Ciao Peppe

giugno 22, 2012

“Aja la bulenca, a cu’ ndavimu ‘ccà”. Mi accoglievi così, con un sorriso, una battuta e questa curiosa espressione, quasi la parodia di un’imprecazione. Roccella Jonica, fine anni ’90. Il tuo negozio di via Cappelleri era il primo approdo per me che, nemmeno ventottenne, avevo voglia di fare, emergere, perfino sfondare. Io sudaticcio nel mese di agosto a bordo di una 126 o a sfidare il vento sulla statale col mio scooter. E tu eri là. Aria condizionata e disponibilità all’ascolto sempre e comunque. Parlavamo di tutto. In particolare della nostra radio, di quello che andava e di cosa doveva essere migliorato. Dello spirito imprenditoriale dei sidernesi e di quello che si poteva, anzi, si doveva fare. Delle radiocronache a bordo campo, di Francesco che ci pensava sempre lui. Non sapevo quasi nulla di te. Non sapevo di tuo padre, del suo estro creativo, del suo spirito d’iniziativa. Sapevo di tuo fratello allenatore di giovani calciatori, della tua bella fidanzata, delle tue partite a volley e di quel palazzo del Cannolaro che a pian terreno ospitava la radio quand’era la nostra. Ho imparato a conoscerti col passare degli anni, anche quando le occasioni per vederci erano diminuite. Ma tu c’eri sempre. E anche io, nel mio piccolo, c’ero per te. Eri diventato il punto di riferimento principale di chi faceva musica e spettacoli nel comprensorio. Quanti concerti, a cominciare da quella sera con De Andrè! E quando ci vedevamo parlavamo sempre. Della politica che troppo spesso non supportava, se non proprio ostacolava, le iniziative; di come le difficoltà per te fossero le stesse di tuo padre quando faceva diventare, per alcuni giorni all’anno, la Locride capitale mondiale della moda sartoriale. Parlavamo dei musicisti bravi che non se la tiravano, di Derek Wilson che montava, suonava e smontava da solo la sua batteria, della sua professionalità così simile alla tua; e delle mezze cartucce che invece pretendevano la luna. Parlavamo, quelle sere nell’area riservata del Kaulonia tarantella festival, tu eri stanchissimo, al termine di una giornata passata a curare la logistica, tra aeroporto, accoglienza artisti e quello che c’era sempre da fare. Ma trasmettevi tanta serenità, anche l’ultima volta, lo scorso agosto, quando mi parlavi della morte di tuo padre Antonio, della sua sofferenza e delle difficoltà. Una bottiglietta d’acqua in mano e ancora voglia di chiacchierare e scherzare. Raccontavi di quell’anziana di una sperduta frazione di montagna alla quale recapitasti a domicilio il televisore che aveva comprato da te. Non era un atto dovuto in ossequio a chissà quale norma contrattuale, era la tua coscienza che te lo imponeva. E poi via, a mangiare qualcosa insieme, a spillarci un po’ di birra (come in questa foto, l’ultima che ti ho scattato) perché la notte era ancora giovane. Poi, lì, sui gradini a bordo palco. Peppe e i suoi spettacoli, i suoi progetti, le sue idee, la sua voglia di fare, la sua voglia di vita. Ricordo di una sera in cui eri talmente stanco che ti appisolasti nell’androne della casetta adibita a spogliatoio degli artisti al ktf. Ti fotografai. Lì, su quella seggiola metallica a trovare qualche attimo di ristoro, dopo una giornata pesante e una che sarebbe seguita ancora più faticosa. Ci saremmo rivisti presto, magari per un caffè in galleria col tuo amico Giò Di Tonno, o in una delle tante manifestazioni che organizzavi. L’ultima volta ci siamo visti in autunno, quando un amico comune, grande artista, voleva qualcuno già navigato e conosciuto nell’ambiente che fosse capace di trovargli qualche contatto a livello nazionale. Parlammo, io tu e lui. Poi una breve sosta al bar per non vederci mai più. Qualche tempo dopo arrivò la notizia della tua terribile malattia. Provai a contattarti qualche volta, ma non mi riuscì. Seguivo le manifestazioni di affetto sincero e incondizionato da parte di un mare di gente, le veglie di preghiera e i messaggi affettuosi sulla tua bacheca, il decorso postoperatorio e le domande di sempre.
Stamani la notizia che non avrei mai voluto sentire. Strano il destino. Beffardo. Prima Francesco, poi Giorgio, ora tu. Cinico e baro quel fato che ti toglie dal mondo nel fiore degli anni, con tutto ancora da conquistare. Tu che continuasti, anche se in altro campo, la grande attività di tuo padre Antonio dando lustro a questa terra e orgoglio ai suoi abitanti. Che famiglia, i Russo! Conservo con cura le cravatte che mi regalò tuo padre, il ricordo di quello che fece e che fu e ogni attimo della mia vita passato insieme a te. È stato bello conoscerti ed averti come amico. Ora ti spetta di diritto un posto insieme agli angeli, quelli creativi, quelli buoni. Un posto dal quale continuerai a far divertire chi abita in paradiso. Io continuerò a cercarti, istintivamente, facendo capolino nella casetta degli artisti, o buttando l’occhio al lato destro della strada prima di arrivare in piazza a Roccella. Non ci sarai più fisicamente, ma nel cuore rimarrai sempre.
Aja la bulenca Pe’!

