Il fascino perverso del “toso”

marzo 13, 2012

Lo confesso. Prima di cedere al sonno, anch’io ieri sera ho visto la fiction su Felice Maniero in onda su Sky cinema uno. Probabilmente perché non c’era niente di meglio in onda, e non per particolare stima nei confronti del boss del Brenta, detto anche “faccia d’angelo” – da qui il titolo della fiction – o, più semplicemente, il “toso”, il ragazzo. Aspetto la seconda parte che andrà in onda lunedì prossimo, ma intanto, qualche riflessione si può compiere. La prima sulla fiction. Tecnicamente è ben fatta e diretta, mostra sangue bagnato dalla Laguna e violenza in dialetto veneto, proprio negli anni in cui la mafia siciliana e meridionale in genere era già stata “celebrata” da “Il padrino” a “La piovra”. Ma siccome non vale il detto “mal comune mezzo gaudio”, ed è pure tardi per rammaricarsi del fatto che la mafia indigena del Nordest abbia fatto meno danni in termini d’immagine rispetto a quella meridionale, restano tanti aspetti rischiosi. Sarò moralizzatore quanto volete, ma in genere le fiction dedicate ai delinquenti creano un grande spirito di emulazione: non vidi in Tv “Il capo dei capi”, fiction di Canale 5 dedicata a Totò Riina ma il giorno dopo per strada i bambini ripetevano ossessivamente “Sono il capo dei capi”. E poi certe scene di sesso e seduzione viste ieri sono le stesse viste in centinaia di pellicole e sceneggiati: il fascino perverso del delinquente, che seduce le donne più belle, le “usa” e le scarta a suo piacimento. Elio Germano “Faccia d’angelo”, come Christopher Lambert ne “Il siciliano”. Volete che qualche adolescente meno colto e intelligente non si lasci sedurre da certi modelli che significano soldi, auto di lusso e sesso facile, in una vita fatta di rapine e violenze? Certo, la colpa non è del film, che descrive una situazione reale, ma probabilmente certi aspetti “goderecci” della vita dei criminali avrebbero potuto avere un’enfasi minore nella fiction, o no?

Annunci

Acqua e sapone

marzo 11, 2012

Ci dev’essere una buona ragione per la quale, pur avendo ampia scelta di canali satellitari sul cinema, sale cinematografiche molto più dignitose che in passato e una pila di DVD in stanza da letto, l’altra sera mi sono ritrovato a rivedere, per l’ennesima volta, questo film di trent’anni fa. E il motivo è presto spiegabile: i buoni sentimenti non hanno bisogno di effetti speciali, 3D, HD e megaproduzioni. Nemmeno di nomination all’Oscar. Sono cose autentiche, che generano ricordi che restano dentro ed ogni tanto è bello rivivere.
Io che non apprezzo i film stranieri (specie le megaproduzioni americane) ed ogni tanto mi domando perchè. La risposta, chiara e completa, è giunta proprio dopo aver rivisto il film di Verdone. Nella storia narrata c’è tutto lo spirito verace di un’epoca per certi versi mai passata completamente, quella del precario laureato in cerca di un lavoro stabile, del “bamboccione” – avrebbe detto qualcuno, qualche lustro dopo – che per una serie di circostanze un po’ forzate, si ritrova a fare da insegnante privato a una giovanissima modella solo all’apparenza acerba. Quanto vissuto quotidiano in quei fotogrammi eterni: il vicino di casa coatto interpretato da un giovanissimo Fabrizio Bracconieri, l’indimenticabile sora Lella, la nonna che faceva la finta tonta, quando aveva capito che c’era del tenero tra il nipote e la “bambina”, l’austero padre “Spinetti” (quello vero) e la severissima madre di Sandy (Florinda Blokan), una parvenu che sfruttava l’immagine pubblica di una ragazzina divenuta una macchina da soldi. E soprattutto lui, Carlo Verdone che oggi, sessantenne, ha mantenuto parecchio di quello spirito da ragazzotto semplice e capace di interpretare al meglio i suoi tempi, con la sua solita faccia aperta ai dubbi, e l’impossibilità assoluta di sembrare quello che non è.
E allora ho capito perchè preferisco i film italiani, anche quelli datati, alle ultime produzioni a stelle e strisce che fanno incetta di statuette: ci ritrovo il mio mondo, gli accenti dei protagonisti, storie che puoi toccare con mano, anche oggetti che non sono più di uso comune: alzi la mano, tra i ventenni di oggi, chi sa cosa sia il telefono “in duplex” o quello a gettoni. No, non lo sanno. E non se lo chiedono nemmeno quando al cinema inforcano gli occhiali per il 3D.


