Odori di un Natale degli anni ’70

gennaio 7, 2013

Nulla è più evocativo degli odori. Oggi, quello di prosciutto crudo all’interno di un panino preparato da qualche ora e conservato in una borsa calda mi rimanda indietro di parecchi lustri.
24 dicembre, tra le 18 e le 19. Stazione di Siderno. A distanza di 35-40 anni non sono mai riuscito a capire se si trattava di partenze intelligenti o se la scelta era dovuta solo alla mancanza di giorni di ferie per mio padre che ci costringeva a viaggiare per tutta la notte mentre il resto del mondo era impegnato col cenone e la successiva messa. Noi no. Eravamo quasi sempre solo noi in treno e la cena, per forza di cose, era “al sacco”. Due le opzioni: o i panini col prosciutto crudo che una volta aperto l’involucro sprigionava il caratteristico odore, tra il riscaldato alla piastra e il rancido andante, o quelli col Parmigiano che però mia madre, in una rara manifestazione di campanilismo alimentare chiamava comunque “Grana”. Quanti odori in quello scompartimento a sei cuccette. Andava bene quando non c’era nessun altro, ma il caleidoscopio di sensazioni olfattive era secondo solo allo spettacolo delle immagini offerte dal finestrino, compresa quella lunga striscia bianca verniciata sulla parete interna dell’Appennino Tosco-Emiliano, che andava velocissima su e giù, come linea dei grafici sugli assi cartesiani. Quando la vedevamo era l’ora del caffè in quel thermos ingombrante il cui profumo copriva per un po’ tutto, compresa la caratteristica “puzza di treno” delle cuccette con le federe e le lenzuola che all’epoca non erano ancora “usa e getta” e l’odore delle coperte verde bottiglia dal vago sapore militare. La ratio del menu della sera prima era chiara: “Il panino col Grana “asciuga” – diceva mia madre – e non vi viene il mal di treno”. Una considerazione che faceva il paio con la Xamamina somministrata prima di partire. L’incantesimo finiva nell’olezzo del bagno, che allora non si chiamava toilette ma, forse per un retaggio di autarchia linguistica del Ventennio, “ritirata”. La puzza di merda e di piscio era appena mitigata dall’aria della fessura del finestrino e da quella che arrivava da sotto la tazza, ma forte abbastanza da impregnare quella carta igienica grigia e ruvida, con la beffarda scritta “Buon viaggio con le FS”. Niente colazione, soprattutto niente latte, altrimenti si vomita in treno e allora, per ingannare l’attesa dell’arrivo non mi rimaneva che accendere la radiolina a pile per vedere dove erano le “stazioni” nazionali e quelle locali e, guarda caso, capitava spesso che fosse in onda la melensa “Buon Natale” di Paolo Barabani. La rivincita per me e mia sorella sarebbe arrivata col cornetto e il cappuccino del bar della stazione di Bologna, prima e dopo il tragico botto, o negli autogrill fino all’uscita di Parma e quel cartello che aveva un non so che di familiare: “Casalmaggiore 19”, e che indicava la distanza di quella che sarebbe stata, per una decina di giorni, la nostra casa. L’odore di fumo e del cane nella macchina di mio zio, mia nonna che ci aspettava sul ciglio della strada da ore e poi ci accoglieva con fare bonario ma anche rimbrottandoci: “Je chè…g’ho pran brigà” che si potrebbe tradurre con “Siete arrivati, ma quanto sono stata in pensiero”. Le quattro rampe di scale fino a casa sua le facevamo tutte d’un fiato. Altri profumi ci avrebbero dato il senso del benvenuto: ravioli ripieni di zucca e il “furmai” grattugiato fresco. Fuori, nel davanzale a temperatura prossima allo zero, un brick di latte fresco “Padania” – all’epoca era solo un nome commerciale – che si conservava benissimo. E un cielo color grigio chiaro. Dopo di allora non fu più lo stesso Natale. Senza mia nonna, senza i miei genitori. E senza quei treni vecchi e puzzolenti che partivano dalle stazioni vicino casa, ma ci portavano lontano, alimentati dal combustibile e dai nostri sogni.


