Non siamo tutti ‘ndranghetisti

L’ipocrisia non appartiene al mio modus vivendi; nemmeno la preoccupazione di apparire antipatico a chi non mi conosce. E quindi posso ironizzare in maniera bonaria ma mai fare finta di niente. E così, ho seguito via internet l’ultima ora del convegno organizzato oggi a Locri dal giornale per il quale ho lavorato dall’inizio del 2006 allo scorso 5 aprile. L’ho fatto perchè sono giornalista dentro, quindi curioso. L’ho fatto perchè nelle poltrone della platea non c’erano solo soggetti che reputo ancora di scarso valore professionale e che invece di imparare il mestiere e sottoporsi con passione e umiltà al percorso di formazione giornalistica cercano scorciatoie per cercare di ottenere quello che ancora non meritano. No, c’erano anche i gentiluomini, le donne di cultura, le facce pulite che erano i miei compagni di viaggio di quella che è stata, ed è tuttora, la mia esperienza professionale più importante. Ho ironizzato sulla composizione, a mio avviso fin troppo eterogenea, del tavolo dei relatori; potrei ironizzare ancora sui numerosi posti vuoti in platea e sull’assenza degli studenti dei licei locali. Ma non lo faccio. Non lo faccio perchè fino a un mese e mezzo fa ero parte di quel gruppo. Ci credevo, confortato da un editore sempre puntuale con i pagamenti (fino alla fine) e dalla presenza di tanti bravi compagni di viaggio, nei confronti dei quali la stima, professionale e umana, è immutata. Del resto, la mia decisione di lasciare è stata libera, autonoma e incondizionata. E convinta. Oggi più che mai. E allora c’è spazio per un’analisi onesta, almeno di quello che ho sentito, mentre pedalavo sulla mia cyclette, grazie al servizio di streaming curato dal bravo Franco Cufari. Diciamo che al netto delle ovvie finalità promozionali – ancora oggi penso che la molla principale che ha spinto a organizzare l’evento sia stata questa – è stata comunque un’occasione di dialogo. Anche se non c’erano tutti i relatori annunciati. Già, perchè la partecipazione di amici come Angelo, Maria Grazia, Gabriella e altri al dibattito è stata genuina, come non potrebbe essere altrimenti, potendomi onorare della loro amicizia, e se si guarda con occhio critico ma scevro da pregiudizi, anche la composizione del tavolo dei relatori, è stata, a mio modo di vedere, un grande segno di resipiscenza. Proprio così: anche alcune importanti figure istituzionali del comprensorio hanno preso la parola. Lo hanno fatto anche quelli che nei mesi passati sono stati oggetto di un modo spesso improvvido di fare informazione, ispirato più dal sensazionalismo che dalla rilevanza giornalistica, che invece dovrebbe essere la stella polare di chi è investito del difficile ruolo di operatore dell’informazione. Ha parlato l’ormai ex sindaco di Caulonia, definito col ricorso ad un tecnicismo poco commendevole “pregiudicato” (se la memoria non m’inganna per un reato commesso in giovane età quando si contesta perchè si aspira a un mondo migliore); ha parlato il sindaco di Monasterace Maria Carmela Lanzetta, che prima di salire all’attenzione dei media nazionali per alcune gravi intimidazioni subite, era finita sulla prima pagina di quel giornale per via di un lavoro pubblico che avrebbe affidato ad una ditta che si presume contigua ad ambienti criminali; ha parlato il presidente della Regione Scopelliti, che anche se non ha mai goduto della mia preferenza espressa in cabina elettorale, ha detto anche cose condivisibili, come l’assoluta necessità di “fare rete” tra le varie istituzioni per arginare il fenomeno criminale e ridare loro credibilità. Non figurava, invece, tra gli invitati, e quindi non era presente, un grande scrittore della Locride, i cui libri sono tradotti in tutto il mondo, e che su quelle pagine ci è finito un paio di volte, perchè secondo alcune testimonianze sarebbe stato presente in alcuni contesti frequentati da individui in attesa di giudizio perchè accusati di gravi reati. Verrebbe da chiedersi a che titolo fosse lì e quale rilevanza giornalistica avesse la sua presunta presenza in quei contesti, ma tant’è. E allora, al di là dell’appello finale lanciato da Sansonetti a Scopelliti, ovvero l’invito a trasformarsi in una sorta di capopopolo in lotta per la strenua difesa della Calabria e dei calabresi, andando oltre all’azione diplomatica che è essa stessa l’essenza della politica, occorre che per dimostrare al mondo che la Calabria non è solo ‘ndrangheta e che lo sviluppo economico ha priorità anche rispetto alla lotta all’illegalità organizzata, si faccia uno sforzo di coerenza. Si adotti una linea unica, se proprio si vuole parlare di linea. E non si scriva più che ci sono paesi in cui anche i bambini sono mafiosi, per non essere costretti, come è successo, a compiere repentine e clamorose retromarce. In fondo basta poco. Fare quello che si pensa, o che comunque si esprime pubblicamente. Lo dico perchè in fondo faccio ancora parte di quest’ambiente professionale e presto potrei tornare a dire la mia in contesti diversi. Poi ognuno faccia come vuole. Ma uno sforzo di coerenza sarebbe quantomai opportuno. Le opinioni personali, poi, sono un’altra cosa. Penso sempre che il miglior periodo di quel giornale sia stato quello dal 14 marzo del 2006 al 20 luglio del 2010. Ma è la mia modesta opinione personale. Rimane l’importanza del ruolo di chi fa informazione, specie in Calabria. Ed è una responsabilità che investe tutti quelli che fanno questo mestiere. Buon lavoro, dunque, al gruppo dirigente che anche se non è in cima alle mie preferenze, merita il dovuto rispetto. E ai colleghi, quelli che stimo di più e quelli che stimo di meno. Pensando ai primi, concludo con un auspicio: una volta spenti i riflettori del convegno, riposti negli automezzi i pannelli pubblicitari ed esaurita l’ondata di una pur legittima autopromozione, chi ha il dovere di decidere, si occupi di loro. Valorizzi l’impegno di ognuno di loro e approfondisca la conoscenza dei meriti di ognuno di loro. Molti, infatti, meritano di più, anche se non si agitano per farsi notare, anche se, come si dice da queste parti, non vanno con quelli meglio di loro e passano loro le spese perchè questo potrebbe essere funzionale alle loro mire. Si badi alla qualità e si tenga nella debita considerazione il lavoro, unica stella polare di qualsiasi attività professionale. Lo meritano ed è questo il mio auspicio più sincero per loro. Anche se non indossiamo più la stessa casacca.

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