Odori di un Natale degli anni ’70

Nulla è più evocativo degli odori. Oggi, quello di prosciutto crudo all’interno di un panino preparato da qualche ora e conservato in una borsa calda mi rimanda indietro di parecchi lustri.
24 dicembre, tra le 18 e le 19. Stazione di Siderno. A distanza di 35-40 anni non sono mai riuscito a capire se si trattava di partenze intelligenti o se la scelta era dovuta solo alla mancanza di giorni di ferie per mio padre che ci costringeva a viaggiare per tutta la notte mentre il resto del mondo era impegnato col cenone e la successiva messa. Noi no. Eravamo quasi sempre solo noi in treno e la cena, per forza di cose, era “al sacco”. Due le opzioni: o i panini col prosciutto crudo che una volta aperto l’involucro sprigionava il caratteristico odore, tra il riscaldato alla piastra e il rancido andante, o quelli col Parmigiano che però mia madre, in una rara manifestazione di campanilismo alimentare chiamava comunque “Grana”. Quanti odori in quello scompartimento a sei cuccette. Andava bene quando non c’era nessun altro, ma il caleidoscopio di sensazioni olfattive era secondo solo allo spettacolo delle immagini offerte dal finestrino, compresa quella lunga striscia bianca verniciata sulla parete interna dell’Appennino Tosco-Emiliano, che andava velocissima su e giù, come linea dei grafici sugli assi cartesiani. Quando la vedevamo era l’ora del caffè in quel thermos ingombrante il cui profumo copriva per un po’ tutto, compresa la caratteristica “puzza di treno” delle cuccette con le federe e le lenzuola che all’epoca non erano ancora “usa e getta” e l’odore delle coperte verde bottiglia dal vago sapore militare. La ratio del menu della sera prima era chiara: “Il panino col Grana “asciuga” – diceva mia madre – e non vi viene il mal di treno”. Una considerazione che faceva il paio con la Xamamina somministrata prima di partire. L’incantesimo finiva nell’olezzo del bagno, che allora non si chiamava toilette ma, forse per un retaggio di autarchia linguistica del Ventennio, “ritirata”. La puzza di merda e di piscio era appena mitigata dall’aria della fessura del finestrino e da quella che arrivava da sotto la tazza, ma forte abbastanza da impregnare quella carta igienica grigia e ruvida, con la beffarda scritta “Buon viaggio con le FS”. Niente colazione, soprattutto niente latte, altrimenti si vomita in treno e allora, per ingannare l’attesa dell’arrivo non mi rimaneva che accendere la radiolina a pile per vedere dove erano le “stazioni” nazionali e quelle locali e, guarda caso, capitava spesso che fosse in onda la melensa “Buon Natale” di Paolo Barabani. La rivincita per me e mia sorella sarebbe arrivata col cornetto e il cappuccino del bar della stazione di Bologna, prima e dopo il tragico botto, o negli autogrill fino all’uscita di Parma e quel cartello che aveva un non so che di familiare: “Casalmaggiore 19”, e che indicava la distanza di quella che sarebbe stata, per una decina di giorni, la nostra casa. L’odore di fumo e del cane nella macchina di mio zio, mia nonna che ci aspettava sul ciglio della strada da ore e poi ci accoglieva con fare bonario ma anche rimbrottandoci: “Je chè…g’ho pran brigà” che si potrebbe tradurre con “Siete arrivati, ma quanto sono stata in pensiero”. Le quattro rampe di scale fino a casa sua le facevamo tutte d’un fiato. Altri profumi ci avrebbero dato il senso del benvenuto: ravioli ripieni di zucca e il “furmai” grattugiato fresco. Fuori, nel davanzale a temperatura prossima allo zero, un brick di latte fresco “Padania” – all’epoca era solo un nome commerciale – che si conservava benissimo. E un cielo color grigio chiaro. Dopo di allora non fu più lo stesso Natale. Senza mia nonna, senza i miei genitori. E senza quei treni vecchi e puzzolenti che partivano dalle stazioni vicino casa, ma ci portavano lontano, alimentati dal combustibile e dai nostri sogni.

2 risposte a Odori di un Natale degli anni ’70

  1. Virginia Danna scrive:

    Gli odori sono sempre evocativi. E meno male, altrimenti avremmo perso questo bello spaccato di passato scritto da te magistralmente. Te l’ho detto tante volte ma non fa male ripeterlo: sei proprio una bella penna, Gianluca!😀

  2. Diego scrive:

    un grande, come sempre….

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