E’ sempre un grande

febbraio 8, 2010

Ecco i filmati dell’intervista al magistrato antimafia Nicola Gratteri a “Che tempo che fa” di ieri sera. Per chiarezza espositiva e efficacia nell’azione giudiziaria, Nicola Gratteri da Gerace è veramente unico. Un grande, insomma.


L’attualità di un nostalgico flashback

febbraio 6, 2010

Il sito di www.libero.it oggi propone le foto di un’attrice che negli anni ‘80 sconvolgeva l’equilibrio ormonale di noi ragazzini dell’epoca. Si tratta di Caterine Bach, meglio nota come la Daisy Duke del telefilm Hazzard, ambientato nel cuore dell’America più tamarra, tra la fattoria di zio Jessie, e i cugini Bo & Luke, sempre pronti a fare impazzire il “boss” Hogg e lo sceriffo Rosco P. Coltrane. «Sciocca adolescenza, falsa e stupida innocenza, continenza, vuoto mito americano, di terza mano…». Daisy, però, faceva un figurone con i suoi hot pants, e rivederla ora, quasi sessantenne, mi fa sentire come il mio quasi sosia Max Pezzali ne “La regina del Celebrità”. Ma questi percorsi della nostalgia sono pericolosi, perché ti portano in strade tortuose, fatte di colori, posti, odori, sensazioni che non mi appartengono più. Un po’ come le canzoncine pop ascoltate nelle radio locali. Una che andava forte, all’epoca di Hazzard era quella che mi è venuta in mente, pensando al valzer delle primarie nel Pd calabrese. Un gioco snervante, che ieri ha subito l’ennesimo rinvio: si faranno, ma domenica prossima, 14 febbraio, il giorno di San Valentino. Ripercorriamo, sinteticamente, le tappe fondamentali della saga delle primarie del Pd:

AUTUNNO 2009: le facciamo con legge regionale, perchè noi siamo una Regione all’avanguardia e i nostri cittadini devono poter scegliere i candidati alla presidenza.

AUTUNNO 2009/2: no, con legge regionale no. Costano troppo e non è giusto che paghino i cittadini. Paga il Pd. Anzi, pagano i suoi militanti e simpatizzanti che dovranno lavorare gratis. Tiè

AUTUNNO 2009/3: le primarie si fanno, ma le facciamo di tutta la coalizione, così anche quei rompiballe della sinistra candideranno uno dei loro, e siccome fanno tutti gli operaisti, ma poi si trovano bene solo con gente altolocata, candideranno un professore universitario. Così è stato.

FINE AUTUNNO 2009: la sinistra ritira il proprio candidato. Le primarie le fanno solo quelli del Pd.

GENNAIO 2010: le primarie si fanno con tre candidati, visto che la Lomoro si è ritirata e il popolo democrat, per la verità, le preferisce ancora Daisy Duke. I candidati sono l’uscente Agazio Loiero «votate per me perchè ho fatto bene e rappresento la continuità»; Peppe Bova «votate per me perchè solo io ho capito che dobbiamo allearci con l’Udc, altrimenti non andiamo da nessuna parte»; Bruno Censore «volevo partecipare» (come quello dei Trettrè ai tempi di Drive in, a proposito di programmi Tv degli anni ‘80)

GENNAIO 2010/2: dopo un inizio di campagna elettorale, arriva la fumata bianca. Le primarie non si fanno, l’Udc viene con noi e vinciamo un’altra volta. Notizia accolta con manifestazioni di giubilo da parte dei dirigenti, militanti e peones, che cantano e ballano per strada come gli hare krishna.

GENNAIO 2010/3: «quei democristiani di m…. ci hanno buggerato e se ne sono andati con la destra. Ma le primarie non le facciamo, perchè ora siamo costretti ad allearci coi dipietristi».