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Arruzza

giugno 22, 2012

C’era un tempo in cui si poteva sognare, quando il presente era fatto di pochi beni materiali ma con tanto calore umano. C’era voglia di ricostruire dopo le macerie della guerra e conquistare terre lontane, conosciute solo attraverso i racconti di familiari e amici che lì avevano fatto fortuna. C’era il talento puro da scoprire, quasi per caso, mentre la tua piccola struttura materiale ti dice che la prima voce del tuo vocabolario è salario, sbarcare il lunario, ma non t’impedisce di scoprire la tua “sovrastruttura” artistica. C’è una storia da raccontare, speciale come tante, nell’epoca in cui si diventava artisti senza aver mai partecipato ai talent show.
C’è tanta umanità in “Arruzza” (Città del Sole edizioni), prima fatica letteraria del giornalista vibonese Pietro Comito, prestigiosa firma di cronaca nera e giudiziaria, che, riposte per un attimo le ordinanze e le “carte” necessarie per fare giornalismo d’inchiesta (quello serio e rigoroso, non quello urlato delle tante “bufale” che si leggono spesso), si lancia in questa nuova avventura da narratore, con la sensibilità tipica di chi prima di parlare sa ascoltare, è capace di cogliere il fascino di una persona e della sua storia e fissarla su carta. Un punto fermo contro la frenesia di ciò che si legge, si usa e si getta; refrattario al bombardamento d’informazioni satellitari e wi-fi, indipendente dalla babele dei commenti sui social network. “Arruzza” è proprio questo: l’avventurosa storia di vita di un giovane della provincia calabrese che sugli scomodi sedili di un treno scopre Napoli, Roma, Milano e poi, sulle orme di un padre scomparso troppo presto, l’America.
La storia di “Mike” Arruzza sembra una delle tante di un dopoguerra prodigo di speranze spesso non disattese, in cui si partiva con la certezza che prima o poi si sarebbe riscosso il proprio personale credito con la fortuna. La vicenda diventa speciale quando il protagonista scopre il suo talento (nella musica prima e nella pittura poi) quasi per caso e diventa un artista di fama internazionale. Ma nel libro l’artista “Arruzza” diventa quasi complementare rispetto all’uomo “Mike”, che assurge a protagonista assoluto rendendo la lettura appassionante.
L’autore apre con un verso di “Guantanamera”, e accompagna il lettore attraverso le fasi fondamentali della vita del protagonista, che diventa figura assai familiare, così come i suoi congiunti, in primis la madre “donna Nimpia”. L’unico peccato veniale è la tendenza ad indugiare troppo, in alcuni casi, sulle riflessioni interiori, perdendosi in considerazioni sentimentali che, forse, il lettore preferirebbe fare tra sé e sé, piuttosto che trovarle scritte. Ma è un neo che non inficia il valore di un’opera prima che ci regala un inedito Pietro Comito, il cronista con un cuore, fa conoscere un grande artista come Arruzza a un pubblico poco avvezzo a tele e gallerie d’arte e, perché no, induce a ricercare il piccolo Arruzza che forse c’è in ogni paese; quel personaggio strano che ogni tanto s’incontra per strada e che si giudica superficialmente, magari per l’abbigliamento troppo informale e l’aspetto trasandato. Forse anche lui ha una storia speciale da raccontare e sta alla sensibilità di chi scrive ascoltarla per farne un libro. Probabilmente, il merito principale di Comito è proprio questo: indurre e sviluppare la sensibilità verso l’umanità che ha qualcosa da dire.

GIANLUCA ALBANESE


Zapping

giugno 20, 2012

Ogni tanto mi capita di ascoltare la fortunata trasmissione di RadioUno, che va in onda alle 19,30, intitolata “Zapping” e condotta da Aldo Forbice. E’ un programma che se lo ascolti di rado lo giudichi bene: si parla di argomenti di rilevanza nazionale e internazionale con ospiti telefonici e interventi degli ascoltatori. Quando la ascolti per qualche giorno di fila, però, scopri che gli opinionisti che intervengono telefonicamente come ospiti sono sempre gli stessi (la rotazione è tra una dozzina, rigorosamente allineati ai voleri del conduttore) tra cui un ex agit-prop, che ormai agita solo il ciuffo davanti alla fronte, con una mossa stile Raffaella Carrà, come ripreso ieri dalle telecamere del Tg Regionale davanti a una sparuta platea di una piccola sala reggina. Ma non solo. Anche gli ascoltatori che intervengono sono sempre gli stessi, tra cui il nostro conterraneo Lino Polimeni, un tale Correale da Napoli e così via. Tutti molto ossequiosi e attenti a non urtare la suscettibilità del conduttore, che quando sente qualcosa che non gli garba (specie le critiche a Berlusconi e soci) chiude bruscamente la telefonata. Insomma, un programma che nonostante l’orario di punta nella rete ammiraglia dell’informazione pubblica è ormai riservato a un pubblico di pochi intimi. L’esatto opposto di Radio Capital e il suo “Risponde Zucconi”, in cui il “diretùr” risponde a tutti, a chi la pensa come lui e a chi no e non gli risparmia critiche e acerrima ironia. Segno che non tutti i giornalisti sulla settantina sono uguali.

P.S: ieri, più acido del solito, Forbice si lamentava della scelta dei vertici della Rai, che per otto giorni hanno preferito mandare in onda le radiocronache delle partite dei campionati europei di calcio. Sacrilegio a viale Mazzini o prove tecniche di editto in vista delle grandi manovre che potrebbero portare alla nomina di dirigenti rottamatori? Non si preoccupi il “dottor Forbice”. In tal caso, infatti, potrà riunire opinionisti e ospiti da casa al parco, facendo intervenire quelli lontani via Skype. Tanto, in tutto saranno una trentina. Piccioni compresi.