La festa dell’estate

agosto 20, 2013

Ebbene sì, lo ammetto. Anch’io, quest’anno, ho partecipato alla mega festa dell’estate. Io che non ero mai andato a un “different”, a un “welcome” e avevo sempre preferito, quando ci sono state le condizioni per farlo, le serate tra amici in spiaggia o le passeggiate romantiche tra i vicoli di qualche borgo antico, mi sono ritrovato nel “carnaio” di migliaia di persone, più o meno fighette, più o meno divertite. Alla fine è stata un’esperienza, che non è detto che non ripeterò, anche se le mie preferenze – a onore del vero – sono altre. Vale la pena, dunque, rivivere quelle tre ore (io e il mio amico non ci siamo trattenuti oltre) attraverso questa cronaca semiseria.

IL PRIMA

Il bello è che, almeno in questa occasione, e almeno per noi, non abbiamo dovuto attendere l’orario “canonico” delle due di notte per fare la fila all’ingresso. Anzi, i più scafati ci hanno detto di arrivare prima possibile, altrimenti non si trova posto per la macchina. Consiglio accettato e, dopo una buona mezzora persa nel traffico della Notte Bianca di Roccella arriviamo a destinazione. La prima cosa che noti è l’organizzazione impeccabile: i parcheggiatori ti conducono nei posti liberi, la fila dei bagni chimici e l’ambulanza per eventuali malori e/o coma etilici. L’abilità degli organizzatori sta proprio in questo: coniugare l’apertura al pubblico e i suoi aspetti tipicamente pratici e commerciali, al carattere esclusivo delle feste private, quelle dei “Vip”. E allora, a mezzanotte e mezza è tutto molto bello, per dirla con Bruno Pizzul.

I PRIMI NOVANTA MINUTI

Entri e nel prato dell’incantevole villa l’affollamento è accettabile. Saluti i tanti conoscenti con un’aria vagamente ammiccante. Più che salutarsi, infatti, è un darsi di gomito, come a dire “Hai visto che anch’io me la godo e sono qui?”. Ci sono i soliti, al solito tavolo e col solito gruppo. E anche qualche insospettabile. Chiacchiere, sorso all’immancabile coktail (per me una birra pagata cinque euro e dalla temperatura superiore a quella del banco frigo di un comune supermercato laddove costa 70 centesimi), saluti e l’atmosfera che diventa magica, con un duo di tutto rispetto e un repertorio in stile Radio Capital: i classici degli anni ’70, ’80, ’90. Sento che se va avanti così posso davvero passare tutta la serata a ballare. Lo dico anche all’organizzatore che, premuroso con tutti, saluta tutti i partecipanti come uno sposo che passa per i tavoli durante il banchetto nuziale. Nel momento in cui intravedo gli altri amici coi quali avevamo concordato di andare la festa è il massimo. Hanno anche il tavolo. Ci danno asilo. Alè.

IL RESTO DELLA NOTTATA

Una bottiglia di spumante per sedici persone. Sì, riempi al massimo il flute di plastica che tieni in mano come un oracolo, ma quando te la portano al tavolo con tanto di secchiello ti vuoi sentire un po’ come un piccolo Briatore, o no? La musica dal vivo è finita alle due in punto. Attacca la dance e la sigla non può essere altro che “We wrap all night to get fun, we wrap all night to get some, we wrap all night to get lucky”. Va bè, è orecchiabile. Tanto che l’inerzia m’induce a ballarla, proprio come quelle delizie dal vivo ascoltate fino a pochi minuti prima. Il simpatico vicino di tavolo si sente a proprio agio. Anche le donne del gruppo, che salgono sugli eleganti sgabelli bassi, all’uopo uniti, e iniziano a ballare. Anche le insospettabili. È il tripudio della piega fatta apposta, del tacco 12, degli spacchi mozzafiato, dei decolleté ovunque. Ed è l’inizio della parabola discendente, almeno per me. Lo spazio è saturo, e muoversi senza sgomitare (ma non in maniera ammiccante) è praticamente impossibile. File agli angoli bar, file interminabili ai bagni. File, ressa, folla. Eppure l’ingresso non era gratuito, anzi. Il disagio cresce e poco prima delle tre e mezza ci guardiamo con Peppe e decidiamo che è l’ora di andare. L’uscita è in un percorso obbligato e non ci sono alternative. Quando lo imbocchiamo capitiamo in un piccolo focolaio di tensione, per fortuna prontamente sedato. Scene da “tenitilu dui c atri n’o ponnu”, insomma. Per fortuna imbocchiamo l’uscita senza conseguenze. Preceduti da un gruppo di insospettabili. The party’s over. For us.

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Dove eravamo rimasti?

agosto 20, 2013

Che poi non è vero che è l’unico modo per apprendere in tempo reale e al di fuori delle fonti ufficiali notizie flash, magari da approfondire se riguardano la tua zona di competenza. Twitter, per esempio, è molto meglio: essenziale, professionale, credibile. Scevro da pettegolezzi, commenti non richiesti e quasi mai pertinenti, foto di piatti appena cucinati, vitelloni in discoteca col coktail in mano e le dita a “V”, pennichelle, albe e tramonti, piedi al mare, coppie innamoratissime che nella vita reale di cornificano o sognano di farlo, “tag”, “condivisioni”, messaggi da sconosciuti. Basta! Ho lasciato Facebook con la stessa determinazione con la quale, da piccolo, gettati il ciucciotto dal balcone o, un anno e mezzo fa, lasciai una mia precedente esperienza editoriale. Senza mai ripensarci o tornare indietro. E comincio a sentirmi meglio, come chi smette di fumare dopo una vita di tre-quattro pacchetti al giorno e ricomincia a respirare bene, non affanna più in salita e sente di più i sapori del cibo. Evidentemente, tornare da Locri al buio in sella alla bicicletta ha portato consiglio. Solo la luce fioca del fanalino, la strada, il traffico e i rumori a distanza di sicurezza e un occhio attento a dove metto i piedi; pardon, le ruote. E, miracolo dei miracoli, torno a scrivere sul caro, vecchio e inutile blog, come Sergio Castellitto nella scena finale di “Caterina va in città”, quando scende in garage e rispolvera quella vecchia moto di quand’era ragazzo e scappa via da una realtà familiare vittima delle ipocrisie di una città che si rivela peggio di come la si immaginava quando si abitava in campagna. Oggi ricomincio, twittante sì, ma anche canterino come sempre, con la voglia di comunicazioni concrete, reali e non virtuali, col desiderio di non banalizzare più i miei pensieri e i miei scritti nel regno virtuale del pettegolezzo e dell’inutile. Se c’è ancora qualcuno che ricorderà questa mia creatura virtuale sarà contento. Altrimenti va bene lo stesso. In twitter sono @GianlucAlbanese. Ma qui, sono semplicemente me stesso.