FEBBRAIO 2010: a giorni alterni si sfoglia la margherita: primarie sì, primarie no. «Forse sì, forse no» come la canzone di Pupo degli anni ‘80. Poi, visto che con Callipo non si quaglia perchè non ha capito che deve togliersi dai piedi, ed è venuta meno anche l’ultima spiaggia, ovvero la candidatura del presidente di Confindustria Calabria De Rose; non rimane che optare per il sì: si fanno il 7 febbraio

FEBBRAIO 2010/2: no, il sette è troppo presto. Meglio una data che dia il senso della nostra credibilità politica. San Valentino? Macchè! La domenica di Carnevale.

A QUESTO PUNTO, E’ LECITO CHIEDERSI SE ‘STE PRIMARIE SI FARANNO O NO DOMENICA PROSSIMA. E ALLORA, GIRO LA DOMANDA A UN ESPERTO DI DUBBI AMLETICI. ENZO GHINAZZI, IN ARTE “PUPO”: SI FARANNO?


Un gran libro da leggere

febbraio 6, 2010

Mafia export di Francesco Forgione è una guida indispensabile per chi scrive, studia o, più semplicemente, è interessato a conoscere la diffusione dei fenomeni criminali “made in Italy” nel mondo. Ho già espresso il mio parere personale su Forgione in un precedente post. Ora, parlo del libro, che in maniera molto esaustiva e ordinata descrive, con tanto di cartine geografiche, la mappa della presenza mafiosa in tutto il mondo. Ma non solo. Racconta storie di “casati” di ‘ndrangheta e mafia che s’intersecano col contesto socioeconomico di un determinato periodo; parla di ascese, discese, affari miliardari e tradimenti di boss e picciotti; non disdegna una comparazione tra i vari sistemi giuridici, la stragrande maggioranza dei quali non contemplano il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, e quindi spesso non si può incriminare chi delinque o, qualora si riuscisse a farlo, verrebbe sottoposto a un regime carcerario molto “soft”, che in Spagna, addirittura, evoca quella canzoncina che recitava «Mi dinnu ca lu carceri è galera, ma a mmia mi pari ‘na villeggiatura». Mafia export parla di boss arrestati mentre giocavano a tennis, di ministri compiacenti che diventano ambasciatori per sfuggire alla furia dell’opinione pubblica australiana, di lussuosi studi legali di Amsterdam dove si decidono i grandi affari del narcotraffico. Il tutto, con la precisa indicazione delle zone d’influenza delle cosche nel mondo. Volete degli esempi? Siderno-Toronto; Marina di Gioiosa Jonica-New York; San Luca-Germania; Platì-Australia, e così via. Quasi ogni paese, da queste parti, ha saputo estendere la propria presenza criminale altrove. Ed è giusto saperlo. Forgione lo spiega bene, sulla scorta di sentenze, inchieste e materiale investigativo importante. Da non perdere.


Capitani d’industria

febbraio 5, 2010

L’espressione, molto enfatica, viene usata per i manager che sono al timone dei grandi gruppi imprenditoriali. E’ gente molto ammirata e riverita, che occupa le copertine dei magazine; che “fa tendenza”. Uno di questi è Sergio Marchionne, alla guida del gruppo Fiat. Praticamente un genio. Uno che non arretra di un millimetro quando si parla di chiudere il prossimo anno lo stabilimento di Termini Imerese, tra i principali centri produttivi di un gruppo industriale che da decenni viene ampiamente aiutato dai governi di ogni colore politico, checché ne dica il suo degno compare Montezemolo. In pratica, quelli come Marchionne, sono bravissimi ad attrarre capitali pubblici per tenere in vita le aziende e a licenziare i dipendenti, considerati esclusivamente “costo del lavoro”. Oggi, è uscita un’altra grande notizia: la metà dei dipendenti di Termini Imerese avrebbe i requisiti per essere mandata in mobilità in maniera tale da potersi “agganciare” alla pensione. Che tradotto in soldoni significa che la gente viene scaricata dalla Fiat, tenuta ad un livello di sopravvivenza con l’indennità di mobilità (erogata dallo Stato) quel tanto che basta per poter andare in pensione, a carico dell’Inps ovviamente. Una soluzione geniale, davvero. Solo la mente superiore di un capitano d’industria avrebbe potuto escogitarla. Quasi come la costosissima linea di abbigliamento Fiat e il restyling del marchio curato da quell’altro genio di Lapo Elkann, che avrebbe dovuto risollevare le sorti del gruppo. Sono queste le figure principali del capitalismo italiano, che si riempie la bocca di concetti come liberismo ed economia di mercato e poi è capace solo di succhiare alla mammella dello Stato.