Siamo tutti Checco Zalone

aprile 18, 2011

Non avevo visto il film “Cado dalle nubi” fino a un paio d’ore fa. L’ho appena visto in Tv e l’ho trovato molto divertente, intelligente e autoironico. E soprattutto molto romantico, come sappiamo esserlo solo noi che veniamo dalla provincia, dal Sud. Coi nostri sogni racchiusi dentro una valigia di cartone, coi nostri treni e i nostri sapori che adoriamo e vogliamo condividere col prossimo. E il protagonista era proprio questo: un provinciale partito dalla Puglia alla volta di Milano con una chitarra a tracolla e il sogno di diventare famoso. L’incontro col cugino gay,le esibizioni nei covi leghisti, la ragazza carina invaghita del professore e poi divenuta sua moglie, l’epilogo felice tra i trulli e il mare. Checco Zalone ha la freschezza della commedia all’italiana dei vari Verdone, Pieraccioni, Montesano, e l’intelligenza dei film di Virzì. Perché la comicità pugliese non è solo quella delle pellicole “di cassetta” del primo Lino Banfi. Da vedere. Un paio d’ore di serenità sono garantite 😀


La grazia, o il tedio a morte del vivere in provincia

maggio 28, 2010

“Basilicata coast to coast” di e con Rocco Papaleo, è uno di quei film che dopo averlo visto ti rende ancora più orgoglioso di essere un provinciale del Sud. Di essere, insomma, più fantasioso, idealista e romantico, di chi viene dalle grandi città del Nord e vive all’insegna del “grano” e non degli ideali, dei sogni. Chi abita da queste parti sa che deve moltiplicare gli sforzi per lasciare un segno della propria creatività, rispetto a chi frequenta certi ambienti. Rocco Papaleo ce l’ha fatta. Lo ricordo dai tempi della serie Tv “Classe di ferro” quando interpretava il soldato di leva lucano, credulone e romantico, ma senza baffi da uomo. Lo rivedo dopo più di vent’anni sempre uguale, con la sua canzone “Basilicata on my mind” riarrangiata in chiave jazz, e che fa la sua figura in mezzo a una colonna sonora di tutto rispetto, con le musiche di Rita Marcotulli. Grandioso il montaggio, bravissimi gli attori. Il binomio tra viaggio e “la grazia o il tedio a morte, del vivere in provincia” è l’architrave della storia, che poi si rivela un grande gesto d’amore verso la sua regione. Da non perdere. Alla faccia delle megaproduzioni americane che non ti lasciano nulla, perchè le emozioni che ti danno film come “Basilicata coast to coast” non hanno bisogno del 3D.

P.S.: a chi ha meno memoria televisiva di me, dedico questa clip tratta proprio da “Classe di ferro”, durante la quale un giovanissimo Rocco esegue la versione originale di “Basilicata on my mind” 😀


Un film da non perdere

ottobre 19, 2009

So di non essere molto originale quando lo dico, ma “Baarìa” di Tornatore è un autentico capolavoro. L’ho visto ieri sera dopo una giornata convulsa e “no stop” e ne è valsa la pena. E’ una di quelle pellicole che riesce a emozionarti, a farti pensare e a commuoverti, lasciandoti però un grande senso di serenità interiore. C’è quasi un secolo di storia. Quella storia che passa anche da un paesino della Sicilia che nel corso dei decenni diviene un paesone, magari a seguito di uno sviluppo edilizio non sempre disciplinato nel migliore dei modi. Ho rivisto i racconti dei miei nonni del fascismo e della guerra; di quando «erano sfollati», l’entusiasmo del dopoguerra, l’iscrizione al Pci e le manifestazioni dopo la strage di Portella della Ginestra. Il bambino che diventa uomo, che s’innamora di una ragazza dagli occhi verdi e degli ideali del Pci. Che si divide tra famiglia e vita di partito. Che torna dalla Russia deluso, ma rimane impegnato politicamente e diventa riformista. La storia fa da sfondo alla vicenda umana di Peppino, il protagonista del film, sfiora la sua vita privata senza invaderla più di tanto. E l’esistenza scorre, sempre con quel “brutto carattere” che trasmetterà al figlio maggiore. Il finale è tenerissimo e sorprendente. Dico solo che le due ore e mezza del film sono spese benissimo. E che, come dicevo a Mimmo ripercorrendo a piedi un corso deserto e “deforisizzato”, solo il cinema italiano d’autore riesce a emozionarmi così. Un film come “Baarìa”, gli americani non lo faranno mai! 😉


