Acqua e sapone

Ci dev’essere una buona ragione per la quale, pur avendo ampia scelta di canali satellitari sul cinema, sale cinematografiche molto più dignitose che in passato e una pila di DVD in stanza da letto, l’altra sera mi sono ritrovato a rivedere, per l’ennesima volta, questo film di trent’anni fa. E il motivo è presto spiegabile: i buoni sentimenti non hanno bisogno di effetti speciali, 3D, HD e megaproduzioni. Nemmeno di nomination all’Oscar. Sono cose autentiche, che generano ricordi che restano dentro ed ogni tanto è bello rivivere.
Io che non apprezzo i film stranieri (specie le megaproduzioni americane) ed ogni tanto mi domando perchè. La risposta, chiara e completa, è giunta proprio dopo aver rivisto il film di Verdone. Nella storia narrata c’è tutto lo spirito verace di un’epoca per certi versi mai passata completamente, quella del precario laureato in cerca di un lavoro stabile, del “bamboccione” – avrebbe detto qualcuno, qualche lustro dopo – che per una serie di circostanze un po’ forzate, si ritrova a fare da insegnante privato a una giovanissima modella solo all’apparenza acerba. Quanto vissuto quotidiano in quei fotogrammi eterni: il vicino di casa coatto interpretato da un giovanissimo Fabrizio Bracconieri, l’indimenticabile sora Lella, la nonna che faceva la finta tonta, quando aveva capito che c’era del tenero tra il nipote e la “bambina”, l’austero padre “Spinetti” (quello vero) e la severissima madre di Sandy (Florinda Blokan), una parvenu che sfruttava l’immagine pubblica di una ragazzina divenuta una macchina da soldi. E soprattutto lui, Carlo Verdone che oggi, sessantenne, ha mantenuto parecchio di quello spirito da ragazzotto semplice e capace di interpretare al meglio i suoi tempi, con la sua solita faccia aperta ai dubbi, e l’impossibilità assoluta di sembrare quello che non è.
E allora ho capito perchè preferisco i film italiani, anche quelli datati, alle ultime produzioni a stelle e strisce che fanno incetta di statuette: ci ritrovo il mio mondo, gli accenti dei protagonisti, storie che puoi toccare con mano, anche oggetti che non sono più di uso comune: alzi la mano, tra i ventenni di oggi, chi sa cosa sia il telefono “in duplex” o quello a gettoni. No, non lo sanno. E non se lo chiedono nemmeno quando al cinema inforcano gli occhiali per il 3D.

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