Sfogliando la margherita

febbraio 4, 2010

Lo so, in questi giorni non sono proprio prolifico dal punto di vista della scrittura su questo inutile blog, ma visto l’esito poco confortante dell’ecografia di martedì scorso, dal quale è emersa la rottura parziale del muscolo quadricipite e la persistenza di un ematoma che non vuole andare via, l’umore non è proprio alle stelle. Leggo, in questi giorni. Divoro un sacco di libri. L’ultimo l’ho fatto fuori in 36 ore, e ne valeva la pena. Si tratta di “Mara, Renato ed io”, un bestseller della Mondadori, scritto da Pier Vittorio Buffa e Franco Giustolisi, che hanno raccolto, con pazienza certosina, le testimonianze della stagione delle Br, rese da uno dei suoi fondatori, Alberto Franceschini. La lettura del libro ti prende, ti porta in un’epoca passata, durante la quale è stato versato molto sangue, anche se le ragioni dei primi brigatisti, affondavano le loro radici in una critica permanente alla perdita di rappresentatività del vecchio Pci, al punto tale che Franceschini, Curcio, la Cagol e Moretti si sentivano gli eredi legittimi dei partigiani, dai quali traevano insegnamenti ed armi. Prima che i soliti idioti mi facciano passare per simpatizzante delle Br, ricordo a tutti che Alberto Franceschini si è dissociato dal 1987, riconoscendo il fallimento dell’esperienza della lotta armata, quindi non è un testo la cui lettura costituisce apologia di terrorismo; anzi, ne mette a nudo le contraddizioni, le debolezze, le sconfitte; ma anche gli ideali di figli di operai e contadini che entravano nelle fabbriche, anzi, nei cessi delle fabbriche, per tastare il polso agli operai delle metropoli industrializzate e progettare azioni militari. “Mara, Renato e io” è un tuffo all’indietro di qualche lustro, che fa capire tante cose e conoscere la realtà vissuta nel carcere “speciale” (leggasi “inferno”) dell’Asinara dai brigatisti e anche – seppur in maniera superficiale – le “prigioni del popolo” laddove erano rinchiusi i sequestrati. Una storia da conoscere, capire e guardare senza pregiudizi o soverchie simpatie. Ma da conoscere.

Ora, invece, sto leggendo “Mafia export” di Francesco Forgione, e sono orgoglioso di essere stato uno dei suoi 175 elettori sidernesi, quando si ricandidò al Senato alle elezioni politiche del 2008. Venne anche a Siderno, da presidente uscente della Commissione Antimafia, riuscendo anche a scaldare i cuori di molti che all’antimafia vera credono, anche se poi, per “disciplina di partito” votarono il candidato del Pd Luigi De Sena. La relazione della commissione antimafia presieduta da Forgione è stata la più completa, esaustiva e approfondita di sempre. Ma lui non è stato eletto, a differenza dei suoi concorrenti De Sena e Palma. Stranezze italiane. Anzi, calabresi.

Infine, tra una lettura e l’altra, sfoglio la margherita: mi dovrò operare o no? Lo scopriremo solo vivendo.


