Arruzza

C’era un tempo in cui si poteva sognare, quando il presente era fatto di pochi beni materiali ma con tanto calore umano. C’era voglia di ricostruire dopo le macerie della guerra e conquistare terre lontane, conosciute solo attraverso i racconti di familiari e amici che lì avevano fatto fortuna. C’era il talento puro da scoprire, quasi per caso, mentre la tua piccola struttura materiale ti dice che la prima voce del tuo vocabolario è salario, sbarcare il lunario, ma non t’impedisce di scoprire la tua “sovrastruttura” artistica. C’è una storia da raccontare, speciale come tante, nell’epoca in cui si diventava artisti senza aver mai partecipato ai talent show.
C’è tanta umanità in “Arruzza” (Città del Sole edizioni), prima fatica letteraria del giornalista vibonese Pietro Comito, prestigiosa firma di cronaca nera e giudiziaria, che, riposte per un attimo le ordinanze e le “carte” necessarie per fare giornalismo d’inchiesta (quello serio e rigoroso, non quello urlato delle tante “bufale” che si leggono spesso), si lancia in questa nuova avventura da narratore, con la sensibilità tipica di chi prima di parlare sa ascoltare, è capace di cogliere il fascino di una persona e della sua storia e fissarla su carta. Un punto fermo contro la frenesia di ciò che si legge, si usa e si getta; refrattario al bombardamento d’informazioni satellitari e wi-fi, indipendente dalla babele dei commenti sui social network. “Arruzza” è proprio questo: l’avventurosa storia di vita di un giovane della provincia calabrese che sugli scomodi sedili di un treno scopre Napoli, Roma, Milano e poi, sulle orme di un padre scomparso troppo presto, l’America.
La storia di “Mike” Arruzza sembra una delle tante di un dopoguerra prodigo di speranze spesso non disattese, in cui si partiva con la certezza che prima o poi si sarebbe riscosso il proprio personale credito con la fortuna. La vicenda diventa speciale quando il protagonista scopre il suo talento (nella musica prima e nella pittura poi) quasi per caso e diventa un artista di fama internazionale. Ma nel libro l’artista “Arruzza” diventa quasi complementare rispetto all’uomo “Mike”, che assurge a protagonista assoluto rendendo la lettura appassionante.
L’autore apre con un verso di “Guantanamera”, e accompagna il lettore attraverso le fasi fondamentali della vita del protagonista, che diventa figura assai familiare, così come i suoi congiunti, in primis la madre “donna Nimpia”. L’unico peccato veniale è la tendenza ad indugiare troppo, in alcuni casi, sulle riflessioni interiori, perdendosi in considerazioni sentimentali che, forse, il lettore preferirebbe fare tra sé e sé, piuttosto che trovarle scritte. Ma è un neo che non inficia il valore di un’opera prima che ci regala un inedito Pietro Comito, il cronista con un cuore, fa conoscere un grande artista come Arruzza a un pubblico poco avvezzo a tele e gallerie d’arte e, perché no, induce a ricercare il piccolo Arruzza che forse c’è in ogni paese; quel personaggio strano che ogni tanto s’incontra per strada e che si giudica superficialmente, magari per l’abbigliamento troppo informale e l’aspetto trasandato. Forse anche lui ha una storia speciale da raccontare e sta alla sensibilità di chi scrive ascoltarla per farne un libro. Probabilmente, il merito principale di Comito è proprio questo: indurre e sviluppare la sensibilità verso l’umanità che ha qualcosa da dire.

GIANLUCA ALBANESE

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