La fabbrica dei tedeschi

agosto 1, 2009

GIOIOSA JONICA Quella sera timbrarono il cartellino all’ingresso in fabbrica. Come sempre. Era la routine dei turni di lavoro, quelli che non tengono conto dei ritmi sonno-veglia e comportano sacrifici per sé stessi e per i propri familiari. Sette di loro, però, non timbrarono mai l’uscita. Perchè un incendio, uno dei tanti, stroncò le loro vite, i loro sogni, la loro quotidianità grigia come il cielo di Torino. Stiamo parlando del rogo dell’acciaieria Thyssen Krupp del dicembre 2007, la Marcinelle del XXI secolo, magistralmente rappresentato nel film “La fabbrica dei tedeschi”, proiettato martedì sera nell’arena di palazzo Amaduri, alla presenza del regista Mimmo Calopresti, dell’operaio della Thyssen Carlo Marrapodi, nel quadro della rassegna promossa dall’assessorato alla Cultura della Provincia di Reggio Calabria e dal circolo del cinema “Cesare Zavattini” e con la collaborazione della locale amministrazione comunale, rappresentata dall’assessore al ramo Elio Napoli. Sette morti in nome della logica perversa del profitto a tutti i costi, quella che passa sopra al rispetto delle norme di sicurezza e che spezza le catene di vite fatte di alienazione, turni massacranti, sacrifici per qualche euro in più, sogni di un futuro migliore. «Sognavamo un domani diverso, fantasticavamo spesso tra il buio e il fumo della fabbrica, ma poi iniziava il turno». Queste le parole di Carlo Marrapodi da Pazzano, uno dei superstiti della strage. E la forza del lavoro di Calopresti, votato all’impegno sociale, sta proprio lì, quando riesce a entrare nella vita delle vittime e dei loro congiunti, nel loro carattere descritto da chi tutti i giorni deve fare i conti col vuoto della loro assenza. Un film vero, che fissa una pagina drammatica della storia recente d’Italia che altrimenti rischia di cadere nell’oblio quando cessa di essere cronaca o che, peggio ancora, si riduce ad aggiungere qualche numero nelle statistiche sulle “morti bianche”. Quella notte in fabbrica, gli estintori erano vuoti e gli idranti fuori uso. Non si riuscì proprio a spegnere il fuoco. Oggi, film come “La fabbrica dei tedeschi” sono un monito severissimo, anche e soprattutto nei confronti di quella vulgata che parla di «esigenza di flessibilità nel rapporto di lavoro». Espressioni apparentemente neutre: “flessibilità”, “risanamento dei conti”, e “approccio moderno al lavoro salariato” vengono usate e abusate nei convegni degli economisti. Quella notte a Torino presero corpo tra il fuoco e un flessibile rotto che spruzzò olio infiammabile. Restano il dolore e la rabbia, espressi con l’accento calabrese dei familiari delle vittime.
GIANLUCA ALBANESE
g.albanese@calabriaora.it


Cessarè

luglio 28, 2009

Rocco Gatto

GIOIOSA JONICA Un viaggio lungo quelle strade di campagna che conducono a Cessarè, la contrada di Gioiosa Jonica laddove crebbe la ‘ndrangheta rurale che iniziò la sua ascesa criminale praticando il pascolo abusivo, strade in cui fu ucciso il mugnaio comunista Rocco Gatto, uno che si ribellò alla ‘ndrangheta denunciando con nomi e cognomi chi già da allora opprimeva la gente per bene; ma anche un excursus degli anni ’70 nella Locride dei giovani, quella che si ribellava, che lottava per uscire dall’isolamento, quella che cominciava a combattere la mafia, ma chiedeva anche pane e lavoro, scuole e infrastrutture. Il documentario “Cessarè” della giovane regista Rina Amato, romana di adozione ma gioiosana di origine, è stato presentato in anteprima nazionale domenica sera nell’arena di palazzo Amaduri, nel cuore del centro storico di Gioiosa Jonica. Nelle due ore circa del lungometraggio si ripercorrono luoghi, fatti e frammenti di storia contemporanea, vissuti attraverso i racconti dei protagonisti dell’epoca: Ciccio, il fratello di Rocco Gatto, il sindaco Modafferi, scomparso da pochi mesi, don Natale Bianchi, il sacerdote di sinistra sospeso a divinis dal vescovo e che attraverso la militanza politica coinvolse i giovani nella lotta, creando lavoro per le donne grazie alle sue cooperative, e i tanti ragazzi di Africo Nuovo, Caulonia, Siderno, Bivongi, oggi cinquantenni, che rivendicano i risultati di quegli anni di passione e militanza, di protesta e socialità. Sotto il cielo stellato di domenica, chi quegli anni li ha vissuti, ha ricordato volti e momenti; chi invece all’epoca non c’era, ha avuto la possibilità di conoscere meglio la storia della Locride di trent’anni fa. Una storia di battaglie per una strada o una stazione e contro lo strapotere della ‘ndrangheta che impose la chiusura del mercato domenicale dopo la morte di un boss. In mezzo, come dicevamo, le strade in cui Rocco Gatto consegnava il grano ai clienti. In sottofondo, il ticchettìo costante di uno dei suoi amati orologi, quelli che riparava per passione. Alla fine del documentario, molti intellettuali calabresi di primo piano formulano le loro proposte per combattere la mafia. Ci piace pensare che il ticchettio di uno degli orologi di Gatto si trasformi nell’eterno battito di un cuore: il cuore di chi non ha dimenticato e che pompa il sangue di chi è retto da un anelito di giustizia e legalità che ispira ogni azione della vita quotidiana di ogni calabrese per bene.

GIANLUCA ALBANESE
g.albanese@calabriaora.it