Un bel libro da leggere (febbraio 2010)

febbraio 1, 2010

“La questione immorale” dell’ex magistrato Bruno Tinti, edito da Chiarelettere (la casa editrice numero uno in Italia nella saggistica) è un saggio molto utile a capire come certa politica le stia studiando – e ahinoi, facendo – tutte per controllare la magistratura, raccontandoci un sacco di balle, specie per quanto attiene all’esigenza di introdurre la separazione delle carriere tra giudice e pm, la non obbligatorietà dell’azione penale, l’inasprimento della responsabilità civile dei magistrati, il divieto per il pm di constatare e cercare in via autonoma le notizie di reato, la sottrazione al pm della possibilità di dirigere la polizia giudiziaria. Tutte queste cosiddette “riforme” sono mosse da un solo fine: fare in modo che la classe politica possa controllare la magistratura e “plasmarla” secondo i propri desiderata, conquistando, quindi, un’impunità totale. Bruno Tinti lo spiega molto bene, riuscendo a far capire bene certi concetti con un linguaggio molto semplice e tutt’altro che tecnico, adatto, quindi, anche a chi non conosce bene il diritto penale. Andrebbe letto da tutte quelle pecore che si accodano alla vulgata di critica la magistratura “a prescindere”, solo per obbedire al grande burattinaio, al quale si perdona sempre tutto.


Volevate la luna?

febbraio 1, 2010

Forse qualcuno si aspettava che dopo aver diretto neanche due sedute di allenamento Alberto Zaccheroni facesse il miracolo, cancellando con un colpo di spugna quasi un anno di gestione tecnica fallimentare e una caterva di errori dei dirigenti. Forse se lo aspettavano i soliti idioti della curva, quelli del «se saltelli muore Balotelli» che ieri sera inneggiavano, ripetutamente, a Luciano Moggi. Forse se lo aspettavano i Soloni dei giornali “importanti”, tutti a titolare che «nonostante la cura Zac, la Juve delude ancora». Cura Zac? Dopo due giorni? Ma siamo seri. Pur non essendo stata una partita esaltante, ho visto una squadra che ha dato dei segnali di rinascita, pur confermando le solite amnesie difensive. In particolare, ho visto delle cose semplici, normali, che fino alla settimana scorsa sembravano impensabili: ho rivisto De Ceglie nel suo ruolo di esterno sinistro, Felipe Melo fare l’essenziale e Amauri ridestarsi dal suo letargo. Vi sembra poco? Ora, quando gli infortunati torneranno, si tirerà con maggiore convinzione e si limiteranno le distrazioni difensive, torneremo ad essere quella grande squadra, tonica e grintosa che fino all’anno scorso di questi tempi eravamo. E che anche ieri, seppur a sprazzi, si è vista.


