Ciao Peppe

“Aja la bulenca, a cu’ ndavimu ‘ccà”. Mi accoglievi così, con un sorriso, una battuta e questa curiosa espressione, quasi la parodia di un’imprecazione. Roccella Jonica, fine anni ’90. Il tuo negozio di via Cappelleri era il primo approdo per me che, nemmeno ventottenne, avevo voglia di fare, emergere, perfino sfondare. Io sudaticcio nel mese di agosto a bordo di una 126 o a sfidare il vento sulla statale col mio scooter. E tu eri là. Aria condizionata e disponibilità all’ascolto sempre e comunque. Parlavamo di tutto. In particolare della nostra radio, di quello che andava e di cosa doveva essere migliorato. Dello spirito imprenditoriale dei sidernesi e di quello che si poteva, anzi, si doveva fare. Delle radiocronache a bordo campo, di Francesco che ci pensava sempre lui. Non sapevo quasi nulla di te. Non sapevo di tuo padre, del suo estro creativo, del suo spirito d’iniziativa. Sapevo di tuo fratello allenatore di giovani calciatori, della tua bella fidanzata, delle tue partite a volley e di quel palazzo del Cannolaro che a pian terreno ospitava la radio quand’era la nostra. Ho imparato a conoscerti col passare degli anni, anche quando le occasioni per vederci erano diminuite. Ma tu c’eri sempre. E anche io, nel mio piccolo, c’ero per te. Eri diventato il punto di riferimento principale di chi faceva musica e spettacoli nel comprensorio. Quanti concerti, a cominciare da quella sera con De Andrè! E quando ci vedevamo parlavamo sempre. Della politica che troppo spesso non supportava, se non proprio ostacolava, le iniziative; di come le difficoltà per te fossero le stesse di tuo padre quando faceva diventare, per alcuni giorni all’anno, la Locride capitale mondiale della moda sartoriale. Parlavamo dei musicisti bravi che non se la tiravano, di Derek Wilson che montava, suonava e smontava da solo la sua batteria, della sua professionalità così simile alla tua; e delle mezze cartucce che invece pretendevano la luna. Parlavamo, quelle sere nell’area riservata del Kaulonia tarantella festival, tu eri stanchissimo, al termine di una giornata passata a curare la logistica, tra aeroporto, accoglienza artisti e quello che c’era sempre da fare. Ma trasmettevi tanta serenità, anche l’ultima volta, lo scorso agosto, quando mi parlavi della morte di tuo padre Antonio, della sua sofferenza e delle difficoltà. Una bottiglietta d’acqua in mano e ancora voglia di chiacchierare e scherzare. Raccontavi di quell’anziana di una sperduta frazione di montagna alla quale recapitasti a domicilio il televisore che aveva comprato da te. Non era un atto dovuto in ossequio a chissà quale norma contrattuale, era la tua coscienza che te lo imponeva. E poi via, a mangiare qualcosa insieme, a spillarci un po’ di birra (come in questa foto, l’ultima che ti ho scattato) perché la notte era ancora giovane. Poi, lì, sui gradini a bordo palco. Peppe e i suoi spettacoli, i suoi progetti, le sue idee, la sua voglia di fare, la sua voglia di vita. Ricordo di una sera in cui eri talmente stanco che ti appisolasti nell’androne della casetta adibita a spogliatoio degli artisti al ktf. Ti fotografai. Lì, su quella seggiola metallica a trovare qualche attimo di ristoro, dopo una giornata pesante e una che sarebbe seguita ancora più faticosa. Ci saremmo rivisti presto, magari per un caffè in galleria col tuo amico Giò Di Tonno, o in una delle tante manifestazioni che organizzavi. L’ultima volta ci siamo visti in autunno, quando un amico comune, grande artista, voleva qualcuno già navigato e conosciuto nell’ambiente che fosse capace di trovargli qualche contatto a livello nazionale. Parlammo, io tu e lui. Poi una breve sosta al bar per non vederci mai più. Qualche tempo dopo arrivò la notizia della tua terribile malattia. Provai a contattarti qualche volta, ma non mi riuscì. Seguivo le manifestazioni di affetto sincero e incondizionato da parte di un mare di gente, le veglie di preghiera e i messaggi affettuosi sulla tua bacheca, il decorso postoperatorio e le domande di sempre.
Stamani la notizia che non avrei mai voluto sentire. Strano il destino. Beffardo. Prima Francesco, poi Giorgio, ora tu. Cinico e baro quel fato che ti toglie dal mondo nel fiore degli anni, con tutto ancora da conquistare. Tu che continuasti, anche se in altro campo, la grande attività di tuo padre Antonio dando lustro a questa terra e orgoglio ai suoi abitanti. Che famiglia, i Russo! Conservo con cura le cravatte che mi regalò tuo padre, il ricordo di quello che fece e che fu e ogni attimo della mia vita passato insieme a te. È stato bello conoscerti ed averti come amico. Ora ti spetta di diritto un posto insieme agli angeli, quelli creativi, quelli buoni. Un posto dal quale continuerai a far divertire chi abita in paradiso. Io continuerò a cercarti, istintivamente, facendo capolino nella casetta degli artisti, o buttando l’occhio al lato destro della strada prima di arrivare in piazza a Roccella. Non ci sarai più fisicamente, ma nel cuore rimarrai sempre.
Aja la bulenca Pe’!

6 risposte a Ciao Peppe

  1. Virginia Danna scrive:

    Che bello questo pezzo Gianluca… Peppe leggendolo avrà sicuramente detto: ‘Aja la bulenca, che cuore che ha questo mio amico!’

  2. gianlucalbanese scrive:

    Grazie di cuore, Virginia

  3. raffaella russo scrive:

    infinitamente grazie Gianluca……

  4. gianlucalbanese scrive:

    E di che, Raffaella? Un fortissimo abbraccio a te e a Francesco. Il ricordo di Peppe e del Maestro resterà sempre vivissimo. Ora ci tocca andare avanti e farci forza. So cosa significa: quasi un anno fa ho perso mia madre. Vi sono vicinissimo

  5. raffaella russo scrive:

    mi dispiace per il lutto che ti ha colpito…ma come dici tu,bisogna andare avanti con tanta forza…ti chiedo scusa ma volevo sapere se hai qualcosa che riguarda Giuseppe,foto,articoli.qualunque cosa,se posso averli in qualche modo per cercare di ricostruire tutto ciò che lo riguarda…grazie ancora per l’articolo…un abbraccio…

  6. simona scrive:

    Aja la bulenca, Già.

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