembrare quello che non è.
E allora ho capito perchè preferisco i film italiani, anche quelli datati, alle ultime produzioni a stelle e strisce che fanno incetta di statuette: ci ritrovo il mio mondo, gli accenti dei protagonisti, storie che puoi toccare con mano, anche oggetti che non sono più di uso comune: alzi la mano, tra i ventenni di oggi, chi sa cosa sia il telefono “in duplex” o quello a gettoni. No, non lo sanno. E non se lo chiedono nemmeno quando al cinema inforcano gli occhiali per il 3D.