China blue

gennaio 31, 2010

Il documentario andato in onda ieri sera su Current Tv (ch. 130 del pacchetto di Sky) sembrava un film, uno di quelli che fanno commuovere e anche un po’ indignare. Invece era realtà, purtroppo. Si trattava di un viaggio all’interno del capitalismo più spietato e sfrenato, praticato in uno stato nominalmente comunista come la Cina, attraverso la storia di una ragazza di 17 anni, che lascia la sua famiglia e il suo paese di campagna, prende per la prima volta in vita sua un treno e, dopo due giorni e mezzo di viaggio, arriva a Canton, laddove si fa assumere come operaia in una fabbrica di jeans che ha clienti in tutto il mondo, soprattutto in Europa. Senza diritti, senza una vita privata e con la speranza di un futuro migliore che svanisce dopo le prime angherie subite dal titolare e dai capireparto, la vita della ragazza scorre tra interminabili giornate a togliere i fili in eccesso dai pantaloni e i sassolini dalle tasche – i jeans sono realizzati con la tecnica “stone washed” – e le sue giornate lavorative oltrepassano, spesso, le 16-17 ore, inframmezzate da pasti aziendali che hanno le sembianze di una ciotola di riso mal condito, e finiscono nei dormitori a dieci piani condivisi con le altre operaie. Tante le scene di vita quotidiana che fanno inorridire: dai secchi d’acqua calda comprati in azienda per potersi lavare, ai dodici lettini in una stanza, alla vergognosa prassi che prevede che il primo stipendio di un lavoratore assunto non venga pagato. In un paese senza diritti – men che meno di sciopero – senza contrattazione collettiva e nel quale i salari vengono stabiliti con la tecnica del cottimo, o in base al prezzo delle commesse pattuite con clienti internazionali senza scrupoli. Unica speranza della protagonista e delle sue colleghe, è quella di tornare a casa per Capodanno, trascorrere qualche giorno in famiglia e poi…tornare nel solito inferno, fatto di stipendi non percepiti e di condizioni di vita tutt’altro che dignitose. Il cosiddetto “miracolo economico” cinese passa da lì. Da milioni di storie come questa. E ho ancora nelle orecchie quando qualche autoproclamatosi macroeconomista diede un’ulteriore dimostrazione della propria ignoranza, lodando il sistema di produzione cinese, definendolo «esempio di efficienza e operosità, che tra qualche anno farà fallire tantissime aziende italiane ed europee. Fossero tutti lavoratori come i cinesi, l’economia sarebbe molto più avanti», disse il cretino in questione. Io, che non ho mai capito niente di macroeconomia, osservai che «quel sistema è destinato a scomparire, perché quando i lavoratori poveri avranno coscienza dei loro diritti e si stancheranno di farsi sfruttare, il livello dei salari dovrà inevitabilmente crescere e quindi l’economia cinese perderà il proprio “vantaggio competitivo” rispetto a quelle degli stati…civili». Mi risposero che ero il solito sindacalista occidentale e vetero-marxista. Oggi, dopo aver visto il documentario in Tv, ho letto Vittorio Zucconi su Repubblica dire che «il c.d. “miracolo economico” cinese è in realtà basato su un corso artificiale dello yuan, la moneta nazionale». Insomma, sarebbe un bluff “all’occidentale”, quasi come la bolla finanziaria che diede inizio alla grande crisi. Tra la spiegazione rozza e laburista fatta da me e quella molto più autorevole e scientifica di Zucconi c’è un denominatore comune: la convinzione che il crack del c.d. “miracolo cinese” sia prossimo. Tornando al documentario, non posso non ricordare il tenerissimo finale, quando la protagonista scrisse un bigliettino che mise nella tasca di uno di quei pantaloni che sarebbe stato acquistato in chissà quale posto del mondo. Non era un messaggio in bottiglia, né un S.O.S. al mondo, ma una domanda ingenua: «vorrei saper chi sei, da dove vieni e cosa fai, tu che sei così alto e grosso da comprarti questo paio di jeans…». Com’era bella la Cina delle risaie e delle biciclette! NESSUNO, PIU’ AL MONDO DEV’ESSERE SFRUTTATO!