‘A vintimila

novembre 30, 2012

presentazioneLenteLocale

Nel gergo degli elettricisti nostrani “‘a vintimila” simboleggia l’alta tensione, quella dei tralicci pericolosi, che se prendi la scossa ci rimani secco. Per noi è un numero bellissimo. Un mese esatto fa, verso quest’ora, iniziavamo ad essere on line. Iniziavamo le nostre “trasmissioni”. E proprio oggi abbiamo superato i ventimila visitatori in un mese. Pare che sia un buon numero per una testata giornalistica che per scelta editoriale ha deciso di occuparsi esclusivamente delle cose del proprio comprensorio, della propria terra, scartando tutto quello che non la riguarda. Ho sempre creduto in questo progetto, in quest’idea e in questo gruppo, ma non mi sarei mai aspettato che in appena un mese avremmo conquistato questa centralità nel panorama dell’informazione locridea. Non lo immaginavamo perché da sempre preferiamo pensare a servire i nostri lettori, i nostri veri “padroni”, noi che associandoci abbiamo scelto di non avere padroni, cercando di garantire loro un’offerta informativa tale da “cliccarci” almeno una volta al giorno. E allora, senza mai perdere la bussola, senza smarrire la nostra missione originaria, oggi pensiamo a noi, a questo mese che è appena trascorso, ai lunghi mesi di preparazione e all’entusiasmo del primo giorno che non ci ha mai abbandonato, semmai è cresciuto. Non so voi, ma sento che è come se ci fossimo sempre stati, come se questo piccolo traliccio piantato un mese fa fosse parte del panorama di questa terra da una vita. Buon segno. In questo mese la tastiera del computerino bianco ne ha subiti di “colpi” dai polpastrelli delle dieci dita. Dietro il dorso con l’adesivo della nostra testata piazzato sopra la mela luminosa è passato di tutto. Approfondimenti politici, notizie di cronaca, eventi sportivi, culturali e di costume. Tutto subito, tutto in tempo reale, tutto libero. Senza filtri, senza la paura di toccare i fili scoperti, nemmeno con quei pochi corsivi caustici che qualche orticaria l’avranno pure suscitata. Siamo solo all’inizio, siamo in una fase ancora embrionale, ma siamo già contenti di quello che stiamo facendo. Ma la cosa che mi rende più orgoglioso di tutte è questo gruppo, questi sei compagni di viaggio che non cambierei con nessun altro al mondo. Questo settebello che è quasi completamente un setterosa fatto di grandi persone ancor prima che di bravi mestieranti. Perché non c’è capacità professionale che possa passare sopra alle qualità personali di ognuno di loro. Noi che ci siamo scelti senza alcun condizionamento, noi che ci sentiamo tutti i giorni, noi che non abbiamo bisogno di alcun tipo di sollecitazione per dare ogni giorno il massimo, sappiamo che siamo solo all’inizio. Ma la partenza è buona, e chi ben comincia è a metà dell’opera. Siamo solo noi. Noi, l’embrione che sta crescendo. Un mese fa quasi non ci credevamo, oggi ci siamo per fare quello che vogliamo e amiamo fare. Perché nessun attestato o patetino potrà mai certificare la gioia di essere gruppo, di essere noi. Alè


Quarantadue

ottobre 9, 2012

Che alba stamattina sullo Jonio! Splendida scenografia naturale per ricordarmi che non servono torte o pasticcini, spumante o champagne per festeggiare un compleanno. 42, numero anonimo, buono solo per la smorfia e chi ne conosce il significato. Numero che aumenta lo spread tra l’età anagrafica e quella percepita, perché non è necessario avere Scapagnini come medico per sentire inalterato l’entusiasmo per ciò che ti stimola e ti fa sentire vivo, l’indignazione di chi non riesce ad assuefarsi a tutto quello che non va; la voglia di rimettersi in gioco, di lasciare il certo per l’incerto, di non adeguarsi mai, di non optare mai la soluzione di comodo, di scegliere in base alla convenienza solo tra i banchi del supermercato. E allora il bello è rigenerarsi, riuscendo nell’alchimia di chi usa l’esperienza come lubrificante di un meccanismo complesso e alimentato dal carburante dell’entusiasmo. Si riparte da qui. Ad majora!