Addio, maestro

gennaio 30, 2010

ROCCELLA JONICA Antonio Russo non ce l’ha fatta. Lo stilista di Bivongi, famoso per essere stato per trentadue anni il patron della rassegna internazionale di moda sartoriale, ha ceduto alla grave malattia che da quasi un anno lo affliggeva. Con lui, se ne va uno dei più grandi creativi nel campo della moda nazionale. Ma non solo. Cresciuto nella bottega artigianale del “maestro” sarto del paese, rappresentava l’emblema di chi l’arte della sartoria l’aveva imparata da piccolo, con passione sacrifici e dedizione, fino a raggiungere nell’età adulta il successo e i riconoscimenti internazionali. Già, perchè da quando, quasi quarant’anni fa, fece sfilare le sue creazioni e quelle dei giovani stilisti emergenti di tutta Italia sul palco di Roccella Jonica (paese che lo adottò e nel quale mise famiglia) il maestro divenne lui, prese per mano i giovani talenti di un mondo fatto di stile, buon gusto e tanta passione. E così, nella Locride si respirò per tanti anni l’aria della romana piazza di Spagna, o del triangolo della moda nel centro di Milano. Tutto ruotava attorno a lui. Alla fama che aveva conquistato, facendo sfilare, per decenni, stilisti emergenti insieme a grandi griffe come Luciano Soprani, Marelles Ferrara, Rosy Garbo, Egon Von Furstenberg, Litrico, Yoshinori Shimizu, e soprattutto elevando l’immagine della Calabria migliore nel mondo. Quella regione che alla fine fu con lui un pò ingrata. Già, perchè gli ultimi mesi prima di ammalarsi, Antonio Russo li spese per condurre una battaglia rivelatasi, alla fine, perdente. Chiedeva che le massime istituzioni regionali continuassero a finanziare la “sua” rassegna di moda; un appello, questo, alla fine rimasto inascoltato. Avrebbe voluto continuare ad aiutare e lanciare i giovani talenti, il maestro di Bivongi, sempre garbato, sorridente e generoso con tutti, seppur col grande rigore professionale che metteva quando sedeva nel suo centralissimo atelier di via Roma a Roccella. Ai giovani sarti mancherà una grande guida; a chi l’ha conosciuto e apprezzato, mancherà una grande persona.

GIANLUCA ALBANESE
g.albanese@calabriaora.it


Troppo cioccolatoso

gennaio 29, 2010

Finalmente siamo giunti all’epilogo della parentesi di Ciro Ferrara sulla panchina della Juventus. In questo inutile blog sono stato tra i primi a notare e “denunciare” il “non gioco” di una squadra che non era nemmeno l’ombra di quella compagine grintosa, reattiva, propositiva e orgogliosa allenata da Claudio Ranieri, che i “cervelloni” di Secco, Blanc & Co. hanno pensato bene di trattare a pesci in faccia, forse per andare incontro ai desiderata di qualche senatore della prima squadra. Ma, come dicevo, la parentesi è finita. E la dimenticheremo in fretta, come abbiamo dimenticato i vari Maifredi, Marchesi, Ancelotti (quando c’era lui giocavamo proprio male…) e qualcun altro che forse dimentico. Ci ricorderemo di Ciro Ferrara come di un grande difensore degli anni ‘90 e dell’inizio del nuovo millennio, uno col quale abbiamo vinto tanto, uno simpatico e bravo dentro e fuori dal campo, quando faceva gli scherzi – memorabile quello fatto insieme a Di Livio a Fabrizio Ravanelli per “Scherzi a parte” – e quando cantava in maniera stonata il jingle pubblicitario della Danette Danone. Ora ha cambiato anche jingle. Si limita a mangiare e ripetere, in maniera quasi inebetita “troppo cioccolatosa”. E forse, da allenatore è stato così: “troppo cioccolatoso”, troppo amicone e incapace di imporsi sui senatori, sui giovani e su qualche prezzolato ex campione del mondo, forse arrivato in bianconero per avere quel po’ di visibilità che basta per sperare in una nuova convocazione in nazionale. Staremo a vedere. Ora abbiamo un allenatore. Perchè Alberto Zaccheroni ha dimostrato di essere un bravo allenatore. Purtroppo, non potrà fare miracoli in pochi giorni, ma tra un mese voglio vedere una squadra che valga la pena guardare in Tv. Ieri, ovviamente, ho preferito guardare Anno Zero. Sapevo che non mi sarei perso niente. In bocca al lupo, Zac! E a voi dirigenti, chiedo una cosa: ma se Zac dovesse fare bene, perchè non fate un programma pluriennale con lui, piuttosto che ricercare soluzioni esterofile che sicuramente non sono la bacchetta magica? Meditate, gente, meditate!