Un elettore scomodo; e pure un po’ menagramo…

febbraio 24, 2011

«Lo sai che ho sempre apprezzato la tua correttezza sul lavoro, nonostante le tue idee politiche». E’ la frase che mi viene spesso rivolta dai miei interlocutori politicanti (nella veste di fonti, ovviamente…) E quel «nonostante le tue idee politiche» mi fa pensare quanto sia difficile dire quello che si pensa in un ambiente in cui molti fanno finta di fare i super partes e poi, sottobanco, fanno come quella Monica nella stanza ovale. Ma oggi non voglio essere polemico, anzi, voglio prendermi un po’ in giro. E allora l’ozio di questi giorni mi ha fatto ricordare che forse non ho mai votato per due volte di fila lo stesso simbolo partitico. Anzi, ne sono quasi certo. Ovviamente, non e’ solo colpa mia, nel senso che i partiti ci hanno messo del loro: o hanno cambiato nome e simbolo, o mi hanno deluso. E cosi’ posso dire con fierezza di non aver mai votato per Lega e Forza Italia o per quelli che componevano il pentapartito. Gli altri, invece, li ho “girati” quasi tutti. Alle Comunali del 1989 votai (e fu l’unica volta) Pci; dopo qualche settimana cadde il Muro di Berlino e si porto’ via i vecchi partiti. Alle prime politiche, poi, votai Democrazia Proletaria: avevo il mito di Capanna sin dalla scuola superiore. In altre occasioni, votai Rifondazione, Pds, Verdi, La Rete fino ad arrivare, a fine anni ’90-inizio anni 2000 ad una crisi di rigetto della sinistra che mi fece votare una volta a testa per Democrazia Europea, Radicali, Patto Segni (alle europee del 1999 persino quando fu accoppiato con An sotto il simbolo dell’Elefantino) e una volta votai il mio pittoresco concittadino Carbonella (Fiamma Tricolore) che rischio’ di diventare senatore. Per fortuna, fu una parentesi brevissima. Tornai a votare Ds, poi Rifondazione, quindi ancora Verdi, Pdci, Sinistra Arcobaleno, Idv e persino Pd. Si votasse oggi sceglierei Sinistra Ecologia e Liberta’. Questo breve excursus testimonia come io non sia un “Cipputi” che esprime il proprio consenso elettorale “a prescindere”, ma, pur essendo di Sinistra, chi vuole il mio voto se lo deve conquistare, anche perche’ di una sola cosa posso vantarmi: ho sempre votato e mai una scheda bianca o nulla. Ma se i miei partiti di riferimento sbagliano le candidature, io voto altrove e i soli simboli, oramai, non m’incantano più.


La “prima” di Avamposto

giugno 15, 2010

Il clima era quello tipico del primo sabato al mare. Cionostante, la sala principale di palazzo Nieddu era quasi piena alla prima presentazione di Avamposto. C’erano i due autori, Mario, Doris Lo Moro e tanti colleghi e bella gente. L’unico rammarico, da parte mia, è il solito: non avere avuto tempo. Il tempo di rimanere a cena con loro, soprattutto. Spero che questo libro abbia la fortuna che meritano Roberta e Roberto. IN bocca al lupo!


Finiremo come la Grecia?

maggio 5, 2010

La foto dello striscione sul Partenone è l’emblema di questi giorni di protesta in tutta la Grecia contro il piano di rientro (leggasi lacrime e sangue) imposto dall’Ue per evitare altre e ben più gravi catastrofi finanziarie. Anche su quanto sta accadendo oltre lo Jonio, io e il mio amico di destra abbiamo pensieri diversi: lui, stamani, mi ha detto: “lo sai che adesso con trecento euro ti fai una settimana a Mikonos come un re?”. Io, invece, penso agli statali che non avranno più tredicesima e quattordicesima e ai dipendenti privati che potranno essere licenziati più facilmente. Penso alla perdita del potere d’acquisto di salari e stipendi. E penso che da più parti si dice che la nostra Italia, che il premier e la sua claque definiscono in uscita dalla crisi, potrebbe fare la stessa fine della Grecia. La ricetta è sempre quella: colpire le fasce più deboli, i lavoratori, i pensionati e togliere ogni speranza ai disoccupati. Gli speculatori che hanno causato il crack avranno tempo e modo di riciclarsi e di mantenersi a galla. Chi ha sempre lavorato e fatto il suo dovere, invece, pagherà le spese. Anche e soprattutto per gli speculatori. E’ il capitalismo che lo impone.

P.S.: è giusto ricordare che io al mio amico di destra voglio molto bene, anche se siamo agli antipodi dal punto di vista ideologico 🙂


E’ finita “a schifìu”

maggio 26, 2009

lombardo

Mi riferisco all’esperienza della prima giunta regionale siciliana di centrodestra a guida Raffaele Lombardo, lìder maximo dell’Mpa. Le ragioni sono di natura politica, certo, ma la “rottura”, seppur momentanea e in attesa di chiarimento, col Pdl è già una notizia. Non sono mancate le reazioni anche qui. Anzi, la reazione. Già, perchè stamani uno dei colonnelli del Pd locale commentava compiaciuto questa cosa e già fantasticava di alleanze allargate con Mpa e Udc. Contento lui… Io, intanto, rimango in attesa di vedere e/o sentire qualche esponente cittadino del Movimento per l’Autonomia. A Siderno tutti quelli dell’Mpa provengono dal centrodestra, ma nelle scorse settimane hanno mantenuto un atteggiamento ondivago riguardo i rapporti col Pdl, oscillando tra la fedeltà assoluta a padron Silvio e moti di indipendenza anche politica, ipotizzando alleanze locali anche col centrosinistra (quello che è più centro che sinistra, per intenderci). Io, fossi in loro, farei una grande coalizione tra Pdl-Pd-Mpa-Udc-Alleanza di Centro-La Destra-Pensionati-Caccia Pesca e Ambiente-Partito Sardo d’Azione e, già che ci siamo, anche col Partito Popolare per Martone del dottor Giorgio Calvi, così si garantisce la stabilità e non se ne parla più. Che ne dite? 😉